Le 95 Tesi

Nel 1492, gli Ebrei furono espulsi dalla Spagna per il concetto di purezza di sangue, nonostante la chiara posizione contraria di Ignazio di Loyola, il quale ebbe ad esprimere il suo personale apprezzamento nel riservare un posto, tra le sue fila, ai conversi. La società spagnola era composta anche da matrimoni misti, per cui risultò assai difficile ricostruire l’albero genealogico, al fine d’individuare la presenza di un non cristiano.

L’idea di razza apparve in forma embrionale, come occasione di discriminazione e di persecuzione, tantoché il battesimo non avrebbe più rappresentato il sacramento validante l’appartenenza all’Ecclesia. Molti spagnoli giudaizzanti abbandonarono la penisola iberica nell’intero corso del Cinquecento ed in parte del Seicento, per paura di finire davanti all’Inquisizione, sparpagliandosi nell’intero Mediterraneo.

Agl’inizi del ‘500, il mondo ebraico vantava chiare difficoltà anche in Germania, dove avevano avuto luogo espulsioni e riammissioni. La quaestio si trasformò in un valido capro espiatorio ben individuato, sul quale scaricare le responsabilità di trame politiche, problemi economici contingenti e motivi religiosi persistenti.

Una disputa su alcuni testi ebraici, svoltasi a Francoforte, sarebbe dilagata in breve in Francia ed in Italia. Un ebreo convertito, Josef Pfefferkorn attaccò il Talmud, sostenendo che dovesse essere distrutto, lasciando agli Ebrei solo la Bibbia. Nella contesa, si vide schierato l’Imperatore dalla sua parte, cosicché preso coraggio, pose sotto sequestro altri libri. Gli Ebrei, allora, protestarono, chiedendo ed ottenendo la protezione del Vescovo di Magonza, il quale informò l’Imperatore che nella sua diocesi non vi fossero libri anticristiani, decidendo così la sconfitta del Pfefferkorn, vicino ai predicatori domenicani.

Intervenne allora nell’acceso dibattito Johannes Reuchlin di Pforzheim, cristiano e notoriamente ostile agli Ebrei, studioso d Kabbalah e Talmud, il quale ammise che all’interno di testi ebraici vi fossero tracce delle verità cristiane, rimproverando agli Ebrei la loro cecità ed ostinazione. Il conflitto tra Pferfferkorn e Reuchlin espresse due schieramenti; Reuchlin in una lettera all’Imperatore indicò che gli Ebrei dovessero godere degli stessi diritti e della stessa protezione degli altri cittadini dell’Impero Romano Germanico, ripudiando così il giudizio di ereticità e rivelando come i punti di contatto tra le due confessioni fossero probanti. Lo scontro ben presto precipitò tra umanisti ed oscurantisti: l’Inquisitore Hochstraten, intervenne, minacciando l’accusa di ereticità contro Reuchlin, che nel frattempo aveva guadagnato l’appoggio del duca di Wittemberg. Il provvidenziale intervento dell’arcivescovo di Magonza impedì che finisse sul rogo l’accusato, il quale intanto s’era rivolto all’ebreo Bonnes de Lattes, medico personale del papa, d’intervenire presso Leone X. L’Inquisitore Hochstraten fu condannato, ma le sue accuse rimbalzarono nelle principali città europee. Il cardinale Domenico Grimani preparò l’istruttoria principale, mentre gli ebrei tedeschi e francesi manifestarono il loro pieno appoggio a Reuchlin ed all’Imperatore, Massimilano I d’Asburgo. I domenicani ottennero accoglienza delle loro tesi presso l’Imperatore di Francia, Luigi XII, sancendo così una netta divisione dal potere tedesco. Gli amici di Reuchlin pubblicarono nel 1515 un’epistola satirica e i domenicani tentarono di far espellere gli ebrei da alcune città della Germania, ottenendo il diniego da parte di Massimiliano I, che fu rimosso alla sua morte, avvenuta nel 1519.

Le controversie tra Reuchlin e Pfefferkorn furono il sintomo di un disagio profondo, raccolto da Martin Lutero, convinto che il cristianesimo dovesse poggiare sull’autorità delle Sacre Scritture. Tradusse la Bibbia in tedesco, predicando un ritorno alle radici, in cui Cristo si era rivelato come ebreo. La tesi fu un giustificato pretesto, per allearsi con i perseguitati contro l’autorità romana, accusata di non essere più espressione di un’istituzione religiosa, poiché profondamente corrotta e incline alle piacevolezze della vita, con a capo un monarca intento al prosaicismo e poco al ministero di salvare le anime.

Dai tempi più remoti, la giurisdizione civile della società cristiana era mescolata alla vita religiosa; infatti la temuta scomunica puniva i delitti più gravi, mentre i meno gravi erano colpiti con la temporanea esclusione dalle cerimonie di culto. Aumentati il numero dei precetti, i delitti si moltiplicavano all’infinito le penitenze, che si risolvevano in pellegrinaggi, donazioni alle chiese ed ai conventi o in pratiche esterne.

Nell’XI secolo, la costruzione delle grandi cattedrali fu possibile, poiché la penitenza fu sostituita, dietro una vecchia consuetudine germanica, all’offerta di danaro, che presto avrebbe generato una vergognosa speculazione a detrimento della religione e della morale cristiana.

Nel 1084, Papa Gregorio VII offrì l’intera remissione dei peccati con l’indulgenza plenaria ai tedeschi, che avrebbero abbandonato la causa dell’Impero, per abbracciare quella Romana.  Lo scolastico Alessandro di Hales «scoprì» il «tesoro inestinguibile delle indulgenze» nei meriti di Gesù Cristo, della Vergine Maria e di tutti i Santi, da cui la Chiesa avrebbe potuto attingere «in saecula saeculorum». Nel 1300, Bonifacio VIII istituì il Giubileo, per ammettere presso i fedeli Roma quale capitale del mondo religioso. L’istituto fu maggiormente articolato vieppiù da Clemente VI, che avvicinò le epoche giubilari, nonostante la scomunica, che sarebbe stata comminata a colui che avesse cambiato la scadenza secolare. Clemente VI si sarebbe richiamato al giubileo istituito da Mosè da celebrarsi ogni cinquant’anni. Verso la fine del XIV secolo, Bonifacio IX profittò largamente del decreto del suo predecessore Urbano VI; che aveva determinato d‘indire il giubileo ogni trentatré anni, inviando i vari legati a vendere le indulgenze papali. Paolo III regolò definitivamente la celebrazione giubilare ogni venticinque anni.

Nel 1501, la Dieta di Norimberga pose ostacoli al pagamento delle decime a Roma ed alla vendita delle indulgenze, raccogliendo tutti i «gravami» in dieci articoli con la minaccia di separazione. Prevalse la sordida ragion di Stato: siccome l’Imperatore aveva bisogno del papa, per curare gli affari italiani, ogni lamento fu presto soffocato, anche se la sommossa interiore era ormai di fatto inarrestabile, e diventò azione, quando nel 1502, dei contadini sulle rive del Reno si ribellarono alle esose vessazioni dei monsignori ecclesiastici. La libertà della patria fu presto rivendicata dalla nobiltà germanica con a capo Franz Sickingen e Ulrich de Hutten, i cui scritti violenti incendiarono la guerra contro Roma. Papa Leone X fu sordo alle rimostranze germaniche, tantoché, bisognoso di danaro per la costruzione della chiesa di S. Pietro, organizzò su larga scala la vendita delle indulgenze, affidando la raccolta tedesca al giovane arcivescovo Alberto di Brandeburgo.

Ecco il testo di un’indulgenza plenaria, venduta da Giovanni Tetzel per conto del suo vescovo.

«Io Giovanni Tetzel, frate dell’ordine dei Domenicani a Lipsia, baccelliere in Santa Scrittura, inquisitore dell’infame eresia, in virtù del potere papale delegatomi, ti assolvo da tutte le pene ecclesiastiche che hai meritato, e da tutti i peccati e delitti commessi, abbenché grandi e di qualunque specie siano: ti assolvo anche dai peccati di cui il Santo Padre si è specialmente riservata la remissione. Ti scancello pure ogni macchia d’impurità o di disonore che in tu potuto contrarre per i tuoi delitti. Ti assolvo dalle pene che avresti dovuto soffrire nel purgatorio. Ti permetto di prendere i santi sacramenti. Ti reintegro nella comunione dei santi, ti ricolloco nella pianezza che tu avevi all’ora del tuo battesimo, in guisa che al momento della tua morte la porta dell’inferno sia chiusa per te e si apra quella del paradiso. Questa grazia ti è concessa fino al termine della tua vita.

In nome di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo. Amen

Frate TETZEL, commissario,

ho firmato mano propria».

Martin Lutero tuonava dal pulpito contro lo scandalo del traffico vergognoso delle indulgenze, causa dell’abbandono della santificazione e della fede, distrazione per il popolo di Dio, perché l’ottica si sarebbe spostata dalla rovina del peccato alla liberazione della penitenza. Alcuni prelati indicarono a Lutero la via del silenzio, non ottenendo risultato alcuno, poiché la posizione dell’Agostiniano era arroccata nella difesa della dignità del Vangelo contro le menzogne del Tetzel.

Ogni anno, uno straordinario concorso di fedeli interveniva per la festa di tutti i Santi a Wittemberg, dove, nella chiesa fabbricata da Federico il Savio, si celebrava la scandalosa vendita delle indulgenze. La sera del 31 ottobre 1637, Lutero affisse alla porta della chiesa novantacinque tesi, illustrando l’abuso della pratica e difendendo pubblicamente la validità teologica accusatoria. Fu l’atto eroico, che avrebbe segnato la svolta scismatica, determinata anche dal fallimento di un’azione personale dell’Agostiniano, che dimostrò le sue idee di fronte ai superiori, perché impedissero il sacrilego traffico, ottenendo la richiesta di silenzio sull’intera faccenda.

Lutero rimise al vescovo di Magonza copia delle novantacinque tesi, accompagnate della seguente lettera:

«Venerabile padre, illustre principe, voglia Tua Grazia riguardarmi con occhio benigno, e ricevere favorevolmente la mia domanda. Nella tua diocesi si vendono le indulgenze a profitto della costruzione di San Pietro a Roma. Io non biasimo tanto i gran clamori dei predicatori d’indulgenze, che non ho udito, quanto l’errore e il falso significato dato dal povero, semplice e ignorante popolo, che ovunque e altamente pubblica le menzogne che gli si sono fatte credere. Ciò mi attrista e mi addolora. Credono che le anime escano dal purgatorio appena che il danaro è nella borsa dell’impostore venditore d’indulgenze.

Credono che l’indulgenza ha tanta efficacia da salvare il più grande dei peccatori. Gran Dio! Le povere anime saranno dunque, sotto il sigillo della tua autorità, ammaestrate, a perdizione e non a salvamento? Tu ne renderai conto a Dio. Compiaciti di leggere e considerare le seguenti proposizioni, ove mostrasi la vanità delle indulgenze, che i predicatori proclamano cosa salutare e certa».

Ecco alcune delle novantacinque tesi:

1. Quando il nostro Maestro e Signore Gesù Cristo dice: Pentitevi, vuole insegnarci che tutta la vita dei suoi fedeli sia un continuo e costante pentimento;

2. Questa parola non può riferirsi al sacramento della penitenza, voglio dire della confessione e della soddisfazione, come è amministrata dal sacerdote.

3. Il Signore non vuol qui parlare unicamente del pentimento interno, che è di nessuna efficacia, se non produce esternamente ogni maniera di mortificazione della carne.

4. Il pentimento e il dolore, voglio dire la vera penitenza, durano fino a tanto che l’uomo è in vita, cioè fino a tanto che passa da questa vita all’eterna.

5. Il papa non può, né vuole immettere alcun’altra pena, se non quella che egli ha imposto secondo il poter suo, o conformemente ai canoni, voglio dire alle leggi ecclesiastiche.

6. Il papa non può rimettere alcuna condanna, ma solamente dichiarare e confermare la remissione fatta da Dio stesso: a meno che non faccia nei casi di sua pertinenza. Se adopera altramente, la condanna rimane interamente la stessa.

11. I canoni penitenziali sono per i vivi e non possono in verun modo infliggere pena all’anima dei morti. Il cambiare la pena canonica in quella del purgatorio è della zizzania: è evidente, i vescovi dormivano quando fu seminata quella mala erba.

21. I predicatori d’indulgenze s’ingannano quando dicono che il papa ha il potere di salvare l’uomo da tutte le pene.

25. Quel potere che ha il papa sul purgatorio in tutta la Chiesa, ogni vescovo lo ha nella sua diocesi ed ogni parroco nella sua parrocchia.

27. Predicano una umana follia, coloro che pretendono che l’anima voli dal purgatorio appena che il danaro dell’indulgenza tocca il fondo della cassetta.

28. Certamente, appena che il danaro suona nella cassetta, l’avarizia e l’amor del guadagno aumenta fuor misura: ma la salvazione che può accordare la Chiesa non può esser altro che la grazia di Dio.

32. Coloro che s’immaginano di esser salvi comprando le indulgenze, andranno nell’inferno insieme con quelli che loro insegnano sì bugiarda dottrina.

33. Guardiamoci dai falsi dottori che pretendono che le indulgenze papali sono la più preziosa grazia da Dio accordata agli uomini per riconciliarli con Lui.

35. Insegnare che l’anima può essere salvata dal purgatorio, senza bisogno di pentimento, è insegnare dottrina contraria al Vangelo.

36. Ogni Cristiano, veracemente pentito dei suoi peccati, ottiene intera remissione delle pene e del peccato senza bisogno d’indulgenza.

37. Ogni vero Cristiano, morto o vivo, è posto a parte di tutti i tesori del regno dei cieli per gratuito dono di Dio, e senza bisogno d’indulgenza.

43. Si deve insegnare ai Cristiani, che colui che dona ai poveri fa opera migliore di colui che compra le indulgenze.

44. Si deve pure insegnare ai Cristiani, che colui il quale vede il suo prossimo nel bisogno, e, in luogo di sovvenirle, compra un’ indulgenza, traesi addosso la collera di Dio.

46. Si deve insegnare ai Cristiani, che anche il superfluo debbono serbarlo per la loro famiglia, e non spenderlo in indulgenze.

47. Si deve insegnare ai Cristiani che il comprare un’indulgenza è cosa libera e non di comandamento.

48. Si deve insegnare ai Cristiani, che il papa quando accorda il perdono ha più bisogno di preghiere fatte con fede, che di denaro, e che sono queste, e non quello che desidera.

49. Si deve mostrare al popolo, che le indulgenze possono essere utili, se non si pone in loro fidanza; ma che sono dannose grandemente, se ci fanno perdere o diminuire il timore di Dio.

50. Si deve insegnare ai Cristiani, che se il papa conoscesse le concussioni dei predicatori del perdono, preferirebbe di veder bruciata e ridotta in cenere la basilica di S. Pietro, anzi che saperla edificata con la pelle, la carne e le ossa delle sue pecorelle.

51. Si deve insegnare ai Cristiani, che il papa, come è dover suo, distribuirebbe ai poveri e della sua propria borsa, quel danaro che i predicatori delle indulgenze tolgono ai poverelli sino all’ultimo picciolo, e lo farebbe, dovesse anche vendere la chiesa di S. Pietro.

52. Sperare di esser salvi in virtù delle indulgenze è vana speranza, quand’anche, il venditore delle indulgenze, il papa stesso, volesse accertarlo dando in pegno l’anima sua.

53. Sono nemici del papa e di Gesù Cristo, coloro i quali, per predicare le indulgenze, tralasciano la predicazione della Parola di Dio.

60. Il papa non può volere altro che questo, cioè, se la remissione delle pene ecclesiastiche, che è poca cosa, si celebra con campana, cerimonia e pompa, con maggior ragione il Vangelo, che è tanto maggior

 cosa, si deve predicare con cento campane, cento pompe, e cento cerimonie.

Il vero, il prezioso tesoro della Chiesa è il santo Vangelo, della gloria e della grazia di Dio.

65. I tesori del Vangelo sono reti con cui in altri tempi si pescarono genti ricche e agiate.

66. Ma i tesori delle indulgenze sono reti con le quali si pescano oggi le ricchezze delle genti.

69. I vescovi ed i pastori debbono ricevere con tutto il rispetto i commissari apostolici.

70. Ma è maggior dovere di accertarsi che quei commissari non predicano i propri sogni invece degli ordini papali.

71. Maledetto colui che parla contro le indulgenze papali

72. Ma benedetto colui che parla contro le impudenti, menzogne dei predicatori delle indulgenze.

70. L’indulgenza del papa non può lavare dal peccato.

79. Dire che la croce ornata degli stemmi papali è possente tanto quanto quella di Gesù Cristo è una sacrilega bestemmia.

80. I vescovi, i pastori ed i teologi che permettono che tali cose siano dette al popolo, dovranno renderne ragione a Dio.

81. Le infami menzogne sulle indulgenze fanno che scada l’autorità del papa, e riesce malagevole anche ai sapienti rispondere alle sottili e pungenti critiche del popolo ignorante.

83. Perché, dicono i popolani, il papa, nella sua santissima carità, non vuota il purgatorio ove tante anime soffrirono? Sarebbe un esercitare più dignitosamente il suo potere, invece che liberare le anime a suon di denaro.

92. Liberiamoci da questi profeti che predicano al popolo di Cristo: Pace! Pace! e non accordano pace alcuna.

94. Si devono esortare i Cristiani ad imitare Gesù Cristo, loro capo, e seguirlo attraverso le sofferenze, la morte, l’inferno.

95. Onde siano assicurati che è per mezzo delle molte e svariate tribolazioni che si entra nel cielo, anzi che per la sicurezza e la pace.

La Riforma fu fissata nelle Novantacinque Tesi.

L’arditezza dell’Agostiniano attirò la simpatia di molti, che tradussero le Tesi, distribuendole in tutta Europa ed avviando commenti e sviluppi. Teztel, accusato tra gli accusati, raccolse il guanto di sfida, lambiccandosi in una strenua quanto inutile difesa, ordinando il rogo delle Tesi e il Sermone sulla Grazia di Lutero.

Gli studenti di Wüttemberg bruciarono pubblicamente la risposta di Tetzel; la lotta con Roma era appena agl’inizi.

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