In viaggio per Firenze

La città ancora dorme; il buio è squarciato dalla luce ovattata dei lampioni.  Roma addormentata, Roma che sogna all’interno delle camere da letto, Roma silenziosa e discreta; Roma che di notte, quando le strade sono sgombre di auto e persone, celebra se stessa, raccontandosi la storia millenaria, che ha fatto innamorare il mondo, come una dolce ninna nanna melodiante.

Mentre guido, procedo lentamente; osservo il cielo compatto, unito, scuro e tanto lontano, presago forse di pioggia; qualche nuvola dai contorni strani e minacciosi sembra miracolosamente appiccicata al soffitto celeste e sembra possa cadere da un momento all’altro. 

Ecco l’EUR con gli edifici, costruiti per l’Esposizione del 1942,  ben disegnati e scolpiti nel marmo, imponenti, solitari, alteri. 

Riesco facilmente a trovare posto in Piazza degli Archivi, di fronte proprio all’Archivio di Stato, cui ci si accede, procedendo su una strada in leggera salita. Utilizzerò la metropolitana, per recarmi presso la Stazione Termini, dove mi aspetta il treno per Firenze. 

Pochi i passi, che mi dividono dalla stazione metro Eur – Fermi, in prossimità della quale noto dei pullmini fermi e mal parcheggiati. Alcune persone stanno scaricando l’occorrente, per allestire un banco ambulante, su cui sarà depositata molte merce, venduta a basso costo. I due svogliati facchini procedono lentamente, parlano tra loro, ridono; poi si fermano, per fumare. Sento le loro voci sempre più lontane. 

Per accedere alla stazione, percorro due rampe di scale, i cui gradini sono ancora bagnati per la pioggia caduta abbondantemente alle prime ore del mattino. 

Dovendo acquistare il biglietto, introduco una banconota da 10 euro nella feritoia della macchina; in pochi attimi, il sistema mi riconsegna i soldi: forse non sono simpatici? 

Ritiro il contante e mi reco in un bar; entrando, saluto, ma nessuno risponde: al di là del bancone un uomo sulla cinquantina, capelli imbiancati dal tempo e sotto un naso aquilino dei baffi grigi spioventi. Indossa, in modo poco elegante, un grembiule bianco non propriamente immacolato; gli chiedo, se posso acquistare dei biglietti, mi fa cenno di accomodarmi alla cassa. Dietro una piramide di caramelle e prodotti kinder, la cassa piccola e grigia ed un uomo, anche lui in là cogli anni, con la giacca ed una cravatta larga e dai colori impossibili. Preleva dal cassetto della cassa un blocchetto ben conservato di biglietti e, con un gesto deciso, dietro mia richiesta, ne stacca due, ponendoli su un piccolo ripiano, posto tra la cassa e la piramide, attendendo con la mano aperta la consegna del contante. Introduce la banconota ricevuta all’interno della cassa, preleva il resto, per consegnarlo nella mia mano. Saluto prima di uscire ed, ancora una volta, non ricevo risposta. 

L’ingresso alla stazione è poco distante dal bar; noto che non c’è alcun “controllore”; insomma, se fossi un atleta disonesto, potrei provare a scavalcare la bassa  inferriata ed introdurmi sulla banchina senza pagare un centesimo. Io l’ho pensato, qualche passeggero, poco onesto, lo fa.  L’attesa in banchina è di pochi minuti; nonostante siano le 6, noto un discreto affollamento di persone in attesa del treno, che fa il suo ingresso in stazione lentamente. Purtroppo, la carrozzeria è così devastata da scritte coloratissime senza alcun significato intellegibile, che non riesco a capire quale sia il colore originario della carrozza; è uno spettacolo penoso, cui noi romani siamo abituati! E’ davvero poco piacevole viaggiare all’interno di carrozze sudice, in ambienti maleodoranti, effetto di una distratta manutenzione; eppure, la metropolitana, utilizzata da molti turisti, è un ottimo (in questo caso, pessimo) veicolo pubblicitario per la città di Roma. Col passar degli anni, si assiste, impotenti, all’incredibile ed inarrestabile declino dei mezzi pubblici della Capitale: mai puntuali, spesso poco puliti, con il personale di bordo quasi mai cortese. Insomma, noi romani c’impegniamo solennemente nello spaventare i visitatori (riuscendoci magnificamente), attratti dall’incontrastabile bellezza dei reperti di storia antica, con atteggiamenti spesso scortesi e comportamenti offensivi. L’educazione sembra ormai talento degli sconfitti e di chi non capisce il mondo; la cortesia sembra scomparsa, sostituita da un becero vaneggiare, spesso effetto di certe  trasmissioni televisive, nuovo totem di massa.

La corsa procede con ritmo assai sostenuto; poco prima di arrivare in stazione, una voce gracchiante ed affatto simpatica annuncia il nome della fermata in lingua italiana ed in inglese; perché non regolare verso toni più morbidi e l’annuncio? Curare la forma significa presentare meglio la sostanza. 

Alla Stazione Termini, il vagone, dove sto viaggiando, si svuota; molti si dirigono con passo frettoloso verso la metro A, io guadagno l’uscita in direzione dei treni. La piccola città commerciale sotterranea presenta diversi esercizi chiusi; la bella e ricca fornita libreria, meta spesso di piacevolissimi ed interessante acquisti, ha le luci spente; solo i numerosi bar sono aperti in attesa di probabili clienti. Ne noto alcuni: il bagaglio adagiato a terra, in attesa del caffè e con il cornetto tra le mani. Passo per corridoi abbastanza puliti e mi avvio verso la scala mobile, che mi condurrà  all’ingresso ai treni. Apro la posta elettronica, onde trovare l’email contenente l’acquisto del biglietto: è indispensabile mostrare all’addetto, che sosta all’ingresso alle banchine, di averlo acquistato in precedenza.

Mi dirigo verso il pannello luminoso, cui sono indicati i convogli in partenza: binario 9. Nonostante l’ennesimo sciopero, che danneggerà solo i cittadini, il Freccia rossa è garantito.  Sotto un cielo ancora scuro ed immobile, mi dirigo verso il binario; procedo lentamente. 

Il vagone ospita pochi viaggiatori; un piccolo corridoio divide due file di quattro poltrone, che mi sorprendono per il colore: marrone! Santo cielo, un colore più triste sarebbe stato davvero difficile sceglierlo. E meno male che noi Italiani saremmo amanti del buon gusto.  Quattro signori incravattati discutono di politica; sono in giacca e cravatta e parlano un discreto italiano: sul contenuto della conversazione, preferisco non riferire.

Il treno si muove lentamente, per prendere, via via, sempre più velocità; intanto, la luce del primo mattino inizia a fendere le nuvole; ecco una galleria, poi di nuovo un pezzo di cielo: l’alba.

(21 ottobre 2016)

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