“Come ti amerò, quando di riavrò ancora!”. Lettera di Gabriele D’Annunzio a Elvira Leoni

A quest’ora tu avrai già ricevuta la mia lettera di jeri, forse. Sono le dieci.

Quando non era ancora giunto il mio amico ed io era solo, ho pensato spesso che sarei stato molto felice se tu avessi animata la solitudine, se tu fossi apparsa una notte su la soglia, d’improvviso. La piccola branda avrebbe accolti i nostri corpi avviluppati ardentissimamente, e il mare avrebbe coperti con la sua gran monotona i gridi della nostra passione e i singhiozzi della nostra voluttà.

Come ti amerò, quando ti riavrò ancora! Mi pare quasi che al contatto della tua carne, della tua carne così dolce e così ricca d’oro e così profumata di naturali aromi, io morirò di piacere. Quando ripenso ai baci ch’io ti dava su tutto quanto il corpo, sul seno piccolo ed eretto, sul ventre perfetto come quello di una vergine statuaria, su la rosa che è calda e viva e soave come la tua bocca, su la coscia che ha la mollezza del velluto e il sapore di un frutto succulento, su le ginocchia che tu invano mi contendevi ridendo e contorcendoti, e nella piegatura delle ginocchia che è così delicata e fresca e infantile, e sulla schiena tutta dorata e sparsa d’acini d’oro e segnata d’un solco dove la mia lingua correva rapida ed umida nella carezza, e sui lombi e sui fianchi di meravigliosa bellezza, e su la nuca e tra i capelli e su le lunghe ciglia palpitanti e su la gola, quando io ripento a tutta quell’onda di gioja che mi attraversava le vene soltanto nel guardarti ignuda, mi sento rabbrividire ed ardere e tremare, e ti tendo le braccia con un disperato impeto di desiderio e singhiozzo sotto l’oppressione dell’angoscia d’amore.

Addio amore, pensami sempre.

La tristezza dell’anima amante, che non trova consolazione nel mondo, che lo circonda, poiché tutta l’attenzione è per l’oggetto amato. Quella solitudine intera potrà essere sciolta solo dalla sua presenza e magari, così all’improvviso, qualcuno busserebbe alla porta di casa: un sussurro e quel rumore basso tanto simile ad un battito cardiaco accelerato. E’ la rappresentazione del battito del cuore dei due amanti. Egli magari è nel letto, dolorosamente combattente sconfitto contro l’insonnia, che gli tormenta la testa, gli intirizzisce le membra fino a ritirarsi in piccoli colpi nervosi, aritmici; quel veloce battito all’uscio. Immediatamente, mette i piedi fuori dal letto, alla vana ricerca delle pantofole, che sembrano ogni volta nascondersi sotto il letto. Allora rintracciarle con il piede, perché si possano indossare e poi, come spesso accade, il piede sinistro finisce nella pantofola destra! Sono attimi infinitamente lunghi, mentre lei si stringe nel giacchetto, per tema di esser vista.  La giacca da camera è stata abbandonata sulla poltrona, ci vuole un attimo, per indossarla e finalmente è pronto, per ricevere la sua dama. Si reca alla porta ed apre immediatamente, aggredito dal fascio di luce della lampada: lei non è apparsa.

Mestamente chiude la porta di casa e la luce lentamente lo abbandona, per ripiombare tra la penombra, poiché la luce filtra appena tra le spesse doghe. Uno squarcio di luce notturna è proiettata dalla luna sul letto, che avrebbe dovuto ospitare i due corpi, ancora vestiti, ardissimamente avviluppati. Sarebbe stata così violenta la voglia di possedersi, che non ci sarebbe stato tempo, per liberarsi dagli abiti sottili, quasi di stoffa liquida, evanescente tanto da non frapporre alcun ostacolo tra le forme umane. Il mare cantava il canto notturno della serenità, del silenzio, del presagio; un canto che somiglia ad una nenia antica, senza storia o forse fuori dalla storia, sospesa tra le generazioni. I due corpi avviluppati, stretti, franti, aggrappati uno all’altro avrebbero espresso la passione, la voglia, il desiderio attraverso delle grida, oltrepassando lo stupido significato delle parole, perdendo così ogni logico pensiero, frantumando le idee, sbriciolandole e così le grida sarebbero state mozziconi di parole, sagome imprecise, contorni confusi. Le grida che solo l’amore comprende. Dal grido al singhiozzo; dal suono acuto a quello grave senza alcuna sosta intermedia: toccare l’uranico e sprofondare nel plutonico: schiavi ora del Cielo, ora dell’Inferno, ora della propria esaltazione spirituale, ora della propria esaltazione carnale.

Purtroppo sono solo delle magnifiche fantasie, che guidano la volontà dell’uomo, il quale può solo appellarsi alla sua memoria, per ricordare il contatto con la carne dell’amata. La carne luogo di piacere, di dolore, di gioia, dolce, amara, ricca, povera, profumata, aromatica. La carne come doloroso scambio di emozioni intense, che a volte si fatica a trattenere, a viverle, a memorizzarle, poiché tutto è figlio dell’attimo, che sfugge e non torna più.  Il profumo proprio della carne dell’amata,che ci può solo riportare a lei, al suo irripetibile mondo di emozioni, paure e stati d’incoscienza. Per quegli aromi, moriremmo!

Ora il ricordo diventa fisico e si congela, pensando ai baci, che eccitavano il seno piccolo ed eretto, sul ventre, che accoglie e dona la vita, così perfetto da sembrar di donna, che ancora non aveva nutrito le gioie del parto e poi il centro della vita: la rosa, fiore sacro a Venere, che nacque dalla spuma del mare, aalla rosa, aperta alla vogliose cure dell’uomo, alle cosce, tornite, carnose, assenti dalla muscolatura e quindi da qualsiasi tensione, che l’uomo morde, come fosse un frutto pieno di liquido da bere; poi le ginocchia, che ella non voleva dischiudere agli amorosi sensi e quindi ogni possibile mossa era necessaria, per difendersi dagli assalti di lui, che le chiedeva di girarsi, per esplorare delicatamente la schiena, simile ad una fila di acini d’oro, da mozzicare, da bere, lasciando colare il prezioso liquido, perché il profumo di lei si spanda sul viso di lui, armeggiare con la lingua, seguendo il centro della schiena, che nasconde la kundalini, la magia, il centro dell’estasi ed insistere sui lombi, che conducono ai glutei, altro centro di ignota e folle passione per l’uomo, quindi risalire lungo i fianchi, per arrivare magicamente alla parte posteriore del collo, raccogliendo i capelli, per donare brividi, emozioni che le parole non commentano, ed ancora voltare il corpo dell’amata, per inumidirle le ciglia di saliva e quindi con un gesto delicato avvicinarsi alla gola, sentendo la pelle sottile e tirata.

Questi sono i ricordi da non ricordare, poiché a quel passato è legata la gioia, che oggi è tramutata in tristezza, dolorosa ed ardente tristezza, quando la nudità scatenava le più oscene fantasie, che trovavano sfogo nella felice unione di due anime, che rabbrividivano, ardevano e tremavano.

E ti tendo le braccia con un disperato impeto di desiderio e singhiozzo sotto l’oppressione dell’angoscia d’amore.

L’ultimo impeto: le braccia, che si stendono in un impossibile abbraccio, segno della disperazione, dell’angoscia nella solitudine di una stanza fiocamente illuminata.

Addio amore, pensami sempre.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:
search previous next tag category expand menu location phone mail time cart zoom edit close