Gioachino Rossini. Le ultime opere napoletane: Semiramide

Nonostante l’impegno per il Teatro S. Carlo costituisse la principale fonte di attenzione dell’attività compositiva del Rossini, nel 1819 pone in scena per il Teatro alla Scala di Milano, Bianca e Faliero

È un Lavoro quasi interamente ex novo, che riserva fattura musicale di altissimo lignaggio, nonostante rappresenti una voluta fuga nelle convenzioni teatrali del tempo. È, per così dire, un solenne monumento ed omaggio ai caratteri conservativi dell’opera italiana. 

Rossini ripristina la Sinfonia iniziale, rispolvera l’uso del recitativo secco, riduce il numero delle scene d’insieme, il protagonista è affidato ad un ruolo en travesti e vive l’antico contrasto tra amore paterno (tenore di coloratura) e l’amante (basso), la trama è intessuta di equivoci ovvi ed improbabili con l’inevitabile scioglimento di ogni cabala in un lieto finale. L’espressività napoletana degli affetti è di colpo abbandonata, per volgere l’attenzione verso un’espressione di stampo settecentesco, ciò non togliendo pagine di rara riuscita grazie ad un’ispirazione sempre pronta ed a completo servizio del “Bello ideale”.

Gli interessi drammatici tornano prepotentemente a ridestarsi, quando il Compositore si accinge alla composizione del Maometto II, forse l’opera più ispirata dell’intero corpus napoletano. Un dramma privato si svolge sullo sfondo di una scena collettiva. Maometto II assedia colle sue truppe i Veneziani a Negroponte nel 1476, è la fine di una grande civiltà, soggiogata da un popolo barbaro. Ancora una volta, il contrastato amore della protagonista (Anna, soprano) per l’acerrimo nemico (Maometto II, basso) e dall’altro l’amore verso il padre (Cleomene, tenore) ed il promesso sposo (Calbo, contralto); il sacro dovere verso la patria, sullo sfondo di una tragedia, che investe la civiltà veneziana. Stavolta, Rossini concentra lo sforzo compositivo nel delineare i tratti espressivi della tragedia privata, di cui sono investiti i protagonisti. Il culmine dell’azione prevede il sovrapporsi dello svolgersi dei fatti, fino all’immancabile catastrofe finale, che vedrà la caduta di Venezia ed il suicidio della protagonista. Rossini dilata le forme, entro cui prende corpo la dimensione del dramma; pur sempre nel rispetto delle forme chiuse, cerca un’ideale continuità tra i vari blocchi, al fine di servire lo svolgersi del dramma. Nel primo atto, Rossini definisce “Terzettone” un lungo e robusto blocco compositivo, che occupa un terzo dell’atto. La prevalenza è sempre riservata alle arie solistiche (che appaiono quasi come delle scene d’insieme) rispetto alle scene corali di commossa intimità (i Veneziani) e di sentimenti brillanti (i Turchi). Le grandi arie solistiche sono riservate alle vittime del contrastato amore: Maometto II e del promesso sposo, Calbo, mentre ad Anna è riservata un’ampia scena solistica finale monca della cavatina d’effetto. Del Maometto II risulta la cura quasi maniacale impiegata nello svolgersi dei recitativi, la strumentazione assai raffinata ed elegante e l’interessante tessuto armonico innervato di cromatismi. Forse Maometto II segnò decisamente un passo troppo affrettato per il pur progressista pubblico napoletano. 

L’ultima opera composta per il pubblico di Napoli fu Zelmira. Non presenta certo delle forti novità sul piano formale. Il numero chiuso viene rispettato; la novità, forse più interessante, è il dischiudersi verso soluzioni strumentali protoromantiche, che tanto destò meraviglia presso il pubblico di Vienna, che assistette alla riproposizione del Lavoro dopo la “prima” di Napoli. L’opera fu anche pensata, perché la celebre Isabella Colbran potesse magnificare l’auditorio attraverso l’esecuzione di puntature ardite e, quindi, di facile presa sul pubblico.

SEMIRAMIDE. Abbiamo visto come la produzione precendente all’interessante periodo napoletano sia stato soprattutto caratterizzato dalla ricerca del Bello ideale, cui il Compositore ha preso a modello gli stilemi, le convenzioni del teatro settecentesco e, forse, insensibile alle suggestioni del “dramma”. L’evoluzione poetica rossiniana, in soli otto intensi anni di composizione, aveva visto un naturale volgere l’attenzione presso la continuità della narrazione, al libero uso delle forme musicali e, pur restano saldamente ancorato ad una visione classica, alcuni bagliori protoromantici avevano visto il loro apparire all’interno del denso tessuto drammatico.
Rossini, quindi, dovette considerare ormai chiusa l’esperienza italiana, che aveva visto la naturale parabola delle sue ispirazioni musicali, le quali avevano destato molto interesse soprattutto presso il colto pubblico napoletano. Prima di trasferirsi definitivamente in Francia, volle onorare un ultimo impegno col Teatro alla Fenice di Venezia, confezionando la sua ultima opera “italiana”: Semiramide, che andrà in scena il 3 febbraio 1823.
Rossini, sensibile alle aspettative del pubblico, scrisse un grande capolavoro, che segnò una forte involuzione concettuale rispetto al periodo napoletano. Il ripiegamento fu dottamente studiato dal Compositore, che nulla lasciò al caso; Rossini sente la necessità di porre ordine in questa sua continua ricerca della classicità, alla luce delle antiche esperienze. Allora il Tancredi è il modello, cui ispirarsi, nell’ambito di scelte, conquiste e sicurezza dei propri mezzi, maturati durante l’intensa attività creatrice. Il risultato è quello di un grande capolavoro, organizzato seguendo schemi precostituiti: personaggi centrali sono il contralto protagonista (Arsace, en travesti) ed un soprano drammatico (Semiramide), affiancati da un basso malvagio (Assur) ed un tenore amante (Idreno). La Sinfonia è ripristinata ed il climax del primo atto ha il suo momento culmine nel concertato, cui segue una stretta di alleggerimento. Rossini conferma le arie per i protagonisti e nell’ambito dei duetti e terzetti si svolge la trama, mentre le scene d’insieme si hanno nell’Introduzione e nel finale dell’Atto primo. Lo schema seguito nel definire le arie è sempre il medesimo: cantabile con cabaletta e tre Andanti per i duetti, legati dall’uso del recitativo accompagnato. Il materiale usato ingigantisce le forme per l’ampiezza dei brani, dove traspare l’uso anche delle ripetizioni. In questa maestosa cornice, il belcanto, con le sue regole astratte, vive la massima esaltazione a volte anche completamente sganciato dal significato drammatico: una scrittura acrobatica ed estremamente arabescata, che erge un monumento a se stessa; siamo nell’esaltazione totale dell’astratto. La Semiramide riassume tutti i topoi del teatro rossiniano: la negazione dell’amore, l’equivoco, il disinganno, lo smarrimento della personalità.
Semiramide è la summa del teatro rossiniano, che cerca di rimanere ancorata ai valori decaduti della civiltà classica, ormai in estinzione. Valori cui Rossini rimarrà fedele per tutta la vita.

(15 marzo 2017)

(continua)

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