14 febbraio 2013. Visita ad un ospedale di Seul

Dal piccolo bar, dove comodamente seduto, assaporo il primo cappuccino della giornata, vedo lo scorrer della vita quotidiana. Proprio di fronte, sono in corso dei lavori, che, tra poco tempo, regaleranno l’ennesimo grattacielo a questa metropoli; ll rumore delle scavatrici non è un ottimo sottofondo; tanti gli uomini, impegnati a creare la base di quest’ennesimo colosso di cemento. Il verde sta quasi scomparendo, mentre il cemento avanza imperioso non solo sulla terra, ma anche verso il cielo. Stamattina, il freddo dei giorni passati è calato notevolmente; restano cumuli di neve ghiacciata ai bordi delle strade e sui marciapiedi, ma, ormai, la citta è vivibile, poiché le temperature sono poco sopra lo zero. 
In questo bar, è possibile navigare gratis, senza effettuare il login d’entrata, senza ritirare la password, senza doversi registrare; insomma, senza tutti quei passaggi, che fanno passar la fantasia! Così leggo le notizie più importanti, provenienti dall’Italia, sfogliando qualche giornale. Le prime pagine aprono, giustamente, sulle dimissioni di Benedetto XVI e del suo futuro, all’interno sempre del Vaticano, ma in un convento di clausura. E’ da ammirare quest’uomo, che, impossibilitato a portare avanti il gravosissimo incarico, ha preferito, davanti al mondo ed alla Storia, denunciare la sua fragilità, piuttosto che arroccarsi sul trono dorato, quale quello di Pietro. In un mondo, dove uno dei valori supremi è l’espressione del potere in ogni sua forma, il suo gesto, politicamente scorretto, in controtendenza, dimostra, ancora una volta, che la natura dell’uomo non può essere prevaricata dall’apparire, poiché, prima o poi, interverrà qualcosa a ripristinare l’antico ordine. Ormai, invece, viviamo al rovescio: importante è apparire e si deve apparire a qualunque costo ed anche se l’apparire non corrisponde all’essere, non ha nessuna importanza, ma quanti guai! Sono sotto gli occhi ditutti.
Chiudo il giornale, riflettendo ancora sul gesto del Pontefice, mentre ho appena sorvolato sulle notizie politiche: un assurdo battimbecco tra comari di un portierato romano; una lotta tra nani, che credono di essere titani; un parlare a vuoto ed a vanvera, eludendo, ad arte, qualsiasi risposta. Nani, perché non sanno rispondere con “si” o “no”. C’è solo una persona, che dice “si” o “no”, gli altri si abbarbicano dietro i “forse”, i “ma”, i “vedremo” ed i “sarà”. La politica italiana (cosa ben distinta dal popolo italiano, che è di tutt’altra dignità) è davvero misera cosa, purtroppo! Chiudo il giornale, mentre ricevo un messaggio: il mio amico coreano mi avvisa che mi sta aspettando fuori dal bar. Raccolgo le mie cose, avvicinando la sedia al tavolino e saluto la bella signora del bar, che mi regala (come a tutti i clienti) un bel sorriso. Questa mattina visiterò un ospedale di Seul.

In Corea, la sanità è in mano completamente privata, sicché i cittadini sono  costretti a sottoscrivere delle costose assicurazioni, per utilizzarle in caso di malattia. Non esiste il concetto, quindi, di sanità pubblica e, grazie anche a questa scelta, non esiste spesa sanitaria, che le autorità devono coprire: ognuno si cura come e dove può. Anche in questo caso, il “malato” è un “cliente” e, come tale, viene trattato, secondo il metodo orientale. C’è una forte concorrenza trai vari nosocomi, che si esprime non solo in un’avanzatissima tecnologia, ma anche nella meticolosa cura di ogni dettaglio. Quando si entra in qualsiasi ospedale, sembra di entrare all’interno di un hotel di lusso. In quest’ospedale, c’è un bar, dove è possibile usare internet anche per mezzo dei terminali, messi a disposizione della struttura; le bevande, poi, sono gratis; diversi divani  con piccoli tavoli accolgono pazienti ed eventuali parenti o amici.

Il bar dell’ospedale

Ci si reca senza prenotare preventivamente, dichiarando agl’impiegati della segreteria le analisi o le cure, di cui si ha bisogno. Non esistono file, poiché i segretari aumentano, seguendo l’afflusso dei pazienti, ai quali non viene consegnato nulla di cartaceo: la pratica viene trasmessa digitalmente: niente firme, fogli, dichiarazioni, documenti, basta il codice fiscale del paziente. Non ci sono poi brutte sorprese, quando si deve esser visitati, poiché non ci saranno mai persone in attesa. Questo piccolo ospedale, insomma, è la rappresentazione della sanità, che si localizza in strutture molto più ampie, come quelle collegate direttamente alle Università. In Seul, ci sono circa 30 università e, ho raccontato in precedenza, come la scuola, ed in particolar modo, l’ultimo grado d’istruzione rappresenti l’unico biglietto da visita del cittadino. Se si è in possesso di una formazione, sempre più articolata e profonda (questo richiede oggi questa società), si ha la possibilita di lavorare in luoghi assai importanti e di conseguenza ottimamente retribuiti. E’ chiaro che un’Universita poco blasonata non comporterà lo stesso futuro trattamento per il cittadino, il quale si arrangerà a ricoprire un posto non ben retribuito, con tutte le conseguenze del caso (tenore di vita, possibilità di carriera pressoché nulla, poco onore). Per gli studenti, che frequentano Università fortemente accreditate (Seoul National University, Yonsei University, Koryo University, specializzata quest’ultima a rifornire anche la classe politica di diversi Primi Ministri) ecco che si apre la possibilità di lavorare all’interno degli ospedali (come in tutte le altre articolazioni produttive) che l’Università stessa gestisce e di cui è la proprietaria, per cui si entra in un labirinto virtuoso, dal quale è difficile uscirne, ma nel quale le angosce, legate al come vivere, sicuramente spariscono dall’orizzonte. Abbiamo forse trovato la ricetta per la felicità?

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