Angelo Mariani e il rinnovamento delle orchestre italiane

Angelo Mariani svolse l’attività di direttore d’orchestra nella seconda metà dell’Ottocento, in un periodo storico molto difficile per il mondo musicale del nostro Paese. Le orchestre dei teatri italiani, esigue, poco affiatate e punto disciplinate, versavano in condizione di assoluta inferiorità riguardo alle omologhe straniere; così anche le più rinomate come il Regio di Torino ed il S. Carlo di Napoli, che Rousseau aveva proclamato «la migliore d’Europa dopo quella di Dresda» non erano certo escluse dalla pesante condizione di difficoltà.

Già dal 1830, Hector Berlioz, sempre particolarmente caustico con gl’italiani, nelle Mémoires tracciava trancianti giudizi sull’orchestra del Teatro Valle di Roma: «maestosa e formidabile, presso a poco come l’esercito del principe di Monaco, possiede tutte le qualità che si chiamano ordinariamente difetti».

Un anno dopo, Mendelssohn da Roma scriveva:

«E’ incredibile quanto siano cattive le orchestre; mancano propriamente i musicisti e le giuste interpretazioni. Ciascuno di quei pochi suonatori ha il suo modo speciale di appostare l’istrumento e di attaccare con l’arco; gl’istrumentisti a fiati crescono o calano a piacere; le loro voci di mezzo sono una semplice decorazione, come noi siamo abituati a sentire nelle corti e forse neppur così; tutt’insieme una musica da gatti. Tutti però sono così indifferenti, che non è neppure il caso di pensarci su. Ho udito un a solo di flauto in cui l’istrumento cresceva un quarto di tono: a me faceva venire il mal di denti, ma nessuno se ne accorgeva; anzi quando alla fine si udì un trillo tutti applaudirono1».

A causa di condizioni economiche a dir poco disagevoli, i migliori orchestrali preferivano emigrare, così nelle piccole città si formavano orchestre raccogliticce, con suonatori men che mediocri, scarsi di studio e spesso impiegati in altri mestieri: dei bravi dilettanti.

La condizione non mutava per i direttori d’orchestra. Ben oltre la metà dell’Ottocento, la direzione restò affidata al primo violino, come nel 1859 alla prima de Un ballo in maschera di Giuseppe Verdi presso il Teatro Apollo di Roma, in cui lo strumentista – direttore, seduto su uno scranno elevato, al centro dell’orchestra, tenendo nella destra l’arco e nella sinistra il violino, guidava e suonava col resto della compagine. Avrebbe interrotto di suonare, quando sarebbe occorso staccare il movimento dei pezzi, per segnare le entrate ai cantanti ed ai singoli suonatori. Al Maestro concertatore era affidata la direzione nelle prove coi cantanti al pianoforte che in orchestra, e quando si sarebbe messa in scena una nuova opera, allora il compositore stesso sarebbe intervenuto durante le prove di canto e d’orchestra, per concertare lo spartito.

Intanto, la complessa struttura compositiva si realizzava in compagini orchestrali più ampie, che avrebbero previsto la fusione del direttore col concertatore in un solo e vero maestro. Pioniere di questa indispensabile innovazione in Italia fu Angelo Mariani, il quale lavorò, al fine di disciplinare rigorosamente ed accrescere le capacità esecutive, rinnovando così il gusto degli esecutori. Fu un professionista tenace indefesso, armato di fede entusiasta, così da elevare il grado di esecuzione delle sue orchestre verso un’ammirata perfezione, ottenendo effetti sorprendenti grazie al suo fascino animatore e dominatore.

Antonio Ghislanzoni, il librettista dell’Aida, fu intimo del Mariani sin dagli anni giovanili e ricorda «quella sua meravigliosa potenza d’intuizione, onde a lui rivelandosi i caratteri speciali di ciascuna musica, per quella pellegrina facoltà di assimilarsi lo stile dei singoli compositori e di tradurne le bellezze, senza distinzione e predilezioni, col gusto elevato dell’artista di genio, colla coscienza dell’uomo leale, coll’entusiasmo dell’italiano. In presenza del dovere dissimulava le individuali antipatie: Rossini e Meyerbeer, Bellini e Verdi, Donizetti e Wagner, i grandi come i mediocri, i famosi come gli oscuri, gli antichi come i nuovi imponevano del pari alla sua nobile coscienza di artista. Dalle sue manifestazioni confidenziali era facile arguire a che tendessero le sue predilezioni. Italiano nella formosissima regolarità del volto, nel fuoco degli sguardi, nella vivacità del carattere, nel fervore del sangue, negl’istinti dell’amore e del gusto, si comprendeva che egli doveva adorare Bellini e Donizetti, esaltarsi alle immaginose e fervide concezioni del Verdi.

Musicista profondo, uomo di scienza nel pretto senso della parola, soleva riporre uno speciale fervore nello studio e nell’interpretazione degli spartiti venuti d’oltr’Alpe2».

Angelo Mariani, grazie ad un’incredibile intuizione, riusciva a penetrare infallibilmente nella comprensione della partitura, per rivelarne le più recondite particolarità, il pensiero e lo stile dell’autore. Anche le esecuzioni del Lohengrin e del Tannhäuser, seppur ravvivate da un caldo sentimento italiano, sarebbero rimaste modelli ammirati, perfino dal loro creatore, Richard Wagner.

All’attività di direttore, corrispondeva quella di maestro di canto, tantoché alle prove al pianoforte insegnava la parte ai cantanti, i quali avrebbero così appreso ogni particolare accento della dizione, ogni effetto espressivo ed interpretativo dal vivo ed eloquente esempio del grande Maestro.

Alla prima prova di un’opera, il Mariani solitamente imponeva all’orchestra la lettura anche di un atto intero senza mai tornare da capo, cui sarebbe seguita una seconda lettura maggiormente analitica. Spesso imbracciava il violino, suonando qualche passo con quell’espressione di un’eloquenza così comunicativa, che sarebbe penetrata ed impressa nella mente degli esecutori oppure cantava le frasi salienti, esprimendone e colorendone il contenuto e quindi, afferrava la bacchetta comunicando agl’interpreti tutti gl’intendimenti del suo pensiero, tutto il calore della sua anima entusiasta.

Riusciva a stabilire una corrente di stabile consenso, d’intensa suggestioni tra gli astanti, dominando il palcoscenico e trascinando la folla all’entusiasmo ed all’applauso frenetico.

Angelo Mariani pose le condizioni del moderno direttore d’orchestra.

(1) FELIX MENDELSSOHN. Lettere dall’Italia. La torre d’avorio, Fogola, 1983.

(2) ANTONIO GHISLANZONI. Libro serio. Tipografia editrice lombarda in Collezione Biblioteca Minima, Milano, 1879, pag. 14.

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