Brevi riflessioni su Don Lorenzo Perosi

Lorenzo Perosi ottenne un immediato consenso presso il pubblico alla presentazione dei suoi oratori, che suscitarono anche un benevolo acconto da parte della critica, che, poco tempo dopo, avrebbe cambiato atteggiamento, sollevando un arbitrario confronto con il riferimento vero ed unico della cattolicità musicale: Pier Luigi da Palestrina. Don Lorenzo aveva scritto della musica sacra e quindi inevitabilmente avrebbe dovuto rapportarsi al genio cinquecentesco, nonostante, per evidenti ragioni storiche l’oratorio sin dal XVII secolo avesse abbandonato i principi ispirativi corrisposti dal credo palestriniano.

In verità, Don Lorenzo coi suoi lavori aveva posto all’attenzione del mondo musicale un nuovo problema di stile per la musica sacra dell’epoca, che i critici non furono in grado di cogliere, forse poco inclini ad un giudizio positivo visto il successo raccolto dall’abate tortonese verso un pubblico per lo più composto da persone prive di dottrina musicale. La corrente moderata aveva riconosciuto il carattere drammatico, di cui era imbevuto il credo perosiano. Gli entusiasti invece applaudirono alla risoluzione di Don Perosi, finalmente capace di scardinare l’antica Scuola romana accusata di aver fornito musica priva di passioni umane. I sostenitori del Palestrina invece accusarono il compositore piemontese, per aver tradito, in qualche modo, la concezione “romana”, falsando le cognizioni delle precise leggi liturgiche, che avrebbero dovuto presiedere sui pensieri e sui sentimenti.

In verità, colpì il forte carattere teatrale dei suoi lavori, che indarno avrebbero dovuto albergare nell’anima compositiva di un prete, dotato di uno spirito incandescente, piuttosto avulso dall’incantato e mistico orizzonte liturgico. L’Historicus spesso declamava con voce, che ricordava le brame di un vecchio attore teatrale e la divina contemplazione del testo liturgico era invasa da languori umani o s’impennava in scatti profondamente teatrali.

Emergeva sempre più la figura del sacerdote: ecco la novità per la musica contemporanea dell’epoca, sempre immedesimato nella tradizione della liturgia cattolica, vivificato da un semplice e certo ingenuo ardore lirico. Il canto gregoriano presente, la scelta del diatonismo, che allontana così il facile contrasto tra l’austerità liturgica e la vita terrena, di cui è composto il tessuto connettivo compositivo.

Negli oratori più riusciti, emerge una sapiente armonizzazione della solennità senza paramenti, la preghiera si volge come atto assente dall’apparato scenico e la carriera artistica di Perosi si snoderà in una continua oscillazione intorno all’equilibrio di questa armonia. Nei lavori proposti tra il 1897 ed il 1899, quando ancora la dottrina ratisbonese teneva a freno la facile inventiva melodica, l’equilibrio fu colto con apollinea visione all’interno di un sogno, derivante dalla contemplazione della propria infinità. Dal 1904, col Mosè, lo stile si rivela equivoco, per poi oscillare nei lavori uccessivi, fino a ricomporsi della prima ingenuità liturgica oppure a riprodursi dietro a pompose declamazioni, sollecitato forse dagli applausi sempre più scroscianti.

La tecnica compositiva risolve spesso nelle medesime oscillazioni sentimentali, tra il rigore dell’educazione liturgica e gli afflati del contemporaneo ambiente romantico, poco atte a fondersi in individuali reazioni liriche, che non a comporsi, vibranti e sereni, nella contemplazione religiosa.

Afflati gregoriani sono presenti, piuttosto che tracce palestriniane; il canto gregoriano non intellettualizzato, ma ridotto all’essenziale ingenuità liturgica.

E proprio il senso della liturgia fu innato nel compositore, quale strumento idoneo alla traduzione del sentimento dell’uomo moderno. Attraverso la musica, Don Lorenzo fu il sacerdote, che educò, disciplinò e plasmò, a suo modo, il musicista vivente del suo tempo, rivelandosi quale sublima artista unito al ministro della Chiesa.

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