31 Agosto 2012. Visita al “Bukcheon local history museum”

Mi sto recando al “Bukcheon local history museum” che si trova nel distretto omonimo di Bukcheon.
Lungo la strada incontro il ristorante italiano Rossini e, sinceramente, sono incuriosito dal nome. E’ – credo – un gentile omaggio al nostro grande genio pesarese (che oltretutto era anche un appassionato di cucina). Sul menu troveremo gli “Spaghetti alla Figaro” o delle Tartine al sapor di Don Basilio”? E magari, mentre mangeremo, la Sinfonia de “L’italiana in Algeri” ci aiuterà a degustare le leccornie, preparate dallo chef: il Conte d’Almaviva alias Lindoro? O saremo trattato come dei Pappataci: “mangia e taci”?

Lascio alle mie spalle il ristorante dal simpatico nome e cammino su strade strette e, ahimè, in salita. E’ davvero un ottimo allenamento, per diventare un calciatore di grido, anche se non ho affatto voglia, né desiderio di emulare Francesco Totti!

Ho un problema un po’ serio: siccome stamane il gran caldo è riesploso, senza alcun preavviso, ho appena terminato di consumare una bottiglia d’acqua, che avevo precedentemente acquistato e non c’è un cassonetto! Attenzione, perché Seul è sguarnita di contenitori per i rifiuti e, nonostante ciò, la città è pulitissima! Non posso, né voglio, né devo gettarla a terra: è il più classico e purtroppo comune esempio d’inciviltà, di maleducazione e di mancanza di rispetto nei riguardi della città, in cui si vive. Troppo spesso, purtroppo, assistiamo, a gesti imperdonabili, come il gettare rifiuti a terra, che dovrebbero essere duramente sanzionati: pena minima 1.000,00 euro o, in alternativa, pulire per un ora, sotto stretto controllo da parte dei NOCS, le vie della città. Non sarebbe male come ipotesi! La bottiglia, insomma, continua ad essere un impiccio. Che faccio? Non posso mica bussare ad una porta e chiedere, se, cortesemente, possa gettare la bottiglia nel secchio per l’immondizia. Non è una scusa plausibile, per rompere le scatole alla gente. In qualche modo dovrei risolvere…ecco un bar:
“Entro e getto la bottiglia in un cestino”.
Al mio ingresso, un coro di ragazze lavoranti mi saluta, io sorrido, ma, anziché, come si usa, dirigermi alla cassa, gironzolo alla ricerca, vana per il momento, del cestino. Sono anche sfortunato, perché in questo momento, la cassa è vuota ed alcuni clienti stanno consumando ai tavoli, per cui le attenzioni delle lavoranti sono rivolte al sottoscritto, che continua a cercare…
“Eccolo!! Trovato!… Proprio vicino alla cassa! Santo cielo”.
Mi avvicino, mentre vedo la cassiera pronta ad accogliermi con un largo sorriso e contabilizzare l’ordinazione. Io le sorrido, poi con un gesto velocissimo, introduco nel cestino la bottiglia. Sorrido ancora e guadagno l’uscita, mentre il coro delle lavoranti mi saluta. Cosa avranno pensato? Meglio proseguire.
Per arrivare a questo benedetto museo, ci vuole tanta pazienza, perché la strada, non solo è in salita, ma, vedendo dall’alto questo spicchio di Seul, scommetto che si noterà un alveare di vie, viuzze, viette, che s’intersecano, s’incontrano, si scontrano, si dividono per poi riunirsi, col fine di far impazzire l’ignaro (in questo caso, io) turista, che va, davvero, alla ricerca del Museo perduto.
Alla fine di una salita ripidissima, che mi lascia senza fiato, sulla destra un piccolo negozio. Entro, per chiedere informazioni e mi trovo davanti una signora, non più giovanissima.
“Che cosa le chiedo?”.
La signora, affatto imbarazzata, mi chiede di parlare. Io, un po’ per la mancanza di fiato (causa salita da Coppa della Montagna del Giro d’Italia) ed anche perché non so trovare le parole, prendo fiato ed intanto sorrido. La signora appare preoccupata, forse pensa che sto per esalare l’ultimo respiro? No niente paura; il problema è anche come comunicare: avendo la mappa tra le mani, la svolgo sul tavolo, che mi divide da lei, e le indico il luogo agognato. La signora, allora, mi fa cenno di seguirla, conducendomi fuori del negozio e m’indica la direzione da prendere. Ringrazio con più inchini la gentile informatrice e continua la ricerca del Museo sotto un caldo, che ormai sembra di stare più a Dubai, che a Seoul. Non vorrei che spuntasse qualche cammello, tra una casa e l’altra.
Arrivato davanti ad un incrocio e non sapendo dove andare, poiché alcune stradine non sono segnate sulla mappa, incontro una coppia di orientali, che parlano (fortunatamente) molto bene l’inglese e chiedo lumi. La coppia sorride e mi dice che sono turisti coreani e che non conoscono questa parte di Seul!! E santo Dio! Oggi è il mio giorno fortunato! Possibile che vado a chiedere a chi non conosce la zona? Cercano anche loro di capire sulla mappa e trovano facilmente la direzione.
Arrivo al Museo! L’ingresso è di una sola porta: sulla destra il piccolo ticket office, sulla sinistra una sala, dove sono in vendita dei souvenir. La cassiera è una signora di una cinquantina, che mi consegna la guida e pago il prezzo d’ingresso: 3.000 won (circa 1,50 euro).

Si tratta di un piccolo museo privato, che conserva prodotti tradizionali di consumo quotidiano dei nativi di Bukchon. Questo Museo ha un’importanza assai rilevante nella conservazione e cura di alcuni reperti molto antichi.

Nel cortiletto esterno, trovo l’occorrente, che serviva, per confezionare il cibo.

Proseguo ed entro nella prima stanza a sinistra dove trovo dei mobili antichi e diversi suppellettili.

Un avviso comunica che le scarpe dovranno essere lasciate all’esterno e che potranno essere usate delle comode pantofole.
Da un lato due vecchie e romantiche macchine da scrivere, una molto simile a quella che usava, molti anni fa, mio padre

All’interno di in contenitore di legno, chiuso da un coperchio di plastica trasparente, delle bambolette e due telefoni, identici a quello usati dai miei carissimi ed indimenticati nonni paterni; ricordo quanto pesava la cornetta!

Anche io ho posseduto più di un mangianastri; il guaio era, quando il nastro della musicassetta s’incastrava nei, non ancora perfetti, ingranaggi e lì erano dolori, perché, per disincastrare il nastro si doveva fare molta attenzione, per non rischiare di spezzarlo!
In una teca dei vestiti tradizionali per bambini: l’uno dai colori sgargianti l’altro dalla tinta scura.

Delle foto riproducenti scene della Corea post guerra sono esposte nell’ultima piccola sala. Si vede un paesaggio rurale: uomini e bambini intenti al lavoro. In un’altra foto delle bambine, che recano sulla testa delle brocche e sono ritratte tutte sorridenti e felici.

n un’altra immagine, una famiglia composta dal nonno due figli e tre nipoti. Gli adulti guardano fissi in camera mentre i bambini hanno lo sguardo rivolto altrove. Ancora momenti di vita contadina ed un ultima foto, che ritrae un anziano sorridente (e vorrei vedere!) su un carretto monoposto, trainato da un giovane.
Un salto indietro nel tempo alla ricerca della memoria e delle origini, che sono indispensabili, al fine di conoscere meglio se stessi e chi siamo.

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