La damnatio memoriae

L’articolo è apparso sul sito www.accademianuovaitalia.it il giorno 6 luglio 2020 a firma di Roberto Pecchioli.

L’articolista ricorda come, nella memoria romana, sussistesse la «condanna della memoria», riservata a tutti coloro che si fossero macchiati di atti sacrileghi verso la società: ogni traccia di costoro sarebbe dovuta essere confinata in un eterno nulla. Infatti, il cognome non sarebbe stato più tramandato, così come le immagini ed ogni opera sociale, che avrebbe coinvolto il reo. Tutto ciò fu applicato, durante il periodo della degenerazione dello Stato, anche alla memoria di quei defunti, ritenuti colpevoli, di cui sarebbero stati abbattuti finanche i monumenti.

La società occidentale sta vivendo una lunga e sembra perenne, infinita agonia da molti anni, ormai dimentica delle sue radici, che, con ogni atto, sembrano debbano essere recise in nome di una nuova (in)civiltà di tutti stupendamente uguali, armati di un unico pensiero. Così assistiamo, vili e silenziosi, all’abbattimento di statue, dedicate a coloro che si sarebbero macchiati di delitti terribili, assegnando la parte del «cattivo» ad una ben preciso segmento sociale, mentre le parte del «buono» sarebbe incarnata da un altro ben preciso segmento sociale in un’infelice quanto misera divisione manichea dell’ideologia.

Nella prima parte del secolo XX, avevamo assistito alla damnatio memoriae delle ideologie, che avevano portato al disastro il mondo, condannandole quali solo portatrici di esperienze nefaste, negando che il «bene» ed il «male» – chiarificando cosa distingua l’uno dall’altro – siano nella medesima realtà, indivisibili. A questo proposito, sembra davvero terribilmente profetico ciò che scrisse George Orwell in «1984», colla giusta rubricazione sui fatti odierni: «Tutti i documenti sono stati distrutti o falsificati; tutti i quadri dipinti da capo, tutte le statue, le strade e gli edifici cambiati di nome, tutte le date alterate, e questo processo è ancora in corso, giorno dopo giorno, minuto dopo minuto. La storia si è fermata. Non esiste altro che un eterno presente nel quale il partito ha sempre ragione.» E’ l’anticamera del pensiero unico imperante, l’anticamera della dittatura, non più del proletariato, ma dell’unica visione del mondo possibile e tutto ciò che si oppone deve essere cancellato, distrutto, dimenticato, obliato in nome del governo del Principe.

Non vediamo un nido composto da foglie di sandalo, di mirra, di erbe aromatiche, in cui l’araba fenice risorgeva ogni 500 anni con mille e più colori, come dovrebbe essere il viver sociale, composto da mille e più pensieri a testimonianza della qualità migliore insita nell’uomo: la sua unicità. Osserviamo la «massa», il «gregge», tutti falsamente «uguali», incapaci di senso critico, a cui è impedita ogni contestazione, soprattutto intellettuale.

Ogni società si esprime attraverso dei simboli, che nel corso dei secoli – proprio perché simboli e quindi destinati includendi – sono stati oggetto di studi e nuovi approfondimenti, che hanno ingigantito la loro funzione ed espresso il particolare momento storico. La guerra contro i simboli è la peggior arte, che degli scalmanati possano condurre, poiché distruggeranno la memoria dell’uomo, che non vedrà rappresentato nulla di ciò che vive interiormente. Bisogna distruggere il desiderio di spiritualità, la capacità di vivere vedendo l’orizzonte e quindi descrivere un finale diverso ogni volta, in virtù di un copione già scritto da chi vuol condurre l’uomo a vivere esclusivamente nel valore economico. Cancellare la cultura, memoria del passato, umiliare i dissidenti ed il loro pensiero; ricorda la Rivoluzione culturale di Mao Tse Tung, organizzata al mero bieco e terribile scopo d’impossessarsi del potere, escludendo, umiliando, deportando chi non era con lui. E’ l’ennesimo gioco del Potere, il quale, al fine di sopravvivere, deve cancellare ogni individualità. La televisione, strumento dell’imbarbarimento deu fruitori, compie il suo massacro sulle menti dei tele – dipendenti (ahimè quanti ne sono), i quali ormai parlano il brutto linguaggio dei beniamini televisivi, spesso uomini senza qualità, ma con la qualità di parlare tutti lo stesso linguaggio, infarcendo il vuoto dei discorsi spesso con dei disgustosi quanto inutili anglicismi.

L’Europa è ormai un cumulo di macerie identitarie; appellarsi alla patria, come solo nel 1983 Enrico Berlinguer dimostrava nei suoi lungimiranti discorsi, è praticato quale atto eversivo; tutti a favore di questa Europa politica: dobbiamo essere europei. Peccato che nessuno ci abbia ancora raccontato cosa significhi. Costruito così il nemico, lo si abbatte, per non riconoscergli ed accettare la sua diversità; bisogna omologarsi, pensare la medesima cosa, perché «qualcuno» ha deciso – non so in quale stanza del mondo – che il «bene» sia esclusiva realtà di una sola parte politica.

Oggi si parla spesso – senza alcuna cognizione – di «fascismo» ed «antifascismo», dottrina politica morta col suo fondatore nel 1945. Pier Paolo Pasolini rammentava del pericolo del «fascismo degli antifascisti» ed analizzava come il Regime del Ventennio non fosse stato per nulla capace di «fascistizzare» l’Italia, al contrario la «società dei consumi» era già 50 anni fa riuscita nel suo intento di stabilire il «consumo di massa». Allora il vero nemico – come vorrebbero farci credere – non è nel falso rigurgito fascista, ma nell’imposizione del «consumismo», che condanna il «consumatore» ad acquistare – spesso indebitandosi – oggetti spesso non necessari, per garantirsi una vita dignitosa. Oggi coloro che abbattono, gli iconoclasti del XXI secolo, sono i veri «fascisti», perché non amano vivere nel presente, devono resuscitare fantasmi, che dormono il sonno dell’eternità, per giustificare la loro voglia di sangue, perché rivolto a persone, che non sono più tra noi e certamente non possiedono il potere di esercitare alcun potere su noi (Cristoforo Colombo che potere esercita?).

La violenza è il linguaggio del Potere, perché «nulla è più anarchico del potere, il potere fa praticamente ciò che vuole» (P. P. Pasolini da un’intervista rilasciata nel 10975, durante la lavorazione del film «Salò o le 120 giornate di Sodoma»). La violenza è insita nell’uomo, creatura angelica e diabolica, quando teme per la sua incolumità, quando sente in sé l’insicurezza, ha paura del domani, allora scatena la violenza, imponendo il suo pensiero, anche se corrotto, al fine di tranquillizzarsi. E così il Potere, essendo espressione umana, agisce imponendo la paura e quindi la violenza, che spesso sono le facce di una stessa medaglia. Chiunque abbia il timone del potere è violento: chiunque.

Nel passato il Potere si servì anche dello schiavismo, per imporre – ancora una volta – il suo esercizio. Oggi si resuscita lo schiavismo, non indicando dei fatti in particolari contemporanei, ma colpendo chi è stato rappresentante di quel periodo, come Cristoforo Colombo, che – se non ricordo male – è morto da qualche anno. La damnatio memoriae certo non lo ha escluso dal furore iconoclasta; anziché bollare i reali colpevoli di oggi e punirli, andiamo a caccia dei fantasmi della memoria collettiva, poiché restringendo il passato di un uomo si delimitano i confini del suo futuro. L’unico schiavismo da condannare è quello praticato dalla società «bianca», come se il Potere agisse con regole differenti in altri parti del mondo, assolutamente non aliene da comportamenti condannabili. Addirittura si è arrivati a colpevolizzare il gioco degli scacchi; propongo allora di abbattere la memoria di Bartolomeo Cristoforo, reo all’inizio del 1700, di aver concepito il pianoforte, costruendo una tastiera con tasti bianchi e neri! Così tra un po’ si taccerà di razzismo chi ama suonare lo strumento. A proposito dello schiavismo: Aristotele lo giustificò, quindi i suoi testi saranno ritirati dai programmi scolastici; a teatro le opere di quell’antisemita di Shakespeare saranno vietate. Siamo così imperfetti e sogniamo artisti ed intellettuali perfetti, dimenticando che la natura umana è di per sé corrotta e limitata.

I finti rivoluzionari scandiscono la loro azione nel presente; solo «oggi». Purtroppo le ire funeste odierne destano maggiore preoccupazione, poiché non sono mosse da una sincera e reale analisi del fatto, che è ostaggio inconsapevole dei fenomeni banditistici odierni. Verrà allora il momento, in cui l’«Oggi» diverrà «Ieri» e quindi – in nome di una logica folle – abbatteremo l’«Oggi», di cui non ci sarà più traccia. Scomparsa la civiltà, scomparsa ogni traccia, rimarrà solo la desolazione, la terribile solitudine e la disperazione del vivere attendendo la morte come unica soluzione liberatoria.

http://www.accademianuovaitalia.it/index.php/cultura-e-filosofia/filosofia/9263-la-damnatio-memoriae

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