Notizie sull’alchimista Giuseppe Borri

Giuseppe Borri nacque nel 1625 a Milano da una nobile famiglia lombarda, studiò medicina a Roma nel Seminario dei Gesuiti, dove manifestò immediatamente la sua anima prepotente e ribelle. Condannato a pane ed acqua, per aver evaso delle lezioni, riuscì ad unire a sé i compagni, per rinchiudere gl’insegnanti in una stanza, liberati solo dall’intervento del Cardinal Vicario e di alti prelati, in cambio della rimozione del Rettore.

Terminato il seminario, il Borri, pur non trascurando lo studio, condusse una vita piuttosto spensierata, dedicandosi con passione alla scienza alchemica; nel 1654 fu costretto a ripararsi nella chiesa di S. Maria Maggiore di Roma, per sfuggire al rigore delle leggi. Finse di pentirsi per le accuse ricevute, camuffandosi da alchimista ad apostolo, ideando una riforma religiosa fondata soprattutto sulle scienze occulte, per modificare i dogmi. Il Borri trascorreva diverse ore della giornata tra fornelli ed alambicchi, per fabbricare oro, convinto che potesse comunicare col mondo degli spiriti e quindi trasformarsi in un ardito capopopolo, tentato di purificare la Chiesa di Roma dai suoi mali spirituali, guadagnandosi nel contempo fama di grande filosofo e scienziato.

Nel 1655, si mise in viaggio per Milano, deluso dall’elezione di papa Alessandro VI, il quale non avrebbe punto riformato l’Inquisizione; acquisì nuovi proseliti nella provincia lombarda, presso i quali si presentava realmente come il Pro Cristo ed a cui predicava una confusa regola di amor fraterno, obbedienza a Cristo ed agli angeli. Egli promise ai suoi seguaci l’oro prodotto col lapis phylosophorum, che ricercava instancabilmente nelle fatiche alchemiche.

Fino al 1659, poté continuare le sue caotiche predicazioni, fin quando fu denunciato dall’abate Piazza all’arcivescovo di Milano, Alfonso Litta, che ordinò di arrestare diversi proseliti, mettendo in allarme il Borri, che riparò in Svizzera, terra ospitale ai perseguitati dall’Inquisizione, e fu condannato in contumacia, per aver ordito di uccidere, insieme ai suoi accoliti, l’arcivescovo, incitando il popolo milanese ad insorgere contri i tiranni. L’istruzione processuale si chiuse nel 1661 colla cerimonia di abiura, tenuta nelle città di Roma, e nel Duomo di Milano, dirette da cardinale Pietro Ottoboni, vescovo di Brescia.

Nella Chiesa di S. Maria Minerva:

«Roma, 2 genaro 1661 – Fù fatta Domenicha l’abiuratione dall’Inquisitione di heretica pravità. S’epose sopra d’un palcho a vista di tutti un quadro con il ritratto al naturale con l’inscrizione, Gioseffo Francesco Borri da Milano, sin tanto che durò la lettura del suo processo un’hora e mezza, poi fu consegnato al Governatore, essendo per sentenza stato dichiarato heretico infame scomunicato di scomunica maggiore da essere vietato da Fedeli tutti, sotto pena di scomunica, latae sententiae, eziandio contro chi li somministrasse in necessità, et confisca li beni cui de jure.

L’heresie di quest’huomo et dotrine erano varie et molti hanno suposto che s’aprosimasse il Regno di Dio, che con innumerabili eserciti il Papa doveva soggiogare tutti l’Infedeli, mediante però la sua condota, dovendo egli essere il Generalissimo, et quello doveva soministrare il danaro con l’alchimia, et che haveva l’assistenza di molti Angioli, particolarmente di S. Michele che continuamente risiedeva nel suo cuore; che la Vergine madre non era donna ma lo Spirito Santo che si era incarnato nel ventre di S. Anna, la quale era Vergine, et che a lui era dato di propalare questo misterio, et che Cristo non era di dovere prendesse carne umana da un Donna ma d’una Dea. Volse però che nel Canone della Messa s’aggiungesse per uninspiratam Virginem, disse che quella particola che si mete nel calice quando si frange l’hostia è la Vergine che per concomitanza si torna ivi con Cristo; che il Padre era più risplendente di cento soli, che vestiva di rosso et era il primo Cielo, il Verbo vestiva di Giallo et era il secondo Cielo, lo spirito ch’era Maria Vergine era il terzo Cielo et vestiva di bianco. Nel Confiteor volse s’aggiungesse omnibus Angelis, et nella spalla destra che portava scolpiti alcuni angeli faceva fare cinque voti a suoi, alcune volte sei; moltissimi altri spropositi de incarnazione et cose altre che bisognerebbe essere buon teologo per haverle tutte a mente; che al confessore non si dovevano dire peccati occulti, che non era Giudice competente; et faceva giurare segretezza, et prohibiva il confessarsi ad altri che quelli della sua Congregazione; si lessero altre cose tante, ma non si nominavano le persone né luoghi, ma persona nominata due volte fu Giacomo Filippo, che era dai seguaci del Borri stimato precursore del Regno di Dio et il Borri Pro Cristo, et che Giacomo Filippo hora si trova in paradiso sopra S. Ignatio.

Nel Canone metevano et Pro Josepho Francisco Borro Imperatore latins Matris Ecclesiae, et che quelli discepoli che erano sino a dodeci fatti con l’aggiunto di Andrea Brusati d’Assola, Diocesi di Milano, sacerdote chiamato Tomasino perché fu duro in credere, il quale comparve sopra il palcho dopo levato il ritratto del Borri, et che diceva la messa con quelle aggiunte, et haveva havuta la gratia del Borri di essere come S. Paolo con facoltà di deporre il papa se fosse bisognato, et con tutte le altre dotrine bestiali sopradete, fu, per essersi riconosciuto, condanato a carcere perpetuo et assoluto dalle scomuniche per esser stato heretico et datoli l’habito di penitenza con una Croce avanti e l’altra a dietro con altre penitenze salutari.

L’istesso fu fatto al cercante per il monastero da S. Pelagia, che fu l’ultimo ad esser abiurato, essendovene stati altri due di mezzo tra il Brusati et detto cercante. Ho osservato che al Borri quando furono fatti prigioni quelli suoi, gli fosse d’altri detto: ma che fatte? Ove sono le promese? Et che egli disse: mundum venit hora mea, et che poi doppo alcuni altri giorni replicatoli il medesimo, ripigliasse che sarebbe andato su la piazza del Duomo a predicare et che haverebbe convitato il popolo et sarebbe entrato nel arcivescovato et haverebbe amazato tutti quelli Ministri.

Il giorno seguente fu condoto al Boia il Borri in statua sopra d’una careta per Roma, et poi in Campo de fiori fu apiccato il suol ritrato alle forche con darli l’urtone il Boia e poscia abrugiarlo».

Pochi giorni dopo, alcuni seguaci abiurarono in Milano:

«Milano, alli 26 del mese di marzo 1661. La nuova che alli dua del mese di Genaro prossimo passato fosse in Roma terminata la causa di Giuseppe Francesco Borri milanese, autore d’esecrabili Dogmi contro la Fede Cattolica, e che nella Chiesa di S. Maria della Minerva, alla presenza di tutto il Sacro colleggio e di tutto il popolo, doppo letto il di lui Processo, sentenza, e consegnata l’imagine del medesimo alla Corte secolare per farla abbruggiare il giorno seguente dal carnefice con suoi empij scritti in Campo dei Fiori, seguisse il solennissimo abiuro delli Preti Andrea Brusati e Giovanni Pietro Schilizino cercante di S. Pelagia suoi seguaci, con la pubblicazione dei loro Processi e sentenze, mosse in tutti grandissimo e santo desiderio di sentire che seguirebbero delli Corei detenuti nelle carceri di questa Santa Inquisitione di Milano; come, quando, in che luogo et in qual modo si dovessero far abiurare? ApplicòMons. Ill.mo Litta Arcivescovo di Milano all’utile e soddisfazione commune, che haverebbe apportata quando l’abiuro dei complici del Borri fosse seguito nella sua Chiesa Metropolitana, suggerendo a Mons. Ill.mo Vizzani, assessore del S. Officio, gagliardissimi motivi, da parteciparsi alla sacra suprema Inquisitione, in riguardo di che, benignamente condiscesero gli Emin.mi P.i Cardinali Inquisitori Generali, e con lettere delli 19 Febraro dell’anno corrente ne concessero ogni opportuna facoltà.

Eseguendo dunque Sua Sig.ia Ill.ma gli ordini del Santo Tribunale, oltre varie Congregationi particolari, una consulta tenne avanti di sé con l’intervento del Padre Inquisitore di Milano et altri di più periti e pratici Ecclesiastici del suo Clero, col parere e consulta dei quali si deliberò che per non impedire il corso alle Prediche Quadragisemali, il sabbato immediato alla Festa dell’Annonciatione della Beata Vergine Maria, 26 del cadente mese di marzo, fosse giornata molto proporzionata a simil fontione, massime che, concorrendo alla città da tutta la Diocesi e Provincia infinite persone per occasione dell’Indulgenza perpetua in forma di Giubileo che si espone annualmente a vicenda nella Metropolitana e nel Ven.do Hospitale Marrione nel medesimo giorno dell’Annonciatione, moltissimi mossi da santa curiosità vi si sarebbero trattenuti.

Pubblicaronsi la Domenica antecedente nella Metropolitana gli Avvisi e l’Indulegenza di Quindici anni et altre tante Quarantine che la S.di N. S. come haveva fatto in Roma ha concesso a chi fosse intervenuto all’abiuro, e se ne affissero ne’ luoghi più publici della Città gran quantità di copie.

Fra tanto fabbricossi nel choro senatorio della Metropolitana palcho capace di ben trenta persone, contiguo ad uno dei vasti pergami di bronzo per comodità dei Padri Domenicani destinati alla lettura dei Processi; ampio, spatioso, alto conspicuo e senza verun apparato, che di nude tavole, eccettuatone un tavolino con tapeto pavponazzo, sopra del quale doveva collocarsi il Missale e stola per l’abiuratione, con due sedie, l’una per il Padre Vicario, l’altra per li Fiscale del S.to Officio, Ministri necessarissimi all’abiuro.

S’intimò la fontione per le hore 18, ma impatientando il popolo, cominciò la mattina del sabbato per tempo ad affollarsi; moltissimi Cavaglieri, Titolati e Dame per godere opportunamente di quella, convennero te hore prima ne’ luoghi da loro la sera antecedente apostati e preparati, trattenendosi con grandissima patienza sino che terminò la Fontione. Precedette lunghissimo segno della Campana Maggiore del Duono, che durò un’hora in ponto, e doppo con tocchi interpolati continuò sino al fine in segno di mestizia.

Calò Mons. Ill.mo Litta Arcivescovo alle hore dieciotto dalle sue stanze nella Metropolitana in Cappa, accompagnato dal suo Capitolo in habito chorale e da tutto il Clero della Metropolitana, seminaristi et altri ecclesiastici con corteggio innumerabile dei Titolati, Cavaglieri e Nobiltà, che lo servivano assistiti da ventiquattro tedeschi alabardieri. L’attendeva ivi il Padre inquisitore, fattosi portare prima come maltrattato dalla podagra, collocato in choro vicino alla sede archiepiscopale nel luogo destinato ai vescovi con postergale, tapeto avanti e cussini pavonazzi, alla ci sinistra sedeva mons. Biandrà, vicario generale con rochetto e mantelletto pavonazzo, habito solito; stando alla destra della sede pontificale fuori dai cancelli al luogo solito il Tribunale archiepiscolape; li signori Consultori sotto al stendardo di S. Pietro Martire, che si collocò in faccia al Palcho, stavano disposti nella parte del primo choro, luogo destinato al senato quando interviene alle prediche, ornato con postergali et inginocchiatori di colore verde, et li quaranta del S. Officio con Padri Domenicani in altre banche inferiori ornate di tapeti verdi parimenti. Quattro giudici secolari con stuolo di sopra cento birri assistevano al difuori del gran Duomo, acciò non seguisse tumulto nell’entrare et uscire, che faceva dalla Metropolitana il numerosissimo popolo amassato da tutte le bande.

Arrivato alla sede Mons. Ill.mo Arcivescovo con molta fatica, collocati e disposti nei suoi luoghi il Capitolo e Clero, distribuito il corteggio in varie e nude banche a ciò preparate, li rei custoditi da trenta birri adunati dal barigello archiepiscopale si condussero in palcho a vista di tutto il gran popolo ondeggiante, che sembrava un mare, calcolandosi da matematici, computisti et uomini pratici che passasse il nuemro di quarantamilla persone, oltre il continuo flusspo e riflusso di chi partiva e sopragiongeva, essendo tutte piene le vicine piazze e contrade. Diede principio alla fontione il Padre Inquisitore con dotto ed erudito breve ragionamento, delle prerogative e sodezza della nostra Fede, che a qualunque fiero empito d’heretica pravità non si move, alle scosse de’ perversi dogmi persevera immobile e ferma nei suoi fondamenti, a differenza della mal stante heresia che ad ogni soffio di verità si scuote, traballa e si sconvolge; doppo del quale, dato segno che si cominciasse la lettura dei processi, fu dal gran pergamo con chiara, alta et intelligibil voce primieramente pubblicato il Processo e sentenze del Borri.

Susseguentemente si condusse nel mezzo del palcho Lazaro Francesco Pontio, sacerdote secolare milanese d’anni 35, e fattolo inginocchiare sopra gradino  ciò preparato, col lume acceso nella mano destra, e con la faccia rivolta al popolo, fu letto il processo e sentenza, e doppo vestito d’habito di penitenza con una croce nel petto e l’altra negli homeri, il barigello lo condusse a sedere in altra parte del palcho a vista di tutti. Al secondo, cioè Antonio Bonardo, pure sacerdote secolare milanese d’anni 38, nell’istesso modo e forma si lesse il processo con la sentenza, vestito e collocato come sopra.

Il terzo, Carlo Mangino, chierico da Voghera, d’anni 25, inginocchiato e col lume in mano, sentendo concludere dal processo che contro di lui si leggeva, che le consolazioni e dolcezze da lui sentite nel ricevere l’Eucharistia, in comprobatione che fosse vero l’empio dogma dal Borri insegnato, dell’incarnatione dello Spirito Santo nel ventre di S. Anna, erano immaginarie e finte, balzò senza verun riguardo in piedi e con temerario ardire disse e replicò che le dolcezze da lui sentite non furono altrimenti immaginarie o chimeriche, ma vere; diede segno nell’istesso atto di voler, con la mano destra che haveva di libertà, cacciarsi qualche scrittura dalle bisaccie, se non fosse stato da birri impedito, che v’accorsero, lo trattennero e vi posero un freno o sia sbatacchio alla bocca, acciò v’accorsero, lo trattennero e vi posero un freno o sia sbadacchio alla bocca, acciò non vomitasse nuovo veleno d’heresie; e d’ordine da Mons. Ill.mo Arcivescovo fu fatto rimovere, cessandosi di proseguire la lettura del suo processo, già che con segni e gesti si mostrò perverso et haveva animo d’esagerare.

Quarto complice, Cesare Barberio chierico milanese di anni 23 nel modo e forma come sopra fu condotto e fatto inginocchiare nel palcho e gli fu letto il processo e sentenza; lo stesso fu fatto al quinto Federico Pirola, laico milanese d’anni 26, et al sesto Bartolomeo Gabrieli, chierico secolare di Paruzano, diocesi di Novara, d’anni 24, e questi tre non furono altrimenti vestiti d’habito di penitenza come li primi Pontio e Bonardo, per essere questi solamente sospetti d’heresia.

Compiute le letture dei processi e sentenze del Padre Vicario e Fiscale del D. Officio, con l’assistenza del loro Cancelliere, si fecero abiurare ad uno ad uno nel palcho pubblicamente, tenendo essi la mano sopra al Missale, sotto al quale era la stola, e dal Padre I inquisitore doppo la fontione privatamente furono assoluti e liberati dalle censure. Solo il Mangini non fu né abiurato né assoluto presumendosi contumace nelle perverse sue opinioni, e così circa le ore 23 terminossi felicemente con grandissima et universale sodisfatione il solenne abiuro ad eterna memoria dei posteri.

Al Mangini fu fatta subita et diligente perquisizione nelle Carceri Archiepisocpali, ove si depositarono li rei quella notte per esser l’hora tarda, trattati ivi con ogni carità, siccome antecedentemente alla fontione, per ordine di sua Sig. Ill.ma; ad esso, fattosi sligare le mani, cacciò volontariamente da Sé una scrittura, che teneva fra le coscie, quale fu ricevuta dal fiscale della santa Inquisitione alla presenza di due testimonij, e senza esser letta consegnata dall’istesso fiscale a Mons. Ill.mo Litta arcivescovo, soggiungendo esso Mongini che la scrittura era un compendio di quello che voleva dire nel palcho, ma che né più né meno l’haverebbe quando fosse esaminato: la mattina seguente furono tutti ricondotti alle carceri della santa Inquisizione».

Il Borri prolungò il suo esilio per una decina d’anni; dopo aver lasciato la Svizzera, soggiornò brevemente a Dresda, passò ad Innsbruck «appresso il serenissimo Arciduca, che si dilettava d’Alchimia», dove, nel 1660, pubblicò Gentius Burrorum Notitia, per magnificare la sua famiglia. «Dal medesimo licenziato, si rifugiò in Olanda, dove si trattenne alcuni anni, et io lo viddi in Amsterdam sfarzoso e trionfante. Conferiva ad alcuni ricchi il suo secreto di far l’oro nuovo, e cavava dalle loro borse il vecchio. Visitava qualche infermo, prima supplicato per esser medico non di professione ma di riputazione. […] I rimedii ch’egli adoprava, non erano Galenici ma empirici. Con tutto ciò vedendo che a lungo tratto non potea mantenersi nell’alto posto, mutò consiglio, e dove per lo passato si poteva di esso verificare il detto di S. Girolamo, in proposito di un simile: Nobilis factus est in scelere, diede nel vile, perché divenne ladro, conforme allora pubblicamente si discorse. E’ però vero che, ciò supposto, anche in questo genere fu trai più qualificati, perché fece un magnifico furto, facendosi prestare molte argenterie da varij Signori e gioie da un ricco ebreo; poi sparì in modo tale, ch’ogni diligenza di perquisizione nello Stato, e di lettere anche in diligenza mandate fuori in altre Province, niente giovò».

A causa dei troppi debiti accumulati, per condurre una vita agiatissima, fu costretto a riparare in Danimarca, dove lavorò nella corte di Federico III, il quale, essendo in condizioni economiche precarie, fidò molto nella produzione dei magici fornelli, che avrebbero attirato anche l’attenzione di Cristina di Svezia. Ella lo invitò ad Amburgo in cambio di danaro, atto a finanziare gli esperimenti alchemici, ma, visti gli scarsi risultati, bloccò i finanziamenti, che continuarono ad arrivare da Federico III, che riaccolse nella sua corte l’alchimista, eleggendosi consigliere intimo del sovrano, di cui raccolse in un libro spurio, pubblicato nel 1681, le memorie.

Deceduto l’amico sovrano nel 1670, il trono accolse Cristiano V, poco avvezzo di cose alchemiche, che costrinse il Borri ad interrompere la sua collaborazione colla corte. Cercò di trasferirsi quindi in Turchia, attraverso l’Ungheria, dove fu fermato a Goldingen, nella Moravia, e rispedito a Vienna sotto buona scorta. Il nunzio pontificio, cardinal Pignatelli, avviò una lenta e laboriosa trattativa con le autorità locali, al fine di porre sotto il dominio del sant’Uffizio, che lo aveva già condannato in contumacia per eresia. La corte viennese, retta da Leopoldo I d’Asburgo, si professò a favore dell’alchimista, negando l’estradizione e inducendo il Borri a fabbricare nuovamente l’oro.

Dall’Archivio Vaticano, abbiamo testimonianza epistolare del cardinal Pignatelli col Sant’Uffizio, che ci narra le vicissitudini della lunga e snervante trattativa diplomatica.

L’eretico fu quindi trasferito da Trieste a Roma ed abbiamo rintracciato nella Biblioteca Vaticana una testimonianza anonima del lungo viaggio:

«Per tutto fece [il Borri] dimostrazione di ricevere le cortesie di ciascuno, avendo grati i trattenimenti che se li facevono; ma quando arrivò a Fano, dove ritrovassi in quel tempo per vice legato mons. Bentivogli bolognese, quest’huomo [il Borri] non voleva né parlare né mangiare né conversare con veruno ben’ché ne fosse pregato da gentiluomini del paese e da cortigiani di Monsignore. Era grande il disgusto di questo prelato in vedere l’ostinazione che in tutto mostrava, essendo scorsi giorni che non aveva gustato alcun cibo, e perché l’istanze che si facevano di lui in Roma, che da tutti fosse ben trattato, erano di grande stimolo a Monsignore, si portò dal Borri nelle carceri dell’Inquisitione e disse queste parole al medesimo: “Homo di tanto spirito, galante e giovane, non sta bene che ne viva immerso in una sì fatta ipocondria; via via, allegramente signor Borri; lei non deve temere, che la Chiesa maternamente benigna l’accoglierà in modo differente da quello ch’ella si pensa”. Allora rispose il Borri: “Monsignore, io vorrei sapere da V. S. Ill.ma ingenuamente se io sia prigione effettivamente ad istanza del S. Offizio o pure dei signori Chigi; ma di grazia, me lo dica liberamente, se gli aggrada”.

Senza riflessione alcuna né punto pensarvi, disse Monsignore che esso era prigione per ordine del S. Offizio e non altrimenti ad istanza dei signori Chigi.

“Se così è, disse il Borri, io ormai non temo né ho più occasione di temere l’ultime ruine mie, perché spero in Dio esser libero dal fuoco”; e così respirando da tanta malinconia che gli affliggeva l’anima, mangiò con Monsignore e cercò di sollevarsi quanto poté. Temeva lui d’esser strumento della potenza del cardinale Flavio Chigi, perché in tempo del zio [Alessandro VII] lui fu tiranno e della sua persona e della sua dignità, e fu non ordinaria la maldicenza che andò seminando di questa casa.

[…] Seguitando il suo viaggio, giunse ai confini di Terni […] e perché nelle carceri dell’Inquisitione non vi poteva esser ricevuto, per non esser quelle né sicure né capaci in materia tanto gelosa, fu subito e adirittura condotto in quelle di Mons. Governatore; […] essendo ora di pranzo, fu interrogato se avesse voluto mangiare carne o pesce, et egli rispose che essendo in quel giorno la vigilia di S. Lorenzo voleva del pesce, perché era buon cattolico. Fece istanza d’un pettine che subito gli fu dato e donato dal medesimo Governatore, e nel desinare fu nobilmente servito et in servitio d’argento; alla sua tavola mangiò anco il Padre Vicario con il signor Francesco Ranieri, Cancelliere del S. Offitio di Terni, e in tavola non comparvero mai coltelli, siccome era seguito in tutti gli altri luoghi, ma la roba era già trinciata.

Dopo desinato, fu visitato da molti signori e specialmente da’ padri Gesuiti e dal signor conte Bartolomeo Canali, che era stato suo condiscepolo nel seminario romano, quando successe l’accennata sollevazione. Fugli detto dal padre Anton Venturi, gesuita e lettore di filosofia nel collegio di S. Lucia di Terni, che egli andava a Roma per caldi eccessivi [si era alla metà d’agosto], ed esso replicò subito le precise parole: “Non teme questi caldi chi è destinato ai maggiori, già che io so molto bene che se è stata abbruciata la mia statua in Roma, correrà l’istesso pericolo l’originale”

[…] Il sopra accennato cancelliere del S. Offitio di Terni aveva un male che bene spesso lo tormentava terribilmente, e per vedere se pure una volta ne potesse esser libero, aveva usato tutti quei medicamenti possibili che i medici del paese e fuori gli avevano ordinato. Sapeva dunque che il Borri in materia di medicina era eccellentissimo; gli confidò la sua fastidiosa e molesta indisposizione; il quale comprese la qualità del male, e adoperandosi volentieri per guarirlo e forse per acquistar fama, ordinogli una ricetta scritta di propria mano. Esso consolato dal suddetto, messe in pratica quanto prima quei medicamenti ordinatagli e in pochi giorni guarì affatto.

Il resto della nobiltà di Terni, non vi restò alcuno tanto di dame che di cavalieri che non andassero a vederlo alle carceri del governatore, et essendo compitissimo, complimentò con tutti benché si vedesse vicino alle porte di Roma, che vuol dire vicino all’ultimo dei suoi giorni».

Giunto a Roma, il Borri fu imprigionato in Castel S. Angelo, mentre il processo significò risultati piuttosto contraddittori: «i signori consultori si divisero in due parti fazionarij»; fautori della pena di morte e del carcere a vita, assecondando le volontà dell’imperatore Leopoldo I, cui era stato promesso di tener salva la vita del prigione. Quest’ultima ipotesi riuscì anche grazie alla condotta del Borri, il quale non aveva più manifestato le sue idee eretiche nel lungo esilio europeo.

La sentenza fu proclamata nel 1672: carcere perpetuo e «recitare una volta al giorno il simbolo delli Apostoli e li sette salmi penitenziali, a ricevere una volta il mese i sacramenti».

La funzione dell’abiura di tenne in S. Maria alla Minerva.

«Viddesi la gran Chiesa di S. Maria sopra la Minerva, che dicono superare in grandezza ogn’altra di Roma, fuor che quella di S. Pietro, distinta in tre parti, ogn’una delle quali non comunicava coll’altre; la prima era dall’ingresso delle tre porte nel frontespizio sino a un terzo della lunghezza, dove trovavasi una divisione d’un tavolato, alto più che una statua d’huomo, che scorrendo da un lato della Chiesa all’altro, impediva il Popolo che qui fusse, che non potesse avanzar più oltre. Il restante della navata di mezzo sino alla Crociata, era chiuso con un simil volato, et una sola porticella riteneva bella parte di mezzo di rimpetto all’Altar maggiore, per la qual potessero entrare i Signori Cardinali, Prelati, Officiali del S. Officio et altri Signori cospicui. Vicino al pergamo, a due o tre passi verso le porte della Chiesa, era stato eretto un Palco libero e senza sponda alcuna, alto più che i tavolati sopradetti, affinché ben fusse da tutti veduto il penitente: tutto il restante della Chiesa, cioè le due navate laterali corrispondenti al recinto dei Signori Cardinali, era riservato per li Signori qualificati e per chi pareva ai Ministri del S. Offitio, che gli intromettevano per la porta dell’orto, custodita dalle guardie di palazzo. Due hore avanti al levar del sole, la Domenica mattina,l fu condotto il Borri in carrozza serrata dalle carceri del S. Offitio, accompagnato da una squadra di cento venti sbirri al convento della Minerva, e fattolo entrare in sacrestia, et indi nel piccolo oratorio determinato per l’oratione dei sacerdoti avanti e dopo la messa, ivi fu trattenuto sino all’hora della funtione: venuto il tempo del pranzo, hebbe lauta mensa, ma esso non prese altro che un par d’ova: discorreva senza titubar in conto alcuno, però modestamente disse che volentieri faceva quest’atto publico dell’abiuratione, perché havendo tanto scandalizzato e si pubblicamente il mondo con la sua vita passata, era ben anche il dovere che pubblicamente ne facesse la detestazione e la penitenza.

Circa le 19 hore arrivò la compagnia de’ Svizzeri di S. S.a custodire la porta dell’orto per lo quale dovevano entrare gli Em.mi, i Prelati e alti privilegiati, e per maggior cautela ci venne anche una compagnia de’ Moschettieri, i quali in poca distanza postisi in ordine, tennero colla loro  presenza il popolo nel dovuto rispetto, et in oltre la compagnia de’ Cavalleggieri di S. S.teneva i posti attorno la Chiesa e Convento. Forniti d’entrare in cento tutti i Signori Cardinali, circa le 21 hore, si diede principio alla funtione. In Chiesa non v’era persona alcuna, né la mattina era stata offitiata. Il primo che vi entrasse fu il Borri condottovi dal capitan Bargello, accompagnato da alcuni sbirri, e lo fece entrare in un gabinetto di tavole fatto a posta sotto il Palco. Entrarono gli Em.mi per la sua porticella custodita da parte della compagnia de’ Svizzeri nel preparato recinto, e si assentarono in numero di 25, buona parte della S. Congr.e del S. Offitio, in lunga linea sopra alti banconi di rimpetto al Pulpito e Palco; altrettanto numero de’ Prelati in circa sedevano nel medesimo recinto subito dentro la porticella, così a mano destra come sinistra, e guardavano verso la facciata della Chiesa. Gli offitiali ed altri Signori riempivano il resto,e così le due navate corrispondenti al recinto erano già piene.

Fra tanto la Piazza della Minerva era tutta piena di popolo, che impatiente aspettava, che si aprissero le porte; le quali aperte, udissi quasi uno strepitoso torrente di popolo, che in un istante tutta quella parte riempì, né bastando ne restava ancor parte fuori nella Piazza, contentandosi di vedere di là quel poco che potesse. Montarono allora sopra al Pulpito due Padri Domenicani, i quali tra tutti scelti per haver buona e sonora voce, portarono seco il Processo del Borri per leggerlo. Nell’istesso istante fu fatto uscir dal gabinetto il Borri, et accompagnato dal Bargello cominciò a salir sopra la scaletta preparata; io che n’ero vicino a pochi passi, lo viddi nel salire, e conobbi la sua ciera mutata assai da quella che viddi già in Olanda, si per i travagli passati e presenti, come per l’attuale agitazione di mente in dover comparire alla presenza d’un mondo, per così dire, legato colle manette di ferro postegli all’uscir di prigione, e per udirsi rinfacciare tutti i suoi misfatti già da sé confessati e più volte confermati. Che se ogni eresiarca ha, per fondamento e radice degli altri suoi vizij, la superbia, mentre crede più a se stesso che a tutta la Chiesa, dunque la maggior confusione e crepacuore che un tale possa havere, sarà il vedersi a tal segno vilipeso. haveva il Borri il volto pallido, i capelli canuti sopra l’età di 45 anni in circa, e può credersi ancora che ciò fusse accresciuto oltre dalla causa assegnata, dal dubbio ch’egli haveva se doveva essere in quest’attione condannato alla morte, perché effettivamente non ne sapeva la sentenza. Salito sopra al palco fece due reverenze molto gentilmente ai Signori Cardinali, poi si accomodò in piedi per servar quel posto durante la funtione, che non fu meno di due hore e mezza. Gli diede il Bargello una candela accesa alla mano, et allora udissi ad alta voce chiaro e distintamente proclamare il Processo da uno de i due Religiosi in pulpito, il quale, stancato l’altro, subentrava, e così a vicenda sino al fine. Circa in metà accadde uno svenimento al Borri; però con l’aceto a tal’effetto preparato gli toccò il volto il Bargello, e da poi sino al fine un caporale lo sostenne, reggendosi nondimeno esso assai comodamente. Nell’ultimo fu letta la sentenza et allora il popolo servò un alto silentio.

Udissi dire: Tu sei stato eretico, perché stando in quelle parti hai scritto due lettere di tuo proprio pugno a questo Tribunale, nelle quali ti humiliavi riconoscendo e confessando il tuo errore, e domandandone humilmente perdono, sebene volessi patteggiare circa del mondo con cui saresti trattato. Et in oltre tu non hai mantenuto o predicato i tuoi errori in quelle parti, nelle quali hai dimorato ne meno hai predicato o discorso contro la Fede cattolica; però ti assolviamo dalla scomunica maggiore, nella quale sei incorso, imponendoti per penitenza salutare che ogni giorno, durante il tempo di tua vita reciti una volta il simbolo Apostolico.

E’ credibile che il Borri all’udire tal sentenza restasse consolato, ben potendosi imaginare che, essendo stato già condannato ad esser abbrugiato vivo, e la sentenza essendo stata esseguita nella sua statua, dovesse egli haver l’istesso fine. Nondimeno si crede che questo santo Tribunale del S. Offitio, che è il più terribile insieme et il più mite e pietoso del mondo, secondo l’ostinatione e pentimento dei Rei, si sia piegato a condonare la morte l Borri, dalle preaccennate cause, et altre a noi ignote. Fatto scender allora dal Palco il Borri, che prima replicò le due riverenze ai Signori Cardinali, se n’andò alla presenza del Rev.mo Padre Commissario del S. Offitio, perché con tal conditione gl’era stata promessa l’assolutione dalla socmmunica, et inginocchiatosi avanti di esso recitò a mente il Salmo penitenziale Miserere mei Deus, durante il quale il Padre Rev.mo che stava sedendo con la sto,a berretta, e bacchetta alla mano, andava percotendo il penitente hora sopra una spalla, hora sopra l’altra, e furono vedute cascargli le lacrime dagli occhi nell’istesso recitar il Salmo, onde mosse a compassione la formola dell’assolutione, il Padre levossi di sedia et abbracciò teneramente il penitente, accogliendolo di nuovo nel seno della S. Madre Chiesa, dalla quale questo figlio prodigo si era tanto allontanato. Con tutto ciò sogliono le anime grandi, applicandosi al male riuscir pessime, et al bene ottime. Con altretanto buon affetto abbracciarono pure il penitente alcuni Prelati».

Dimorò quindi nel carcere dell’Inquisizione fino al 1678, quando fu chiamato da papa Innocenzo XI, per guarire il duca d’Estrées, ambasciatore di Francia, garantendo la permanenza nuovamente nelle carceri di Castel S. Angelo e successivamente ottenendo la licenza di passeggiare libero per le vie della città e dedicarsi alla medicina.

Il Borri tornò quindi ad occuparsi attivamente di alchimia, attirandosi la curiosità delle ricche famiglie romane e milanesi, come è testimoniato dalla seguente lettera indirizzata al marchese Alessandro Trivulzio, nel dicembre del 1689 per conto del Borri:

«Ill.mo Sig.r mio Padron Colendissimo

In esecutione de’ comandamenti di V. S. Ill,ma ho procurata et ho ottenuta l’Erba di S. Bibiana, e questa sira si consegna al Corriere dentro una scatoletta, nella quale sarà anche acclusa la nota del modo che deve tenersi a prendere la detta Erba; la quale essendo buona per tutti li mali, conforme al detto dell’Eremita che ne ten cura, spero che sia per giovare anche alla di lei figlia. Prima di parlare co, Signor Borri, in proposito del male della medesima, stimo di suggerire a V. S. Ill.ma parermi espediente ch’Ella mi facci capitare un’esatta relazione fatta dal Medico, che ha la cura dell’inferma, sopra la qualità e circostanze del male, con quel più, che allo stesso Medico parerà da considerarsi, acciocché il Sig. Borri non habbia da dare un rimedio o un consiglio a caso. Attenderò in qualunque maniera V. S. Ill.ma voglia che io la serva, dispiacendomi in estremo che le mie debolezze abbiano ad essere da Lei esercitate in congiuntura sifatta; e le bacio riverentemente le mani.

Roma 24 dicembre 1869.

Di V. S.Ill.ma

Devot.mo e obbl.mo servitore vero

GIUSEPPE PARAVICINO

Sig. Marchese Alessandro Trivulzio

Milano

Tre lettere del Borri, indirizzate ad Isabella Trivulzio nel 1694 accompagnata alla figlia Maddalena; sono le ultime dell’alchimista prima di morire.

I.

«Francesco Gioseffo Borri è quello che riceve l’onore stimatissimo delli saluti della Sig.ra D. Isabella Trivulsi, e gli ne rende cordialissime gratie, rammaricandosi infinitamente di non potergli insegnare altra strada, per compire la consolazione di vederla, giacché non potrà parlargli, che quella di ricorrere a Mons.r Thesoriere, chiedendogli gratie di poter veder Castello, senza però nominare che voglia parlargli, poiché gl’è sopragionta questa disgratia, dopo vintiquatro anni di prigione, senza che Egli possa saperne la causa, perché prima era visitato da tutti quelli che volevano. Nel rimanente Egli ha ottima memoria del Sig.r Christoreto Professore di matematica in Pavia, che crede ancor vivente; si ricorda di tutte le allegrezze puerili che passavano tra l’una e l’altra famiglia, e se vale a servirla in qual si sia cosa che da Lui dipenda, attenderà per singolari gratie e favori i di Lei comandi.

(A tergo) Alla Ill.ma Sig.ra Padrona Col.ma

La Sig.ra Anna Isabella Trivulsi».

II

«Sig.ra Padrona osservandissima

Rendo humilissime gratie a V. S. per il zelo che ha di consolarmi di questo lunghissimo carcere, nel quale se fussi stato premonito della venuta di V. S. e dell’Ecc.ma Sua Figlia, non haverei mancato di riverire almeno ambidue con i sguardi come faccio presentemente con tutto l’animo, supplicandola de’ suoi ambiti comandamenti, e baziandole devotamente le mani resto.

Di V. S.

Devotissimo e Obbligatissimo ervitore

FRANCESCO GIOSEFFO BORRI»

(A tergo) «Alla Sig.ra D. Anna

Isabella Trivulzia Pecchia

Sue Mani

(con sigillo impresso in ceralacca rosso e collo stemma Borri).

III.

«Ill.ma Sig.ra e Padrona mia Osserv.ma,

Quanto volentieri haverei veduto l’affettuoso complimento che V. S. Ill.ma si degna farmi per le correnti feste accompagnato da qualche suo comando come di cuore ambisco. Può ben immaginarsi V. S. Ill.ma se io mi sia gravemente dolsuto dell’altrui rusticità che m’impedì di fargli humilissima riverenza nell’ultima visita che fece in questo Castello accompagnata dall’Ecc.ma Sua Sig.ra Figlia; ma persona alcuna me ne fece motto.

Io continuo per la Dio gratia secondo la grave mia età in buona salute benché attorniato da mille rammichi. Con quest’occasione faccio humilissima riverenza alla Sig.ra Sua Figlia et all’Ill.mo Sig. Christoredo suo fratello, mentre inchinato le faccio ora devotissima riverenza.

Roma Castel S. Angelo, primo gennaio 1695.

Di V. S. Ill.ma

Humilissimo obbligatissimo servitore vero

FRANCESCO GIOSEFFO BORRI

Ill.ma Sig.ra Trivulsi

Milano».

Nel 1691, papa Innocenzo XII, l’antico nunzio a Vienna, tolse tutte le libertà al Borri, rinchiudendolo definitivamente in prigione, dove sarebbe morto nel novembre del 1695.

«Morse il suddetto Borri in Castel S. Angelo ivi ristretto dalla sacra Inquisitione, di novembre del 1695 stante una infetione d’aria, per l’inondatione del fiume che partorì e nelli borghi e nella fortezza quasi un contaggio. Mentre il detto visse nella detta fortezza Adriana attese alla chimica, facendo di molte cure, fra l’altre del Duca di Lestre, che fu permesso di andarlo a curare nel suo palazzo. Come parimente fu permesso nella malattia et ultima infermità del signor cardinale Verginio Orsino del mese d’agosto del 1676, che fu l’ultima malattia della sua vita».

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