La Quinta fatica di Ercole

Nella Quinta fatica, l’Eroe è chiamato a sconfiggere il leone di Nemea.

Echidna (Campo di Bomarzo)

Il mito racconta del leone, nato da un rapporto tra Echidna, essere mostruoso di donna, composto dal corpo di una bellissima fanciulla e, dalle anche in poi, da un orribile serpente (si dice che le belle donne possano nascondere un carattere difficile da trattare; il mito ci fornirebbe una spiegazione), che si esercitava nell’incesto coi suoi due figli: Ortro ed il gigante dalle cento teste di drago, Tifone, padre del leone e di austro, vento del sud.

Esiodo

Nella «Teogonia», Esiodo raccontò che il leone, allevato dalla moglie di Giove, Era (ritorna il dualismo, che divide Ercole dalla sposa del padre degli dei), abitasse nell’aspra e montuosa Argolide, terrorizzando gli abitanti del luogo e distruggendone il territorio. Su ordine di Re Euristeo, ad Ercole fu affidato il compito di affrontare e sconfiggere il crudele animale, che, affronta – dapprima – il campo aperto, servendosi della clava e poi di alcune armi di ferro, che non scalfiscono la dura pelle dell’animale. Allora, Ercole costringe la bestia a rientrare nella tana, di cui chiude una delle due uscite, accingendosi ad affrontarlo, ricorrendo ai propri mezzi: le mani colle quali indirizzare gli artigli del leone sulle proprie carni, dilaniandole. Morta la terribile bestia, Eracle toglie la pelle al leone, per servirsi di un mantello e con la testa della belva fabbrica un copricapo. Caricatosi sulle spalle la carcassa, torna a Micene dal Re, il quale, appena viste le fattezze del leone, chiede all’Eroe di esporlo fuori le mura della città, extra moenia, ad ammonimento pubblico.

Notevoli gli spunti per le nostre meditazioni, che il racconto del mito accende in chi vi si accosta, al fine di ricavarne saggi ed eterni insegnamenti per il proprio miglioramento interiore. La chiave simbolica è sempre un formidabile metodo di lettura, per allargare il proprio piano di conoscenza, unica speranza per la libertà intellettuale e la realizzazione del proprio piano spirituale.

Ercole affronta dapprima l’animale in campo aperto e, nonostante ricorra a delle armi, non riesce ad avere la meglio sul terribile nemico. Il leone rappresenta l’istinto dell’uomo, il quale non potrà tacerlo in pubblico, poiché proprio nella società tende a mostrarsi fasciato d’inutile vanità. Il ricorso a delle armi è vano; quindi l’Eroe si convince di costringere il leone in una spelonca buia, come il buio della solitudine, quando l’uomo è solo con se stesso, alle prese con pesanti decisioni da prendere e non sa ancora dove indirizzare le sue scelte. Il leone rappresenta l’istinto, poiché l’uomo è sempre con il proprio istinto, colla propria dimensione infima, tesa alla fragile affermazione degl’inalienabili diritti – delitti sul piano fisico. Così come il corpo ha bisogno di cibo, il nostro istinto ha bisogno di affermarsi, calpestando qualsiasi dominio non personale, invadendo i confini delle liceità, dell’educazione. Sconfiggere il leone è la prova quotidiana più pesante, poiché siamo chiamati – come Ercole – a togliere la voce all’instancabile dominio delle passioni, cui non possiamo rinunciare, ma inquadrarle in una tana – come c’insegna il Tebano – senz’altro.

Ercole ricorre a dei mezzi esterni: la clava (colla quale è sempre ritratto) e delle armi di ferro, ma nulla può contro la scorza dura dell’egoismo, rappresentazione simbolica dell’ego, moto interiore e quindi proprio della capacità dell’uomo, il quale potrà far tacere le richieste, solo se ricorrerà alla forza della beata ragione, che c’induce a frenare ogni pensiero prima di evidenziarne la forza e semmai la liceità. Il nostro istinto potrà tacere, se concederemo la parola alla ragione, colla sua inequivocabile bellezza espressa dalla parola, che non ferisce, ma che evoca.

Ercole indossa la pelle dello sconfitto, tradizione in uso presso gli antichi, per rendere pubblico l’atto compiuto e, simbolicamente, per impossessarsi della forza del nemico ucciso.

Caricandosi la carcassa dell’animale sulle spalle, questa Fatica c’insegna come l’Ego, l’istinto sia un peso enorme, ingombrante, dalle dimensioni notevoli, insopportabile e soprattutto visibile al prossimo, poiché tenderebbe sempre ad evidenziarsi, appunto per trovare la propria affermazione. Cerchiamo allora di porre la massima attenzione alle fughe egoiche, tendenti solo a separare, a disunire ed allontanarci dal consorzio umano.

Il Re Euristeo, spaventato dalle fattezze della carcassa, ordina ad Ercole di appendere i resti al di fuori della città, al di fuori della vita sociale, al di fuori della pacifica convivenza regolata da condivise leggi. E’ un chiaro riferimento all’extra urbanità, ricettacolo di tutto ciò che non può essere accettato da chi si eserciti quotidianamente coll’uso della ragione in ogni atto.

Questa fatica è ovviamente legata al segno zodiacale del Leone, che nella civiltà mesopotamica rappresentava il Sole (da cui il dominio), quindi è riconducibile a tutti i miti solari ed in particolare ad Apollo (anche dio della musica), fratello di Artemide, la Luna, che sorgeva ogni mattina ad Est dal fiume Oceano, conducendo un carro trainato da quattro cavalli celesti, recando luce e salute alla terra. Apollo trasmetteva la volontà di Zeus agl’uomini, che potevano interrogarlo, recandosi presso il Tempio di Delfi, nei pressi del monte Parnaso. Dopo essersi purificato, il questuante pagava un obolo (col tempo certe abitudini non sono sparite, seppur esperienze considerate pagane), quindi sacrificava un animale al dio, che parlava attraverso le sacerdotesse dell’oracolo, le Pizie, i cui racconti ermetici erano poi spiegati dai sacerdoti (cambia la rubricazione, ma non la tecnica).

Il segno zodiacale del Leone rappresenta il passaggio dall’infanzia alla piena maturità; quindi la sconfitta dell’animale rappresenterebbe il passaggio ad una nuova fase della vita, che non deve essere – come nell’infanzia – dominata esclusivamente dal dominio dei sensi e dall’appagamento immediato da ogni necessità fisica, ma dall’esercizio dell’uso della ragione, al fine di temperare ogni richiesta istintuale.

Il glifo del Leone

Il glifo del Leone è composto da un cerchio (come il glifo del sole) legato ad uno svolazzo, che potrebbe rappresentare la criniera oppure la coda dell’animale. Il sollevarsi del tratto iniziale è una conferma della necessità di un’indispensabile elevazione dall’istinto verso la ragione.

La circonferenza è anche il simbolo del sole e si compie così l’aspetto spirituale, descritto nella più perfetta forma geometrica. Il punto al centro è l’inizio ed il ritorno dell’irradiazione e quindi della creazione, mentre nella scienza alchemica il sole rappresenta la compiutezza della Grande Opera: la realizzazione di se stessi.

Il sole

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