Musica e libretti. Donizetti e il gusto del romanzesco

La produzione operistica di Gaetano Donizetti nasce e si sviluppa contemporaneamente alla poetica del suo sfortunato amico, Vincenzo Bellini, di cui raccoglierà il testimone per una versificazione, che abbandoni la solennità delle opere di Rossini, a favore del Patetismo, nell’ambito del romanzesco, dell’azione, del movimento in contrapposizioni all’aulismo contemplativo del Pesarese. Donizetti assume soggetti dal romanzo storico nazionale ed extra nazionale, copiandone il meccanismo di rubricazione. Egli si serve del macchinoso racconto delle storie, al fine di stimolare la sua fervida vena creativa, che si espande dal malinconico al truce. A causa della titolarità dei contratti, a cui il Bergamasco è soggetto, la copiosa produzione prevede la stessa medesima evoluzione drammatica, farcita di eccidi, adulteri, vendette, torture ed incesti, rivelando, in fondo, l’omogeneità dell’intero corpus librettistico a favore del felice incontro col pubblico. La storia, raccontata dai librettisti, è ancora priva del simbolo e della metafora politica, tanto cara a Giuseppe Verdi, cosicché si presenta quale mero racconto nella descrizione dei fatti e trame. Si riscontra facilmente il conflitto tra autorità e sentimenti e, poiché indispettito dalla funzione del cattolicesimo, prevarrà sempre l’autorità, ogni volta catalogata quale divina, municipale, paterna; comunque autorità, che scioglie i nodi per mezzo del perdono, stigmata della parte vincente. La figura di Lucrezia Borgia ne sarà l’emblema: avvelenatrice ed amante, ma soprattutto madre ed in quest’ultima contemplazione si prefigura l’esaltazione del Patetismo; infatti, nell’agnizione, Gennaro riconosce e perdona la mamma, Lucrezia.

Salvatore Cammarano (1801 – 1852)

Salvatore Cammarano rappresenta nell’ambito del romanticismo nazionale e del donizzettismo, in particolare, una delle figure maggiormente eminenti. Nacque a Napoli nel 1801 (lo stesso anno di Vincenzo Bellini), si qualificherà quale anello di congiunzione tra il romanzo storico europeo e la neo versione del libretto operistico. Esordì nel 1834, pur essendosi dedicato in gioventù a studi di pittura, con «La sposa» si E. Vignozzi. Nonostante si sia spento all’età di 51 anni, risulterà copiosa la produzione librettistica, tra cui «Lucia di Lammermoor» colla quale inaugura la felice collaborazione con Gaetano Donizetti; «Saffo» per Giovanni Pacini; «Luisa Miller» e «Il trovatore» per Giuseppe Verdi. La critica gli rimproverò certe oscurità nel linguaggio ed, a volte, un gusto non propriamente raffinato; solo la moderna esegesi ha invece rivalutato la sua poetica, inserendola in un ambito qualitativo pregevole per il verso, talora intriso di una certa visionarietà. E così: la notte bruna, il pallido raggio di tetra luna, rientrerebbero nell’universo gotico, ove ogni ingrediente della lingua romantica è utilizzato con effetti di autentica suggestione. Nella «Lucia di Lammermoor» (da «The bride of Lammermoor» di Walter Scott), l’intrigo politico scozzese è relegato sullo sfondo rispetto al «delirar cantando», con cui Lucia investe il suo disperato amore per Edgardo, un bandito solitario ed eroico, capo rivolta contro l’autorità, diviso tra il matrimonio d’amore e il matrimonio d’interesse, col prevalere finale dell’autorità familiare, cui sarà destinato il sacrificio della protagonista. La lezione di Alessandro Manzoni è ben presente coll’affidamento alla Provvidenza dei protagonisti, quando Raimondo canterà «Dio perdona un tanto error» con la richiesta di un ripristino dell’ordine iniziale.

I testi poetici, da cui trarre il libretto, furono sistematicamente traditi dalla volontà del Compositore, poiché è costretto il contrasto tra la sistematica volontà dell’uomo di piegarsi alle condizioni più retrive e la determinazione del Compositore di stravolgerle. E’ anche pur vero che la traduzione in musica di un capolavoro letterario è un’operazione assai difficile, poiché il testo ha la mera funzione di sollecitare la creazione musicale, e non sempre il corretto e grammaticale sviluppo della storia e delle situazioni attraverso l’uso delle parole potrà consegnarsi sempre quale felice veicolo ispirativo. Allora sorge la volontà di cambiare, modificare, illustrare, al fine di risvegliare l’istinto creativo, anche contraddicendo la primaria forma letteraria. Spesso la contraddizione tra il racconto letterario e racconto musicale nasce dai differenti tempi di narrazione, laddove la composizione dei versi si avvale principalmente del linguaggio aforistico in sostituzione di quello analitico, proprio della letteratura. Ne risulta evidentemente uno svilimento ed un forte depauperamento della componente letteraria a tutto vantaggio dell’intuizione musicale. L’opera dell’Ottocento entra formalmente nel gergo popolare, attraverso l’uso di motti, grazie alla straordinaria diffusione dello spettacolo operistico, che così si svolge anche nell’uso pedagogico, affiancato al puro ricavo edonistico. Così, nel corso degli anni, il melodramma si proporrà quale strumento di comunicazione privilegiata, fin quando il compito non passerà al cinema ed alla televisione.

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