Il mondo dell’opera nel Settecento. Un canto perduto (seconda parte)

Molteplici le testimonianze da parte di coloro che ebbero la fortuna di ascoltare queste voci angeliche; l’abate Ragnenet così scriveva: «Sono delle gole e sono delle voci di usignolo, sono dei fiati che vi alzano da terra e v’impediscono quasi di respirare, dei fiati infiniti per mezzo dei quali essi eseguono dei passaggi di non so quante battute. E in questi passaggi fanno degli echi, sostengono note tenute di una lunghezza prodigiosa e alla fine, con un colpo di gola simile a quello degli usignoli, riescono ancora a fare delle cadenze della stessa durata […] I castrati non solo toccano l’anima con la loro bella voce, ma impersonano ruoli femminili con maggiore grazia e bellezza delle donne stesse». Segue il parere di Gian Vittorio Rossi, filologo, amico del cardinale Fabio Chigi, il futuro Alessandro VII: «Loreto Vittori ha una voce aggraziata e splendida, atta ad eseguire qualunque variazione mutamento, e tale che risponda a qualsiasi sollecitazione, ed è di volta in volta, grave, acuta, mossa, lenta, forte, leggera […] Se ha da mostrare i detti di un uomo turbato dall’ira, sfoggia un tipo di voce acuta, eccitata, spesso precipitosa; se sono da mostrare compassione e tristezza, un tipo di voce flessibile, spezzata, flebile; se deve esprimere timore, una qualità di voce dimessa, esitante, avvilita».

Johann Wolfgang Goethe (1749 – 1832)

L’autore del Faust, Johann Wolfgang Goethe si espresse nel 1787 sui castrati con le seguenti parole: «Ho riflettuto sulle ragioni per cui questi cantanti mi sono immensamente piaciuti e credo di averle trovate. In simili spettacoli era in generale più fortemente sentito l’ideale dell’arte come iniziazione e dalla loro abilità interpretativa nasceva una sorte di cosciente illusione. Se ne ha così un duplice piacere, in quanto queste persone non sono donne, ma solamente le rappresentano. I castrati hanno studiato le caratteristiche del sesso femminile nella sua essenza e nel suo comportamento; le conoscono perfettamente e artisticamente le ricreano; non rappresentano insomma se stessi, ma una natura a loro estranea». Dall’analisi dei tre illustri uomini di lettere, emergono chiaramente dei tratti molto simili tra loro; tutti evidenziano la capacità straordinaria di questi artisti di celebrarsi in spericolate e vorticose esibizioni, tali da rasentare l’impossibile. Solo Goethe, in verità, approfondisce il carattere psicologico di costoro, al fine d’interpretare il motivo di così tanto interesse e meraviglia, che suscitarono in lui. Ciò che probabilmente colpiva era la capacità di creare qualcosa, che non era affatto rintracciabile nel corso e nell’evoluzione della natura, tale da rappresentare un archetipo dell’astratto; una assoluta liberazione dai tratti precipui delle capacità naturale, per esplorare mondi immaginari, ma che, attraverso le loro qualità vocali, si materializzavano attraverso esecuzioni, che dovevano scavalcare le umane possibilità. Per Jacopo Martelli, poeta bolognese, amico di Scipione Maffei ed Antonio Ludovico Muratori, esaltava «la strumentalizzazione dell’idioma vocale». Il delirio vocale raggiungeva l’estasi, quando il Farinelli cadenzava con dodici trilli consecutivi, una sola nota di riposo e poi altrettanti trilli, quasi a paventare uno somiglianza colle capacità tecniche del violino. In questo gioco di fine e innaturale astrattezza, la voce caratterizza il personaggio, il quale si piega alle capacità sbalorditive della tecnica, mentre il ruolo psicologico tristemente è costretto a tacere. In fondo, il mondo barocco è «l’arte della meraviglia», non si dovrà commuovere il pubblico, ma eccitarlo, per catturarlo e trasportare l’attonito uditorio quale partecipe attivo della grande performance, che si sta vivificando attraverso la ricercatezza di arabeschi incantatori.

Carlo V, imperatore d’Austria (1500 – 1558)

Carlo V, imperatore d’Austria, chiederà al Farinelli: «Finora avete soltanto stupito il vostro pubblico, perché non provate anche a commuoverlo?». Una conferma delle capacità medianiche dei grandi evirati di essere stupefacenti, ma nello stesso tempo un tenue invito: commuovere, toccare l’anima, non attraverso la sempre pur fredda esecuzione di scale vorticose, ma attivare la propria anima, pescando nei suoi reconditi anfratti, laddove si nasconde spesso l’ispirazione, che tocca per colpire. Quanti furono gli evirati? Tanti, poiché i teatri d’opera ne chiedevano, per eseguire melodrammi. Nella metà del Settecento, s’inizia ad avvertire i primi sintomi di crisi. Grazie, infatti, alla sempre più crescente affermazione dell’opera buffa, che richiede, quale interpreti, personaggi «reali», la scrittura vocale subisce dei vistosi cambiamenti, per cui l’utilizzo dei mutilati viene sempre meno.

Giuseppe Parini (1729 – 1799)

Iniziano a levarsi delle voci qualificate, che dichiarano di non gradire quell’eccessiva dimostrazione di capacità vocali, completamente disgiunta da ogni significato drammatico. Giuseppe Parini li accusa addirittura di perpetuare un costume, che ritiene barbaro ed inaccettabile ed, a proposito del loro canto, lo giudica noioso! Un altro aspetto partecipò al lento declino degli evirati: le condizioni economiche dell’Italia andavano lentamente migliorando, cosicché i padri si sentirono esentati dal sottoporre i propri figliuoli all’orrenda pratica della castrazione, che – comunque – avrebbe garantito una vita migliore.

I mutilati reduci così trovarono riparo nell’abbraccio di madre Chiesa, che li ospitò nelle cantorie, a patto che rinunciassero per sempre ad esibirsi in teatro: così dichiarò Benedetto XIV.

Giovan Battista Martini (1706 – 1784)

L’autorevolissima voce di Padre Giovan Battista Martini, nel 1750, non fece mancare il suo accento, quando, nel ricevere una pressante richiesta di raccomandazione, perché un evirato facesse parte della Cappella di S. Apostoli in Roma, rispose che la Chiesa stava abbandonando la pratica di accogliere gli evirati all’interno delle chiese. La parola fine fu posta solo nel 1903, quando Pio X col Motu proprio precisò che «la musica sacra concorre ad accrescere il decoro e lo splendore delle cerimonie ecclesiastiche […] e deve possedere nel grado migliore la qualità e precisamente la santità e la bontà delle forme… […]. Deve essere santa e quindi escludere ogni profanità non solo in sé medesima, ma anche nel modo onde viene proposta dagli esecutori». In quegli anni presso la Cappella Sistina, due gli evirati, che prestano servizio in qualità di direttore del coro (fino al 1895), Domenico Mustafà e Alessandro Moreschi, l’ultimo castrato, che lasciò una riproduzione fonografica del suo canto angelico. Moreschi accompagnò altresì le esequie di Vittorio Emanuele II, primo re d’Italia, e Umberto I. Forse il ricordo tenue e struggente di un’epoca, che stava tristemente tramontando per sempre.

(Fine)

Domenico Mustafà (1829 – 1912)

(14 giugno 2017)

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