Gioachino Rossini. Le opere napoletane

Il ciclo si apre con Elisabetta regina d’Inghilterra; il fine del Maestro è quello di conquistare la nuova e difficile platea della Capitale del Sud Italia. Il lavoro, alla fine, risulta un ottimo esercizio di pratica stilistica, poiché l’Autore mescola, con grande sapienza, blocchi di Opere precedentemente composte

Otello è la prima opera completamente creata ex novo, laddove sembra chiaro il passaggio da un’estetica contemplativa a quella emotiva, schiudendo così le porte alle prime, soffuse luci del preromanticismo. Le novità strutturali sono facilmente individuate nell’articolazione dell’ultimo atto, dove Rossini poco si discosta dall’originale capolavoro scespiriano: la canzone del gondoliere fuori scena, sui versi danteschi di Francesca da Rimini; la canzone del salice e la seguente preghiera di Desdemona; l’ingresso di Otello ed il duetto con la sua sposa; quindi, sulla coda l’irruzione dei personaggi in scena ed il calar repentino del sipario. E’ una progressione drammatica nuova dell’intero cursus compositivo del Pesarese. Rossini plasma le forme, secondo il suo intento drammatico e non più nell’affettato rispetto della tradizionale successione di blocchi compositivi, come la soppressione dell’elemento apollineo – contemplativo, che sempre si trovava al centro del Duetto. Il contenuto drammatico degl’atti precedenti si discosta spesso dall’originale scespiriano e ciò provocò lamentele e polemiche per il librettista Berio di Salsa. La lunghezza di certi recitativi è forse eccessiva e ciò a causa di una ancor non compiuta sintesi tra l’ideale compositivo ed il risultato artistico; nonostante ciò è da notare l’interessante e coerente percorso drammatico, che vede il suo culmine nell’ultimo atto. L’Otello, ancora una volta, racconta la storia di un amore (tra Desdemona e Otello) contrastato dalla volontà paterna, che impone un matrimonio con Rodrigo. Avvincente la scelta della corda, cui è affidato il ruolo dei protagonisti: baritenore per Otello (il protagonista dello sfortunato amore), tenore lirico per Rodrigo (il rivale), tenore per Jago, il cui compito è quello di incrinare il rapporto tra Desdemona ed il suo innamorato e che germinerà nell’ultimo atto la catastrofe. Rossini imposta i tre atti secondo il seguente schema: esposizione dei fatti nel primo atto, crisi dei due protagonisti nel secondo atto, tragedia finale nel terzo atto conclusivo. Nel secondo atto, la successione dei blocchi compositivi (aria di Rodrigo, duetto Otello – Jago, terzetto Desdemona – Otello – Rodrigo, aria di Desdemona) produce un climax drammatico, che non ripara verso bagliori preromantici, ma presenta la catarsi della protagonista.

DA ARMIDA A LA DONNA DEL LAGO In Armida, la protagonista è una donna, che non muore d’amore, ma incarna la crudeltà umana, che Rossini rappresenta attraverso una scrittura vocale estremamente difficoltosa, assai densa di melismi, ripiegando su una vocalità  d’ideale astratto.
In Mosè in Egitto, soggetto sacro, notiamo come l’elemento privato dei singoli protagonisti s’incastoni magicamente all’interno del racconto biblico. Rossini ricorre ampiamente a concertati di notevoli dimensioni e grandi scene corali, nei quali l’elemento apollineo – contemplativo domina incontrastato. Interessante il tema della “Scena delle tenebre” (primo atto), in cui il Compositore ricorre alla tecnica del motivo ostinato. La tecnica del falso canone (le voci ripetono la medesima melodia, modificandola un poco alla volta) è presente, invece, nel Concertato “Mi manca la voce” e come non ricordare la celeberrima preghiera finale, “Dal tuo stellato soglio”, in cui il motivo presentato in tono minore è ripresentato in modo maggiore all’ingresso del Coro. Le storia private hanno il loro giusto spazio all’interno di duetti, mentre le arie sono quasi del tutto abolite. Diversificata è la scrittura per i protagonisti, che seguono le rigide regole del belcanto, mentre Mosé appare imponente nel canto declamato e solenne. L’opera si conclude in modo davvero sorprendente: la scena del  Mar Rosso è sottolineata da una sinfonia, dove il Maestro include il classico “temporale”. Il passaggio è una scena, in cui la pressione emotiva si stempera in una leggera melodia di ringraziamento, per obbedire alla ferrea regola rossiniana della successione di tensione ed abbandono lirico. 

Con Ermione, Rossini si propone di affrontare il teatro classico francese, che aveva la sua natura precipua nell’esaltazione dei conflitti individuali a scapito delle concentrazioni testuali sulle grandi masse. Andromaque (da Racine, 1667) vive nei pronunciati tormenti interiori dei quattro personaggi in contrapposizione tra loro. E’ sicuramente l’opera, che presenta soluzioni innovative nelle forme e nella struttura architettonica assai importanti ed ardite dell’intero corpus napoletano. Le convenzioni sono trascese: la sinfonia riceve l’intervento del Coro, durante il suo svolgimento ed anticipa soluzioni tematiche, che ritroveremo durante lo sviluppo del dramma. Le stesse arie ed i duetti assumono il ruolo di esaltare le possibilità vocali degl’interpreti, portate all’estremo nella configurazione melodiche e melismatiche: il belcanto esalta se stesso in una cornice ampiamente classicheggiante, in forme dilatate e solenni. La protagonista, nel corso della sua Aria, vive quattro stati d’animo diversi, sottolineati da altrettante sezioni cangianti. La tensione drammatica non scema, in soluzioni di alleggerimento; rimane continua, per l’elaborato tessuto orchestrale, la spinta verso soluzioni estreme nell’arte della vocalizzazione, cosicché l’Opera non sopravvisse che poche recite, per essere adagiata nella memoria dormiente della Storia.

Ne La donna del lago, l’Autore torna a cantare dell’amore contrastato tra due amanti. In qualche modo, si notano intenti restaurativi, nel consegnare la parte protagonista maschile ad un ruolo en travesti. Il lieto fine è caratterizzato da un’ampia aria finale e seguente rondò, di estrema difficoltà d’esecuzione. Le parti strutturali di raccordo, come i recitativi e delle sezioni di raccordo, denunciano una minor cura e sembra che furono affidate ad un collaboratore del Maestro. Pur tuttavia, il ritorno a forme meno ardite nei contenuti, si schiuse a soluzioni preromantiche, che vide, tra l’altro, cantar il sentimento della natura.  Eccezionale è l’attenzione posta dal Rossini all’orchestrazione, curata, calibrata, precisa nel disvelare le mezzetinte. Innovativo risulta il finale dell’Atto primo, in cui una sezione presenta le diverse sensazioni interiori dei protagonisti, alla quale segue una sezione, in cui troneggia un inno guerresco, cantato da un coro di Bardi. Sicuramente uno dei momenti epici dell’intera produzione rossiniana.

(8 marzo 2017)

(continua)

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