Il mondo dell’opera nel Settecento. Dal mito alla storia

Giovan Battista Pergolesi (1710 – 1736)

Per comprendere appieno la funzione dirompente de «La serva padrona» di Giovan Battista Pergolesi, incominciamo col parlare di uno dei Lavori, che attrasse molti Compositori: «Griselda». La prima traccia risale al XII secolo all’interno della produzione letteraria francese. Petrarca ne parla, mentre Boccaccio tratterà il soggetto all’interno della «Decima giornata» del «Decamerone». 

Apostolo Zeno, poeta cesareo alla corte di Vienna dal 1718 al 1828, ne ricava un libretto, che sarà musicato da Antonio Pollaroli.

La prima scena si svolge all’interno del Gabinetto di Re Gualtiero di Sicilia, il quale annuncia il ripudio della sua donna (Griselda) agli uomini di corte. La seconda scena si colora dell’intervento della protagonista, la quale conversa animatamente con il Re: una donna che esplora e manifesta i suoi sentimenti come una comune mortale, seppur Regina.  Apostolo Zeno è un riformatore: egli espunge i personaggi mitologici dal racconto in contrapposizione alle didascalie arcadiche. Conserva ancora l’assunto morale: la mite Griselda sopporterà stoicamente il ripudio, applicato dal Re in nome della ragion di Stato ed i suoi sforzi alla fine saranno degnamente premiati. 

Antonio Vivaldi (1678 – 1741)

Il libretto, come avemmo a dire, suscitò un forte interesse presso tanti musicisti dell’epoca, toccando anche la sensibilità creatrice di Antonio Vivaldi, il quale, contattato dal Teatro S. Samuele di Venezia 1735, si convinse a mettere in scena il celebre libretto. 

Come prassi dell’epoca, affidò il rimaneggiamento del libretto originario, al fine di piegarlo ai suoi intendimenti, al giovane Carlo Goldoni. 

Carlo Goldoni (1707 – 1793)

I due artisti s’incontrano ed iniziano immediatamente le pressioni della primadonna, Anna Giraud. Essendo i cantanti i veri protagonisti, poiché il loro blasone artistico richiamava il pubblico pagante, i veri creatori (musicista e librettista) dovevano essere pronti a soddisfare le esigenze e, molto spesso, i capricci dei divi scritturati. Così, la forma, che potesse raccogliere le istanze delle ugole, si risolveva nel «Pasticcio», in cui le esigenze drammatiche trovavano poco spazio, al fine di porre in buona luce le capricciose richieste dei cantanti. Questo genere letterario, tanto in voga all’epoca, attirò le critiche di Antonio Ludovico Muratori, che ne «Della perfetta poesia italiana» evidenzia come la poesia sia ridotta a serva della musica; come i cantanti, a completo danno dello sviluppo drammaturgico, impongano, quando si debba eseguire l’Aria o il Recitativo. Il poeta insomma è alla mercé delle istanze degli Artisti piuttosto a quelle della metrica. 

Ludovico Antonio Muratori (1672 – 1750)

Il pubblico teatrale amava solo gli atteggiamenti dei divi del palcoscenico; sonnecchiava o peggio rumoreggiava spazientito durante l’esecuzione dei Recitativi, seguiva nel massimo silenzio e la giusta concentrazione le Arie, in cui i cantanti esibivano quei virtuosismi tanto cari alle orecchie dei paganti e – forse – non molto graditi al povero Compositore. Il culmine dell’attenzione si concentrava sul da capo, quando l’esecutore piroettava in mirabolanti variazioni telluriche, che nulla dividevano col testo. I cantanti potevano spadroneggiare, imponendo le loro volontà di carattere edonistico al povero Compositore ed al Librettista, poiché il pubblico riempiva il teatro, al fine di rimanere incantato davanti a dimostrazioni inverosimili di mera acrobazia vocale. A tal proposito, Pietro Metastasio, insigne ed aulico librettista, preferiva non assistere alla rappresentazione dei suoi drammi.

Pietro Metastasio (1698 – 1782)

«La serva padrona» va in scena nel 1733 presso il Teatro S. Bartolomeo di Napoli, il più importante della città partenopea, inaugurandosi il S. Carlo nel 1738. L’intermezzo, posto tra gli atti de «Il prigionier superbo» vuole celebrare «il felicissimo giorno Natalizio della Sac. Ces. Catt. Real Maestà di Elisabetta Cristona Imperatrice Regnante». L’intermezzo, in particolare, è dedicato «all’Eccellentissima Signora D. Teresa Contessa Visconti, nata Marchesa Cusani, Vice Regina di questa Città, e Regno». L’autore del libretto è Gennarantonio Federico, non eccelso letterato, ma fine conoscitore delle esigenze teatrali ed è perciò assai ricercato dai compositori. Nell’accingersi a ideare la stesura di un lavoro buffo, ricorre al gioco dell’equivoco e dell’inganno, quale eco dei canovacci della Commedia dell’arte. Pochi personaggi, la cui azione è concentrata quasi in scene fisse, allestimenti essenziali e, soprattutto, massima riconoscibilità nella collocazione sociale. Uberto e Serpina sono i due protagonisti; un vecchio zitellone ipocondriaco ed una servetta bella ed imprevedibile, capricciosa e prepotente. Accanto a loro Vespone, un mimo, figura quanto mai utile, per arricchire i duetti già, di per sé, vivacissimi. «Griselda» e «La serva padrona», lavori così vicini nel tempo, ma tanto lontani nella concezione, nella costruzione drammaturgica; l’una tenta di commuovere, l’altra di ridere. Negl’intermezzi, il compositore segue il percorso del canto, irrobustendolo, aiutandolo, incalzandolo con un’orchestrazione, si vivace seppur essenziale. Inizia ad evidenziarsi sempre più una frattura, che sarà via via sanata, attraverso nuovi accorgimenti drammatici, tra Recitativo ed Aria, che nell’opera seria rappresentavano due blocchi poco comunicanti. Azione (recitativo) contemplazione (aria), in cui i cantanti emergono con la loro inarrivabile arte canora a completo danno dell’azione, che subisce una prevedibile pausa, in attesa che il divo possa compiere i suoi funambolici voli vocali. Ormai siamo giunti al punto di provare a far dialogare l’opera seria con gl’intermezzi, che il pubblico ammira durante la medesima sera. Avremo sul palcoscenico Orfeo oppure Uberto, ambedue dovranno rispondere agli stessi schemi drammaturgici, perché siano sempre più collocabili nella realtà quotidiana ed il pubblico possa lentamente provare ad identificarsi in un gioco davvero strano, in cui la vita ed il teatro s’incrocino in una nuova dimensione. Coloro che faranno le spese di questa lenta, ma inesorabile evoluzione verso un teatro più simile al vero della vita, saranno gli evirati.

Carlo Maria Broschi detto Farinelli (1705 – 1782)

(7 giugno 2017)

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