La musica come arte dell’interiorità: pensieri sull’Estetica di Hegel (prima parte)

A Georg Wilhelm Friedrich Hegel si devono le pagini più intense sulla natura della musica. Egli divide, con incredibile maestria, la realtà dal ragionare pacato e sereno, riconsegnandoci una considerazione ragionata della realtà filtrata dai concetti. Il suo ideale estetico è sorprendentemente lontano da quello romantico e valorizza l’equilibrio della musica di Rossini, contemporaneo di Chopin.
Nelle ultime parti dell’Estetica, Hegel pone la musica in compagnia della poesia tra le arti romantiche in un rapporto mobile, dialettico, per cui ovviamente esisterà anche una musica e poesia classica. Egli pone in essere la tendenza precipua di ogni arte nel difficile compito della rappresentazione di se stessa attraverso un modello, realizzante la sua natura comunicativa. È chiaro che il modello non sia un oggettivo presupposto per la realizzazione, è la realizzazione che evidenzia la tendenza del modello. La materia è manifestazione oggettiva nella forma.


«Ma se l’interno, come è già accaduto nel principio della pittura, deve in effetti palesarsi come interiorità soggettiva, il materiale veramente corrispondente non deve essere di tal genere che abbia per sé ancora sussistenza».
L’atto creativo è moto individuale, soggettivo, scevro da ogni contatto esteriore. È chiaro che la manifestazione avvenga all’interno di modelli precodificati, (come le varie forme compositive), i quali non devono contenere, nel proprio essere, alcun germe ante – creativo. I modelli nascono in forma oggettiva, perché sono al servizio del Compositore, che li utilizzerà, per poter comunicare il moto del suo spirito creatore e manifestare la propria sensibilità artistica.


«Con ciò otteniamo una estrinsecazione e comunicazione nel cui elemento sensibile l’oggettività non entra come figura spaziale dotata di persistenza, e noi abbiamo bisogno di un materiale che nel suo essere per altro è senza consistenza e sparisce appena sorge ed esiste»
Il suono al suo apparire scompare, dura esattamente il tempo deciso dall’autore; il suono è quindi la manifestazione uditiva del moto dell’anima, che ha incardinato in un modello precostitutito l’atto del suo movimento creativo. Essendo moto dell’anima, non potrà mai contenere alcunché di oggettivo, infatti, ognuno dall’ascolto ricava un suo giudizio personale, un’emozione incondivisibile e quindi intrasmettibile verbalmente, proprio per la mancanza di spazialità nell’atto primigenio.


«Questa cancellazione non già di una sola dimensione spaziale, ma della spazialità totale in generale, questo completo ritirarsi nella soggettività sia dal punto di vista dell’interno che dal punto di vista dell’esterno, è prodotto dalla seconda arte romantica: la musica»
La prima arte romantica è la poesia; nella musica, la creazione consta per sua natura di una totale assenza spaziale dell’elemento oggettivo, perché il Compositore, per procedere verso l’atto creativo, dovrà chiudersi in se stesso, isolarsi dal mondo, far maturare dentro si sé l’Uovo cosmico, che diede alla luce Phanes, l’essere androgino: la melodia sarà composta da elementi femminili e maschili. Il compositore può servirsi di un pentagramma vuoto e non potrà mai ispirarsi a composizioni preesistenti, se non vorrà scadere in una volgare imitazione, degradando così la propria natura divina.


«A questo riguardo essa costituisce il centro vero e proprio di quella manifestazione che assume il soggettivo come tale sia a contenuto che a forma. Infatti, essa come arte, pur portano a comunicazione l’interno, rimane tuttavia essa stessa soggettiva nella sua oggettività cioè non lascia, come le arti figurative, divenire per sé libera l’estrinsecazione a cui si dischiude, né la fa pervenire ad un’esistenza in sé quietamente sussistente
Lo schema precodificato è soggetto a impercettibili variazioni da parte di chi lo usa (e qui basterebbe citare l’evoluzione della forma – sonata da Mozart a Mahler), pur rimanendo profondamente sempre fermo nella sua oggettività esistenziale. Tra contenuto e forma s’instaura un dialogo vivace, sicché – pur rimanendo nella sua sostanziale oggettività – lo schema, nelle mani di un Compositore, proprio perché elemento vivo e non cristallizzato dal tempo, è investito dalla soggettività, che lo deforma, lo cambia, lo muta, lo trasforma. Mentre un quadro, una volta terminato, vive al di là del suo creatore ed forma d’arte cristallizzata nel tempo; la musica – al contrario – siccome si serve del suono, che vive nell’attimo in cui muore, è un’arte rigeneratrice di se stessa ed ogni volta ripresenta la medesima soggettività creatrice del primo attimo.


«Invece elimina questa esistenza come oggettività e non concede all’esterno di appropriarsi, come tale, una salda esistenza di fronte a noi».
La bellezza e l’atrocità della Composizione vivere l’Essere e non Essere nell’istante in cui appare. E’ così breve il tratto, il percorso, che si spegne, nel momento in cui la udiamo; non facciamo in tempo a consolidarla, a stabilizzarla, perché la melodia è evanescenza, è forza immediata, che immediatamente si spegne; è come un bagliore, che brucia gli occhi cancellandone subito il ricordo.

(19 aprile 2017)
(continua)

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