“Don Giovanni”. Atto secondo

La tensione drammatica, costruita ad arte, con cui si chiude il Primo Atto, è stemperata da un grande episodio buffo, col quale si apre il Secondo atto. L’idea portante è rappresentato dallo scambio dei vestiti tra Don Giovanni e Leporello. Nella scena n 1, Leporello confessa la volontà di licenziarsi; nel seguente Recitativo, Don Giovanni, offrendo «quattro doppie» al suo servitore, ha facile gioco dal trattenerlo presso sé. Il «nobile cavaliero» ha in animo di sedurre la cameriera di Donna Elvira, sicché, a tal scopo, chiede lo scambio degli abiti a Leporello, che – a sua volta – fingendosi nei panni di Don Giovanni si trarrà davanti a Donna Elvira pentito del suo comportamento. Nel Terzetto (n 2) la donna ascolta al balcone la serenata, che Don Giovanni canta, accompagnandosi con un mandolino (strumento popolare) appartato alla serva di Donna Elvira (Deh vieni alla finestra). 

Ella scende, per incontrare così Leporello (vestito da Don Giovanni). Sulla scena irrompe bruscamente Masetto, accompagnato da quattro amici in animo di bastonare Don Giovanni (Scena IV). Il finto Leporello (è in verità Don Giovanni) impartisce ordini alla piccola pattuglia, al fine di trovare se stesso (Metà di voi qua vadano” e descrivendo succintamente gli abiti, che indossa – in verità – Leporello (che si finge Don Giovanni). L’aria comunica ansia per l’accompagnamento sincopato su una melodia ricca di un andamento ritmico variegato. 

Appena Masetto è solo, Don Giovanni lo disarma, al fine di picchiarlo (Scena V, recitativo). Sopraggiunge Zerlina, che osserva l’amato dolorante a terra; Masetto le confessa di essere stato picchiato da Leporello e la donna lo consola con «Vedrai carino, se sei buonino», un’aria dolce, carezzevole, dall’accento pergolesiano. 

Cambio di scena. Atrio oscuro con tre porte della casa di Donna Anna. Leporello, certo di poter amoreggiare con Donna Elvira, cerca di fuggire. La donna, rimasta sola, inizia il famoso sestetto (n 6) «Sola sola in bujo loco», Leporello è ancora alla ricerca della giusta porta, per mezzo della quale fuggire. 

Quando finalmente l’ha trovata, la sua fuga è interrotta dall’arrivo di Don Ottavio e Donna Anna. Poco dopo, il quadro si completa con l’arrivo di Zerlina e Masetto. Tutti i personaggi sono riuniti: unico assente Don Giovanni, il quale investe dei suoi motivi tutti gli interventi musicali degli astanti. Don Ottavio minaccia di morte l’incolpevole Leporello, il quale chiede di essere perdonato inginocchiandosi. La sentenza rimane sospesa sul suo capo, poiché è stato complice dell’infamie del suo padrone. Leporello (n. 7 «Ah pietà, signori miei») torna a chiedere clemenza, riuscendo a svignarsela. 

Don Ottavio finalmente si convince che il Commendatore sia caduto davvero vittima della spada di Don Giovanni e vuole assicurare l’assassino alla giustizia, mentre affida alle amorevoli cure di alcuni servi la debole salute di Donna Anna, cantando «Il mio tesoro intanto». Un’aria in Andante grazioso, specchio del suo carattere, che Mozart ha disegnato, consegnandocelo molle e mai propenso all’azione risolutrice. 

La tradizione vuole l’eliminazione di quest’Aria, scritta per la rappresentazione viennese, sostituendola con un Duetto tra Zerlina e Masetto e dalla successiva scena, in cui Zerlina picchia Leporello. Consumata la furia, la contadina si reca in cerca di Masetto, mentre il povero servitore guadagna l’uscita. Zerlina ritorna accompagnata fa Donna Elvira ed, accortasi della fuga del malconcio Leporello, si reca da Don Ottavio, per informarlo sull’accaduto. Donna Elvira, rimasta sola, descrive il dramma, in cui è stata gettata da Don Giovanni, in un Recitativo di rara intensità drammatica e nella successiva aria «Mi tradì quell’alma ingrata».

La scena XI presenta un cimitero, dove è stato riposa il Commendatore. Don Giovanni scavalca il muro di cinta e vi trova un tramortito Leporello, col quale torna a scambiarsi gli abiti. Don Giovanni, per sfuggire dalle ire di una conquista di Leporello, ha trovato sicuro rifugio nel sepolcreto. Accordi pesantemente lugubri precedono le parole: «Di rider finirai pria dell’aurora»: è la voce del Commendatore. Don Giovanni, affatto spaventato, chiede chi abbia parlato. La voce risponde: «Ribaldo audace! Lascia a’ morti la pace». Don Giovanni riconosce la statua del Commendatore e chiede al suo servo di leggere l’iscrizione: «Dall’empio che mi trasse al passo estremo, qui attendo la vendetta». Don Giovanni si burla dell’accaduto, ordinando a Leporello di invitare a cena il “vecchio buffonissimo”. Leporello non vorrebbe ubbidire, salvo convincersi a farlo nel duetto «O statua gentilissima»; farsa, tragedia, realismo, fantasia sono le emozioni mescolate in questa incredibile scena. Il Commendatore intanto accetta l’invito, chinando la testa immediatamente imitato da Leporello ed in un secondo momento da Don Giovanni. 

È l’inizio della catastrofe.

Dopo una pausa generale, il discorso è arrestato per una battuta intera; poi nella tonalità di Do maggiore, ascoltiamo il ritmo trocaico del destino, presentato dai fiati. Don Giovanni si rivolge alla Statua, chiedendo se accetterà l’invito a cenare con lui; la Statua risponde: “Si”. Leporello rimane pietrificato, mentre Don Giovanni trova motivo di esprimere la sua soddisfazione, per aver conquistato alla sua tavola un commensale così…atipico.
Dopo tanta tensione drammatica, Mozart inserisce l’aria di Donna Anna, “Non mi dir bell’idol mio” (n. 10). 

Intanto, Don Ottavio (Scena XII) chiede alla donna di diventare sua moglie; si sente opporre un deciso, anche se cortese rifiuto. Pensiamo che quest’aria rappresenti uno dei momenti di più felice e soave ispirazione del Salisburghese, capace come pochi di contrapporre, attraverso soluzioni melodiche diverse, scene così distanti tra loro, ma legate dal continuum compositivo. Ne ottiene l’effetto di creare una nuova attenzione da parte del pubblico.

Intanto, in casa di Don Giovanni tutto è pronto (“Già la mensa è preparata”); egli è convinto che l’invitato mancherà all’appuntamento, quindi si apparecchia per mangiare, mentre l’orchestra inizia la Tafelmusik (musica da tavola). Tre saranno i brani, con cui l’orchestra accompagnerà la cena del “nobile cavaliero”: un’aria da “Una cosa rara” di Vincente Martin y Soler; “Fra i due litiganti il terzo gode” di Giuseppe Sarti ed, infine, un’autocitazione: “Non più andrai farfallone amoroso” da “Le nozze di Figaro”. Improvvisamente, irrompe con tutta la sua maestosità drammatica, Donna Elvira, per supplicarlo di cambiar vita. Don Giovanni la invita ad onorare la sua tavola. La donna allora s’allontana, triste e sconsolata, ma un suo grido terrorizzato ci suggeriscono che è giunto il Commendatore. Don Giovanni ordina a Leporello cosa sia successo; lo spaurito servitore esce ed anche lui grida! Rientra velocemente, ben serrando la porta dietro di sé ed annunciando al padrone che è giunto “l’uomo di sasso”, di cui imita i passi: “ta, ta, ta”. Don Giovanni tende a non credere, ma qualcuno effettivamente sta battendo alla porta, allora, ordina di aprire, ma Leporello, in preda ad una tensione orgasmica, si rifugia sotto il tavolo e ciò costringerà Don Giovanni ad aprire, egli stesso (Scena XV). Ascoltiamo le prime quattro battute dell’Ouverture; il Commendatore:

“Don Giovanni, a cenar teco m’invitati, e son venuto”; l’orchestra commenta ripresentando il ritmo trocaico, accompagnato da larghi accordi scuri dei tromboni. Il padrone di casa non si mostra affatto impaurito ma stupito ed ordina a Leporello di aggiungere un piatto in tavola. Il Commendatore rifiuta: “Non si pasce di cibo mortale chi si pasce di cibo celeste”. Mozart compone le prime sei parole sull’accordo di Sol minore; alla parola “cibo” inserisce l’accordo di Mib maggiore. Da “Chi si pasce…” utilizza una strana formula melodizzante: Mib – Sib – Do – Fadiesis, generando una combinazione straordinariamente moderna, che crea un’instabilità tonale generale, sintesi dell’imminente crollo strutturale. Mozart genere l’archetipo della ricerca dodecafonica, nel momento in cui deve spiegare un fatto, che non accade nel mondo, ma appartenente al Mondo dello spirito. A questo punto, il Commendatore invita Don Giovanni a cena: “Risolvi: verrai?”, costruito su una vera e propria voragine melodica; egli risponderà di si, per non essere tacciato di fellonia. Il Commendatore gli tende la mano, non prima avergli intimato di pentirsi; la risposta è tre “No!”, mentre “l’uom di sasso” oppone tre : “Si!”. La Statua allora scompare, mentre Don Giovanni è preda delle fiamme dell’inferno; la terra trema ed egli sprofonda nell’abisso.

Consumato il dramma, compaiono Leporello, Donna Anna, Donna Elvira, Don Ottavio, Zerlina e Masetto; il loro intervento ripristina l’atmosfera tipica dell’opera buffa. Leporello narra l’accaduto su un ritmo di valzer; Don Ottavio torna a chiedere la mano di Donna Anna, che impone un anno sabbatico; Donna Elvira trascorrerà il resto della sua vita in convento; Zerlina e Masetto ceneranno insieme ed infine Leporello si cercherà un nuovo padrone. L’opera si conclude con l’ammonizione morale: “Questo è il fin di chi fa mal / e de’ perfidi la morte / alla vita è sempre ugual”. 

Il finale ubbidisce alle regole dell’epoca, pur destando qualche perplessità presso il Compositore: infatti il libretto della rappresentazione viennese (1788) terminava con la morte di Don Giovanni e così è stata eseguita per tutto l’800. Oggi il Lavoro è presentato così come lo abbiamo descritto.

(22 agosto 2018)

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