La musica come arte dell’interiorità: pensieri sull’Estetica di Hegel (seconda parte)

«In quanto però questa eliminazione dell’oggettività spaziale come mezzo di manifestazione è un abbandono di tale oggettività, il quale ancora proviene dalla spazialità sensibile stessa delle arti figurative, questa negazione deve altrettanto verificarsi nella materialità fin qui quietamente per sé sussistente, proprio come la pittura nel di lei campo ha ridotto le dimensioni spaziali della scultura alla sola superficie
L’atto musicale è pura soggettività, che può solo esprimersi, annullando tutto ciò che già preesiste, non in quanto modello, ma in quanto altro atto creativo.
Il paragone con la scultura è altrettanto chiaro: la scultura, che vive nella tridimensionalità, nel momento in cui si esprime come pittura, abbandona le tre dimensioni, per entrare in una superficie, all’interno della quale la prospettiva ripropone le tre dimensioni, ma – sappiamo – bene in un’ottica totalmente falsata.


«L’eliminazione dello spaziale consiste perciò qui solo nel fatto che un determinato materiale sensibile rinunzia alla sua quieta esteriorità reciproca, entra in movimento, e tuttavia in siffatta guisa vibra in sé ogni parte del corpo coerente non solo muta il proprio posto, ma tende a ricollocarsi nello stato precedente. Il risultato di questo vibrare oscillante è il suono, materiale della musica
La descrizione della breve vita del suono è chiara. L’atto creativo si traduce in suono, materiale allo stato di quiete, che non può vibrare (e quindi essere), fin quando non sia prodotto dall’esecutore. Il suono nasce (lo abbiamo già accennato) e dura esattamente il tempo deciso dal suo creatore; nell’attimo di vita, vibra, al termine della vibrazione ritorna al suo stato naturale di quiete; in altre parole, non subisce modificazione nella sua natura intrinseca, dopo l’intervento dell’esecutore, che non ha il potere di cambiarne i tratti naturali, ma si serve della sua natura, perché possa esprimersi e poi ricollocarsi nel suo stato di quiete.


«Con il suono la musica abbandona l’elemento della forma esterna e della sua intuibile visibilità, ed ha quindi bisogno, per concepire le sue produzioni, anche di un altro organo soggettivo, l’udito, che appartiene, come la vista, ai sensi teorici e non a quelli pratici, ed è, anzi ancora più ideale della vista
L’autore mette in risalto qui la caratteristica particolarissima dell’opera musicale, che, a differenza della pittura, al fine di ritornare in vita, ha bisogno di chi ascolta, fosse anche l’esecutore. La pittura è un’arte, che vive emozionando, anche se il quadro non avesse davanti dei visitatori; un quadro pulsa, ha una sua particolare vita interiore completamente scevra da qualsiasi contatto esterno. La musica ha invece tutt’altra particolarità: un pezzo non ha vita propria; raccontava bene il Maestro Carlo Maria Giulini: «La musica è lettera morta, finché è scritta sul pentagramma; diventa fonte di emozione, quando viene suonata». Il suono ha bisogno, per emozionare (causa principale dell’Arte) di qualcuno che la ascolti. E ascoltiamo attraverso l’udito, il quale, come senso, è pura idealità, perché – lo abbiamo affermato – dall’ascolto ognuno ricava impressioni personali, soggettivamente diverse. Il limite e la bellezza del suono, in ultima analisi, consiste nella necessità che entri in contatto con il proprio fruitore, per vivere, nel momento in cui verrà prodotto».


«Infatti la contemplazione quieta, senza brama, di opere d’arte, lascia sì sussistere in quiete gli oggetti per sé, come esistono senza volerli annullare, ma quel che essa coglie non è ciò che è in se stesso idealmente posto, bensì, al contrario, quel che si è mantenuto nella propria esistenza sensibile
Nella pura contemplazione di un capolavoro d’arte si coglie ciò che l’opera d’arte ha mantenuto, nel momento in cui è stato creato.


«L’orecchio invece senza volgersi praticamente verso gli oggetti, percepisce il risultato di quella interna vibrazione del corpo, con cui viene ad apparire non più la quieta forma musicale, ma la prima e più ideale sfera dell’anima
L’udito non ha bisogno di fissare l’elemento, da cui nasce il suono; non percepisce la forma, in cui è irreggimentato il pensiero musicale, poiché stabilisce un inconscio (per chi ascolta) contatto direttamente con la fonte, che ha creato. Ascoltando una Sinfonia di Beethoven, entriamo in contatto direttamente con la sfera dell’anima più ideale del Compositore e lo stesso avverrà, qualora ignorassimo addirittura il creatore!


«Ora, essendo la negatività in cui qui entra il materiale vibrante, per un verso un’eliminazione a sua volta eliminata dalla reazione del corpo, l’estrinsecazione di questa duplice negazione, il suono, è un’esteriorità che si sopprime nel suo sorgere con la sua stessa esistenza e sparisce in se stessa»
Hegel descrive la natura del suono: muore nell’istante in cui nasce, per dar vita, conseguentemente, ad un ulteriore suono; la composizione vive nel tempo cronologico è ha bisogno di uccidere ogni volta il suono per esistere, per fluttuare, per vivere. Il concetto di morte per nascere ha risvolti iniziatici assai profondi, la cui sede è nell’interiorità del creatore: incomunicabili, inconfessabili, intraducibili. E’ il creatore che, per esprimere una melodia, contempla la morte di ogni suono, per dare spazio alla vita della melodia, che come tale si esplica nel tempo. La melodia è un terribile Saturno, che divora la propria natura, di cui è formato: mangia i suoi figli; la melodia mangia se stessa, per vivere e poi scomparire nel nulla.

(20 aprile 2017)


 (Continua)

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