1 Febbraio 2013. Pranzo al “Sky Lounge” dell’Hotel Grand Seoul Parnas

Il ticchettio del passo lento e regolare, l’incedere elegante al lato dell’elegante corridoio, sulla cui sinistra tanti sono i comodi ambienti, riservati per due persone. Poi un leggero movimento del busto, da destra verso sinistra e l’elegante cameriera m’indica col braccio destro il tavolo, prenotato in precedenza. E’ dritta, ferma a pochi passi dal sottoscritto; ha il sorriso più bello del mondo, occhi molto espressivi, i capelli a caschetto con dei colpi di sole rosso delicato su una base nero violento. La camicia è color crema con i bottoni rotondi color oro, una giacca nera aperta ed una minigonna, da cui spuntano due gambe lunghe e sottili. Il braccio rimane immobile, attendendo che prenda posto all’interno dell’ambiente. Mi aiuta a togliermi il pesante cappotto, per riporlo, con cura, sull’attaccapanni interno. Prendo posto, mentre la gentile amica mi abbandona, per poco tempo. Volgo lo sguardo alla mia destra verso la finestra: oggi Seul mostra il volto, coperto di pioggia; alcune goccioline sono rimaste attaccate al vetro, al di là del quale il solito contrappunto di grattacieli. Mi stringo in me stesso, incrociando le braccia, rimanendo in contemplazione della pioggia, che cade, bagnando Seul. Rimango da solo in questo spazio, assai accogliente, di fronte a me uno specchio ricopre l’intera parete, dietro di me un quadro riproduce una casa di campagna, l’attaccapanni, sul quale la cameriera ha ben sistemato il cappotto è alla mia destra. Solo ora, mi accorgo che la filodiffusione trasmette della musica jazz. Dall’ambiente a me più prossimo, odo il chiacchiericcio di tre ingioiellate signore, che attendono, quanto me, l’ordinazione.

E’ educazione, in Corea, infatti, scambiare qualche chiacchiera a tavola, quando si attende la portata ed il tema della conversazione non è, quasi mai, impegnativo.

Arriva la cameriera, recando il piatto del pane e del burro.

Estraggo una piccola ciriola: al tatto è ancora calda, mi sembra che sia un abitudine, ormai consolidata, almeno in alcuni ristoranti, ricevere del pane caldo.

Il primo piatto (vongole, aragosta marinata con agrumi, avocado e germogli di insalata) è un gioco di colori, che ricorda certi quadri di Paul Gaugin.

Terminata la consumazione, ritorna la cameriera, sempre più sorridente, con un piccolo carrello, sul quale deposita il mio piatto e da cui prende un cucchiaio e la zuppa di vermicelli con tartufo nero, il secondo piatto scelto dal sottoscritto.

Confesso che i funghi ed il tartufo, in modo particolare, mi piacciono molto e la scelta è stata davvero felice, poiché la crema è davvero gustosa. Mi prende l’eleganza dei gesti della cameriera; tutto sembra studiato, i gesti lenti, misurati, insomma: i piatti, grazie ai suoi movimenti, sono arricchiti dal suo fascino. Ogni volta, che reca con sé, non si stanca di annunciare il piatto, che consumerò, mi saluta col classico leggero inchino del capo, accompagnato da “Enjoy”. Siamo al 34 piano: la pioggia ha aumentato il ritmo, ma, all’interno del ristorante, grazie agli spessi vetri, il suono della pioggia, che cade, non giunge. Il penultimo piatto è una bistecca di manzo, erbe selvatiche e salsa di Périguex; scelgo la mostarda come unico condimento, che, a volte, spalmo sulla piccola parte tagliata, a volte no. Particolarmente gustosa la verdura d’accompagno

Il pranzo termina con un dolce al cioccolato: il nettare degli Dei.

La gentile cameriera mi accompagna, precedendomi verso l’uscita. Passo davanti agli altri ambienti, mentre stanno entrando dei nuovi clienti, presumibilmente islamici: un corpulento signorotto, accompagnato da due donne, che indossano il velo. Il trio è scortato da una cameriera; solo per un attimo incontro i nuovi arrivati. In prossimità dell’uscita, di fronte alla quale c’è un bar, che espone bottiglie di Dom Perignon, di Veuve Cliquot e Moet Chandon, la mia cameriera si ferma, indicandomi la strada per l’ascensore.

Mi rivolge gentili parole di arrivederci e si congeda con un piccolo inchino. Mi fermo poco dopo l’uscita ed ascolto il ticchettio dei suoi passi diventare sempre più flebili, sempre più lontani.

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