17 Agosto 2012. Continua la visita al National Folk Museum of Korea (parte coperta).

Terminata la visita esterna al museo, seguendo l’indicazione, entro nel Museo (parte coperta), al cui ingresso sono investito da un’orda di vocianti e scalmanati bambini, in preda a dimostrazioni d’incredibili capacità canore, degni figli di Calliope.
Qualcuno carinamente mi saluta e mi dice anche il suo nome; rispondo, innanzitutto con un sorriso e dichiarando loro il mio nome e mi avvio salutando con la mano: “Ciao, ciao”!

E’ un lungo viaggio storico alla scoperta degli usi e delle tradizioni della Corea.
S’inizia con il plastico, molto verosimile, di un villaggio rurale, quindi la rappresentazione del “Miracolo del fiume Han” (non sapevo che il fiume Han avesse proprietà miracolose, domani, quando mi recherò, per passeggiare, presenterò un’infinità di miracoli da compiere “pro domo mea”!).

Nel ventesimo secolo, il popolo coreano chiedeva l’inizio di una nuova e più soddisfacente vita, poiché il reddito pro capite, alla fine della seconda guerra mondiale, era di 45 dollari l’anno.
Grazie al forte impegno profuso, oggi la Corea è una delle nazioni più progredite al mondo e questo dato è stato significativamente chiamato “Il miracolo del Fiume Han”.

Ecco la ricostruzione di alcuni ambienti casalinghi degli anni settanta.

La vita quotidiana, grazie al sempre più diffuso crescente benessere economico, cambiò. Furono costruite strade, le prime linee ferroviarie, fu promossa una sanità pubblica.
Anche la cucina iniziò ad avere le prime influenze estere; passeggiando nelle strade e recandosi nei primi ristoranti aperti era possibile ascoltare della musica americana, così come le signorine iniziarono ad indossare vestiti all’occidentale, scarpe d’importazione ed i primi trattamenti cosmetici arrivarono dall’estero.
Anche la medicina, che era di origine cinese, iniziò ad essere influenzata dalle esperienze farmacologiche estere.
Procediamo in ordine e con calma; forse siamo andati troppo avanti con il tempo.

Iniziamo, da quando la Corea era ancora nel periodo Joseon (1392 – 1910), alla cui fine, inizia la dominazione giapponese.

Ora immaginiamo di compiere un viaggio nel tempo. Con la fantasia, cavalchiamo su una nuvola e ci trasferiamo (solo per un attimo!) al tempo della dinastia Joseon.

L’organizzazione della società.

La società dell’epoca si reggeva sull’agricoltura e, nel periodo estivo, sulla pesca.

Con quali criteri veniva edificato il villaggio rurale?
Rispettando la teoria geomantica: il villaggio dove sorgere sulla riva di un fiume, nel “Baesanimsu”.
Il vantaggio era rappresentato dalla presenza, alle spalle del villaggio, della montagna, che lo proteggeva dal vento freddo di nord – ovest.
Nel villaggio coesistevano differenti classi sociali, raggruppati secondo lo stato sociale, l’occupazione, l’età; compito della classe politica dell’epoca era quello di creare le condizioni ideali per un tranquillo viver civile, stabilendo poche e semplici regole.

Solo durante l’estate, si era soliti pescare; la parola coreana “Cheollyeop” significa “pescare nel fiume”, godendo di una bella giornata e consumando, a volte, il pesce sul prato vicino al fiume.
Così come l’estate, era la stagione migliore, per produrre del sale, con il quale si possono preparare degli ottimi condimenti, come per il kimchi, ed utilizzarlo in funzione di conservazione del cibo.

Dove facciamo la spesa? Al mercato, ovviamente! Non c’erano ancora i moderni mega centri commerciali e, probabilmente, non esisteva la pubblicità, che t’invita ad acquistare l’ultimo super, meraviglioso prodotto ad un prezzo eccezionale e solo per questa settimana!
Il mercato era composto da venditori ambulanti, i quali si dividevano in due categorie. La parola “Bubosang” si riferisce a queste categorie: l’uno trasporta la merce in una sacca a tracolla; l’altro ripone la sua merce all’interno di un panno. C’era un ultimo tipo di mercante il “Gaekjw”, il quale comprava e vendeva merce, affittando contestualmente delle camera ai “Bubosang”, rifocillandoli.

La famiglia. Durante il periodo Joseon, la famiglia aveva una posizione predominante nel contesto sociale, la cui linea procedeva dal padre al primo figlio, che riceveva tutta l’eredità. Egli s’impegnava a celebrare i riti (Jesa), che si officiavano presso le tombe di famiglia (Sadang) nell’anniversario della morte degli antenati (fino alla quarta generazione) e per le feste di Capodanno e del Chuseok (il giorno del raccolto).

La famiglia tradizionale coreana adorava non solo gli spiriti degli antenati, ma anche le divinità domestiche, tra cui il Dio della casa (Seongju-sin) e il Dio della cucina (jowang-sin).

La famiglia. I doveri della mamma. Le casalinghe coreane si recavano al mercato, per acquistare dal “Bubosang” gl’ingredienti necessari, per preparare il meju (semi di soia fermentati) e il dubu (farina di fave) con la soia, cibo a base di vitamine, necessario per affrontare la rigidità dell’inverno. Il meju è l’ingrediente principale per alcuni condimenti coreani come: doenjang, ganjang e gochujang.
Alla fine dell’autunno, le mamme si preoccupavano di preparare il kimchi, che veniva conservato all’interno di vasi in terracotta (onggi) e posti in un angolo dove ci fosse il sole, in attesa del sopraggiungere dell’inverno, per essere consumato.

Nel giorno più corto dell’anno (dongii), si mangiava il dongii patjuk (zuppa di fagioli rossi), per esorcizzare la presenza di spiriti maligni.
Il dongii era considerato il “piccolo capodanno”, poiché da questo giorno tutti aggiungevano un anno alla loro età.
Il “Seollal” è il primo giorno dell’anno e, durante questo giorno, la società coreana celebra molti riti, per ottenere benedizioni nel corso del nuovo anno.

Ella assisteva il proprio marito, accudiva i figli, preoccupandosi anche dei loro vestiti. Era, un po’, l’angelo del focolare, poiché doveva anche conservare con cura gli oggetti ereditati dai parenti più anziani ed, in ultimo, pregava, perché il marito ed i figli stessero sempre bene.

Parliamo un po’ di divinazione: “M’ama o non m’ama?” Nella società rurale, era praticata l’interpretazione dei sogni (taemong), per determinare, ad esempio, il sesso del nascituro oppure per stilare la carta astrologica natale.
Se si sognava un animale oppure una pianta, era sintomo di una imminente gravidanza di sesso maschile, mentre sognare una fata o un fiore era presagio di una prossima nascita di una femminuccia. Una tigre, un drago in sogno presagivano una futura carriera scolastica molto promettente e foriera di copiosi guadagni (attenzione a cosa sogniamo stanotte!).

E se m’innamoro e mi volessi sposare? Aspetta, sei troppo giovane: ci pensano mamma e papà. Quando arrivava il momento del matrimonio per i giovani, i genitori si rivolgevano al sensale, il quale organizzava l’incontro tra i genitori delle due famiglie, le quali, dopo aver trovato l’accordo nuziale, la famiglia del futuro sposo mandava una lettera di fidanzamento ed una scatola di doni per la sposa e dei tessuti di seta blu e rosso per i futuri consuoceri.

La cerimonia nuziale (Hollye) solitamente si teneva nella casa della sposa.
Lo sposo si recava in casa della futura moglie, portando un’oca intagliata di legno, come simbolo della sua eterna fedeltà. A questo punto, gli sposi s’inchinavano e si scambiavano del vino, che precedentemente era stato versato in una tazza.

La prima notte di nozze si doveva trascorrere all’interno della camera nuziale (sinbang), decorata con dei fiori, uccelli, farfalle, che simboleggiavano eterno e duraturo amore.
Tradizionalmente, il letto aveva lenzuola ricamate con delle anatre in coppia; in un angolo un paravento, ricamato con immagini di fiori ed uccelli oppure fiori e farfalle.

“Oddio il pupo ha la febbre!!” Calma, calma! Quando ci si ammalava, ci si recava dal “medico di famiglia”, il quale somministrava al malato delle medicine a base di erbe.

Nel 1610, Heo Jun scrive il libro “Esempi di medicina coreana”, in cui introduce, per la prima volta, la pratica dell’agopuntura in Corea.

Quando le medicine non producevano effetti, allora le persone si rivolgevano alle forze soprannaturali (il mondo oggi non sembra tanto diverso…)

Venivano chiamati degli sciamani, per compiere riti all’interno del focolare domestico oppure fabbricare dei personali potenti talismani, onde prevenire le malattie o, nei casi più gravi, curarle, quando un membro della famiglia n’era vittima.
Il vaiolo ed il morbillo erano le malattie più temute e ritenute inguaribili, sicché anche gli sciamani, attraverso i loro riti iniziatici (hyeolsang-gut) ed i loro potenti amuleti, non riuscivano a debellare simili malattie.

Beh! Il viaggio è davvero finito; spero che sia stato piacevole e di riavervi prossimamente a bordo ospiti de “Un italiano di Corea!”

P.S. Siamo al capolinea! Si prega di scendere: ordinatamente!

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