Giuseppe Verdi alle prove

I primi interpreti dell’Otello  furono il tenore Francesco Tamagno (Otello), Romilda Pantaleoni (Desdemona) e Victor Maurel (Jago), i quali dovettero dedicare diverse settimane di studio, al fine di soddisfare le esigenti richieste del Verdi:

«Quel passo non era troppo accentuato, quell’altro mancava di certe coloriture. No, quella smorzatura non è quale desidero e quell’accentuando è troppo vivo. Un decrescendo, un rallentando, un accelerando, che non sono come voglio».

Il Maestro continuava ad insistere e chiedere; a volte pregava poi pretendeva la ripetizione di questo o di quel passo. Ed i poveri artisti ubbidivano ai comandi del Maestro, tantoché alla fine della prova si sentirono estenuati, ma felici per aver soddisfatto il severo Compositore.

A proposito della concertazione dell’Otello, il Verdi scrisse il 2 settembre 1886 al Maestro Franco Faccio:

«Caro amico. La signora Pantaleoni è partita un momento fa, e mi ha fatto sperare che ritornerà verso la metà di ottobre, una volta che sia completamente copiata, anzi stampata la sua parte. Ho consegnato a Giulio Ricordi il quart’atto, in cui Desdemona ha la parte maggiore e più difficile. La Canzone del Salice presenta difficoltà grandissime, tanto pel compositore come per l’artista esecutore.

Bisognerebbe che questi, come la SS.ma Trinità, avesse tre voci, una per Desdemona, un’altra per Barbara ed una terza voce per il Salce, salce, salce.

La voce della signora Pantaleoni avvezza a parti violente, ha molte volte gli acuti un po’ troppo mordenti: vi mette, dirò così, troppo metallo. Se potesse abituarsi a cantare un po’ più di testa le riuscirebbe facilmente lo smorzato, e la voce sarebbe anche più sicura e più giusta. Io l’ho consigliata a far questo studio, e voi colla vostra influenza dovreste darle lo stesso consiglio. Intanto non è vero sempre che il re sia, com’ella dice, una pessima nota. Vi è un punto in cui gli riesce benissimo: Salce, salce, salce.

Questa frase si ripete tre volte. L’ultima volta bene: le altre due, meno…

V’ho detto francamente quello che mi pare; e vi dico ancora che quantunque la parte di Desdemona non si attagli perfettamente al suo modo di dire e alla sua voce, pure col suo molto talento, col suo istinto scenico e con buona volontà e studio riuscirà benissimo… Notate poi che molte e molte cose le vanno a pennello! Io non so cosa v’abbia scritto in tanta fretta. Cercate di capire. Addio Peppina vi saluta. Vostro

G. VERDI».

Sempre al Maestro Faccio, il 29 ottobre 1886.

«Caro Amico. Come sapete ieri partì la signora Pantaleoni. Sa benissimo tutta la sua parte, e, se la stella e il cervello del pubblico non saranno in quella sera ostili all’opera, ella caverà effetti si può dire dappertutto. Buonissimi nel quartetto e più nel duetto e finale del terz’atto, ed in tutto il quarto. Non vi è da aver paure dei re sull’a del Salce: andranno benissimo, se li farà meno mordenti e tutti di testa, come del resto ho consigliato di cantare in quel modo in molti altri punti.

Se vi è qualche cosa a dire, si è nella scena del primo atto. Ci vorrebbe qualche cosa di più leggero, vaporoso, e, diciamo la parola di più voluttuoso, come vuole la situazione e la poesia. Dice i suoi a solo benissimo, ma li dice con troppo accento, e troppo drammaticamente. Del resto avremo altre prove, e arriveremo a trovare l’accento giusto. Resti questo fra noi. Se però voi le fate studiare qualche volta la parte, ditegli che canti, il più che può, di testa.

Ed ora, mio caro Faccio, vi prego caldamente di far studiare a Tamagno (quando sia arrivato) la sua parte. Egli è così inesatto nella lettura della musica, che vorrei proprio studiasse la parte con un vero musicista, per arrivare a fargli fare le note col suo valore ed in tempo. In quanto agli accenti, ai colorito, agli allargando e stringendo ecc. li faremo dopo, quando io avrò manifestate tutte le mie intenzioni di canto, di scena ecc. ecc.

Ed ora di fretta vi saluto di cuore

VOSTRO G. VERDI»

Interessante è il commento di Jules Claretie a proposito delle prove, che Verdi sostenne presso l’Opéra di Parigi per il Don Carlo.

«Verdi ascolta: tutto l’essere di lui, tutta la possanza del suo temperamento di ferro tende verso un unico intento.

L’attenzione sua è fatta doppia, tripla, ed egli interroga tutto: sente in quell’armonia imponente la menoma nota errata, ascolta ora i cori ed ora gli ottoni, il canto, l’orchestra ed è attento alla scena, al retroscena: si alza, balza di qua, di là, e sprona energicamente tutta quella gente, e grida con il suo accento italiano, che da alla sua voce un fascino speciale.

– Il y a un trou là!…Allons… vite!

Si canta alla ribalta, ma è ai coristi che sono in fondo alla scena ch’egli si rivolge, come di scatto.

– Eh, eh… il y a un accent sur cette-note-là!

E rivolgendosi ad altri:

– Allons, presto! De cet autre, piano! Con amore!…

Egli si drizza, batte il tempo, fa schioccare con colpo secco il pollice contro il medio, e quella nota stridente, attiva, nervosa, quel rumore, come di castagnette, domina l’orchestra, domina i cori, li spinge e li trascina come fossero colpi di frusta. Poi batte mano contro mano. Tutta la sua persona è una sola armonia, fronteggia il proprio ideale, e sembra voler infondere il proprio genio d’artista a tutti quegli uomini, a quelle donne, tutti avvolgendo con la propria fiamma, consumato egli stesso da quella medesima fiamma. E picchia i tacchi sulle tavole del palcoscenico, corre in fondo al teatro, ferma gli esecutori, mai non smarrendo un momento il proprio pensiero in quel caos, da cui esce un mondo».

Così lavorava il Genio.

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