Il mondo dell’opera nel Settecento. L’alba dei tempi nuovi

Giovan Battista Pergolesi (1710 – 1737)

Il 2 Giugno 1752, Eustachio Bambini mette in scena all’Opéra di Parigi La serva padrona di Giovan Battista Pergolesi. Bambini è un impresario ambulante del teatro d’opera, il quale provvede, per quanto possibile, a far conoscere all’Europa le meraviglie del melodramma italiano.
Egli non conosce la portata storica di questo evento: la querelle, la quale infiammerà gli animi dei melomani e che la Storia chiamerà querelles de bouffons, ovvero dei «buffi», come i francesi chiamavano i nostri comici, cantanti e attori del genere del repertorio.  La rappresentazione de La serva padrona, che tanta importanza ebbe nella storia del melodramma, non porterà certo fortuna al Bambini, il quale dovrà obbedire all’ordine di Luigi XV, col quale si indica a tutti i comici italiani di abbandonare Parigi. Se ne tornerà nella natia Pesaro e di lui si perderanno le tracce.
Alla fine della querelle, trionferanno i sostenitori (le coin de la Reine, l’angolo della Regina) dell’opera italiana sugli strenui oppositori (le coin du Roi), partigiani dell’opera francese.
Dove ricercare la causa di tanto clamore per un intermezzo, come La serva padrona, scritto nel 1733 ed andato in scena, senza raccogliere eccessivo successo, qualche anno prima dell’allestimento del Bambini, nella capitale francese?

Jean Baptiste Lully (1632 – 1687)

L’Opéra è il tempio della tragèdie lyrique e dell’opéra ballet; dei lavori aulici di Lully e Rameau, dove eroi e dei dispiegano melodie celestiali. Vedere su quelle scene personaggi presi dalla vita reale, che divertono, inducono al sorriso è uno scandalo da mal sopportare.

Jean Philippe Rameau (1683 – 1764)

Parigi è una città in fermento culturale; solo nel 1751, Diderot e D’Alambert iniziano la pubblicazione dell’Encyclopédie, la cui voce «Musica» è compilata da Jean Jacques Rousseau. Bambini prosegue nella messa in scena d’intermezzi comici (in italiano ed in estemporanee versioni francesi), mentre gli ambienti culturali parigini si domandano quale sia l’indirizzo, che debba prevalere: serio o buffo?

A Parigi, trionfa la tragédie lyrique; la domanda, che si pongono gl’illuministi è, se, effettivamente, questo genere risponda all’ideale di «eroico sublime», al perfetto modello di classicità.
In quegli anni, iniziano gli scavi di Pompei, si avvia il prezioso recupero di reperti archeologici, rappresentanti appunto quella ricercata classicità del bello ideale; Winckelmann, a proposito di classicità, scrive di «nobile semplicità e tranquilla grandezza negli atteggiamenti come nell’espressione».
Come conciliare allora la finzione, l’artificio, il vacuo virtuosismo e gli orpelli del Rococò?

Johann Joachim Winckelmann (1717 – 1768)

Il Winckelmann, insomma, vuole contrastare l’esistenza dell’eccesso, del meraviglioso, caratteri precipui dell’opera seria. Gl’illuministi, dal canto loro, criticano gli artifici della tragèdie lyrique; quando va in scena allora La serva padrona, appare immediatamente come  modello del vero modo d’intendere la semplicità e la naturalezza della classicità, poiché propone personaggi reali, credibili, sinceri, sciolti da ogni incrostazione inutilmente intellettualistica, che vivono appieno i sentimenti, di cui sono interpreti attraverso la melodia.

Jean Jacques Rousseau (1712 – 1776)

Sempre nel 1752, Jean Jacques Rousseau, infaticabile uomo di cultura, scrive un intermezzo: Le devin du village (L’indovino del villaggio), che va in scena a Fointainebleau; nel 1753, fornisce alle stampe la Lettre sur la musique française, vero e proprio manifesto riformatore.
Nel lavoro, appunta la sua analisi sull’uso della lingua francese in musica: in buona sostanza, una lingua poco musicale, perché la pronuncia poco si addice alla cantabilità, al contrario della lingua italiana: «[…] dolce, sonora, armoniosa, accentata e queste quattro qualità sono precisamente le più convenienti al canto».

Raniero De’ Calzabigi (1714 – 1795)

In quegli anni, Raniero de’ Calzabigi, letterato, si trova a Parigi; è, infatti, dovuto scappare dall’Italia, perché accusato di avvelenamento, quando era a servizio dei Borboni, a Napoli.  Nella capitale francese, diventa amico di Giacomo Casanova e, col celebre seduttore, ottiene la gestione della lotteria, mezzo che gli permetterà di vivere e, quindi, di frequentare gli ambienti illuministi.

Nel pieno della querelles, stampa un poema eroicomico: La Lulliade o i buffi italiani scacciati da Parigi. Riassume circa un secolo di storia: l’arrivo a Parigi di Jean Baptiste Lully, il trionfo della tragédie lyrique, i tentativi vanamente falliti di Jean Philippe Rameau di avviare delle riforme del teatro, fino alla querelle, scatenata dagli intermezzi comici. Tutti i protagonisti sono trasferiti in un immaginario Olimpo, dove discutono animatamente, satireggiando su tutto.

A Parigi, si scrivono opere comiche in lingua francese, grazie anche al sostanziale contributo del compositore italiano Egidio Duni. E’ un periodo fertilissimo, durante il quale maturerà un dibattito, che non avrà eguali nella storia e l’unica trionfatrice sarà, ancora una volta, l’Opera.

(25 maggio 2017)

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