In morte di Giacomo Puccini

Il 18 settembre 1924, Giacomo Puccini fu nominato Senatore del Regno d’Italia e ricevette l’omaggio di una delegazione del Comune di Lucca, guidata dal Sindaco, ai quali offerse alcool e sigarette, pur astenendosi dal consumo, dietro severo consiglio medico. Il Maestro, da diverso tempo, soffriva di un continuo e fastidioso mal di gola ed, ai presenti, apparsero presaghe le parole, che pronunciò: «Ormai ho avuto il massimo degli onori che è il documento ufficiale della vecchiaia e non mi resta che aspettare la morte». Solo l’intervento del Concerto comunale riuscì a tramutare l’atmosfera di tristezza in gioia e contentezza, con cui il Maestro fu salutato dagli omaggianti.

Nei primi giorni di ottobre, a Milano si sparsero le voci di un immeritato declino fisico del Compositore, poiché il medico di fiducia, il dottor Bianchini, aveva consigliato la visita presso gli specialisti fiorentini: Torrigiani e Toti, i quali avrebbero poi sospettato una neo formazione profonda della laringe. Al figlio Tonio, sarebbe stato consigliato quindi di recare l’illustre babbo presso una clinica specializzata di Bruxelles, dove lo avrebbero curato col radio. Buone furono le speranze, nutrite dai medici italiani, che la cura avrebbe potuto offrire soluzioni per l’immediato intervento sul nascere del male. Il Maestro poi dimostrava una tempra formidabile, nonostante il disturbo diabetico, che soffriva da alcuni anni.

La partenza per Bruxelles. Quando Puccini lasciò l’Italia in compagnia dei figli, le sue condizioni erano abbastanza soddisfacenti; la sera precedente la partenza, aveva incontrato il maestro Toscanini, che avrebbe poi confermato il buono stato psicologico dell’amico. All’epoca della sua permanenza nella capitale belga, al Teatro La Monnaie di Bruxelles, andò in scena Madama Butterfly, che vide la preziosa e discreta presenza del Compositore, che non sfuggì all’invadenza della stampa, la quale individuò la sua degenza presso la clinica. Pubblicata la notizia della sua residenza in terra belga, si scatenò la curiosità dei melomani, cui non riuscì ad opporre felice barriera l’ambasciatore Orsini Baroni, impegnato a riferire le novità alla Regina consorte, Elisabetta I di Baviera, grande ammiratrice del Compositore, il quale si sarebbe rassegnato a lasciare un’intervista:

Si tratta di un male benigno. E sono venuto qui proprio per seguire un consiglio dei miei medici italiani e curanti: Gradenigo di Napoli, Toti e Torrigiani. Avrei potuto scegliere per la cura e l’operazione una clinica di Berlino o una di Bruxelles. Ma ho preferito questa perché il medico di Berlino era troppo vecchio.

– E come vi trovate qui?

Bene come si può stare in una clinica… E poi i medici promettono di guarirmi. Non sto sempre in letto – sapete: qualche volta esco, quando non piove. Vado anche a mangiare in città. Ma non ho molta fame e attendo la seconda fase della cura: quella che mi porterà, dicono, la guarigione. Se guarisco… Non ho più fumato i miei sigari; solo l’altra settimana ho acceso qualche sigaretta. Non voglio sapere che cosa i dottori faranno di me e della mia gola, sono nelle loro mani e cerco di essere un buon ammalato».

Quindi il Maestro prende la mano del giornalista, per portarla sull’ampio collare, che indossa:

«Ecco quello che mi dovrà guarire… Se guarisco».

Dieci giorni più tardi, giunse a Bruxelles Carlo Clausetti, gerente di Casa Ricordi con Fosca Leonardi, figlia naturale del Maestro, cui i medici rivelarono che il Babbo sarebbe stato sottoposto a tracheotomia (il 24 novembre) in un intervento di circa 4 ore. Il decorso post operatorio fu seguito con viva attenzione dai medici, attenti a sviscerare ogni piccolo sintomo ed alla fine dichiararono soddisfacente la resa, tanto da sciogliere la lunga tensione, che aveva coinvolto i famigliari del paziente, che si sarebbero riuniti per una colazione  in albergo.

La catastrofe. La moglie del Compositore rimase nella casa di Lucca, vittima di una brutta bronchite, seguendo tutti i passi compiuti dalla squadra medica ed informata dai figli, residenti in Bruxelles, cui telegrafò la sera del 28 novembre, esprimendo la sua commozione per le belle notizie ricevute. La sera stessa, il Maestro fu vittima di un aggravamento improvviso quanto inaspettato: il cuore mostrava segni di cedimento per l’immane sforzo sostenuto e durante l’intera notte il Puccini combatté strenuamente. Chiese ed ottenne di essere posto in poltrona, per respirare meno affannosamente, ma, poco dopo, chiese di essere accompagnato a letto. Insomma, non riusciva ad avere pace. Monsignor Micara portò i conforti religiosi al Musicista, il cui cuore cessò di battere per sempre alle 11,30 del 29 novembre 1924.

Ebbe piena consapevolezza del male? Finse di non sapere?

L’omaggio alla salma. Il Maestro fu vegliato l’interna notte dal figlio Antonio e dalle suore dell’ospedale, mentre di primo mattino ricevette l’omaggio della figlia, della signora Carla Martini, moglie del Maestro Toscanini e di Tito Ricordi, arrivato da Parigi. Quindi iniziò la lunga e rispettosa fila dei melomani, desiderosi di salutare il babbo di Mimì. Alle 9 giunse la corona di fiori di Sua Maestà il Re d’Italia, Vittorio Emanuele III e del Presidente del Consiglio, Benito Mussolini, deposta accanto a quella dei Reali del Belgio. La moglie del Compositore inviò una corna di crisantemi e di mimose, corredata da una grande scritta: «La tua Elvira». Composta la salma, si formò il corteo funebre, accolto da una folla immensa.

Il corteo. Immenso, inondato di bandiere tricolori di molte società italiane; dietro il feretro il figlio Antonio, Tito Ricordi, Carlo Clausetti di Casa Ricordi; quindi la fila delle automobile aperta dall’Ambasciatore italiano con la figlia del Maestro, Fosca e la signora Toscanini.

La cerimonia in chiesa. Circa 80.000 persone assisteranno alle esequie del Maestro, svoltesi nella Chiesa S. Maria, invadendo strade e piazze; la salma fu accolta da sette celebranti e da Monsignor Micara, che avrebbe impartito la benedizione. Laura Bergé cantò l’Ave Maria di Gounod ed il Panis angelicus di Franck, davanti ai rappresentanti di diverse Nazioni, moltissime personalità belga e tutta la notabilità della colonia italiana, presente nella capitale.

La partenza per l’Italia. Alle ore 14 circa, terminò il convento funebre, la bara, avvolta nel Tricolore, fu portata, seguita da una folla incredibile, alla stazione, per il ritorno in Patria.

L’arrivo a Milano. I figli, Tonio e Fosca, la signora Toscanini, il commendator Clausetti viaggiarono sullo stesso treno del Maestro, che si fermò a Chiasso, per ricevere il doveroso omaggio da parte del Direttore delle Belle Arti, del Prefetto di Como, del Sindaco di Lucca, Mario Guidi, da Luigi Ricordi. L’ingresso in stazione a Milano, avvenne alle ore 16,45; ad attendere il Maestro pochi intimi; oltre ai parenti, il Maestro Toscanini, impietrito dal dolore, accompagnato dal cognato, Enrico Polo, Giuseppe Adami, cui sarà consegnata la salma (librettista de La rondine ed Il tabarro), Arnaldo Fraccaroli (uno dei primi biografi del Puccini) Italo Montemezzi, Riccardo Pick Mangiagalli, Ildebrando Pizzetti, Renato Simoni (librettista della Turandot). Don Edoardo Nava benedì ancora una volta la salma, prima di essere deposta su un’auto fornita dal Comune.

A S. Fedele la folla e la veglia. La chiesa era stata parata a lutto con ricchi drappeggi neri ed argento; sulla porta la seguente epigrafe: «Lagrime e preci per Giacomo Puccini dalla gloria terrena asceso alla gloria del Cielo». Il catafalco, al centro della chiesa, accolse le spoglie mortali del Maestro ed attorno disposte le corone di Sua Maestà e quella della Regina del Belgio; quindi il gonfalone del Comune di Lucca con i valletti in alta uniforme ai quattro lati della bara. Nonostante si fosse annunciato il carattere privato dalla cerimonia funebre, la chiesa fu invasa da un corteo di gente semplice, pronta a rendere l’ultimo saluto al Maestro, che proseguì fino alle prime luci dell’alba.

Il trasporto in Duomo. Alle prime luci del mattino, avvenne, su un’automobile del Comune, il trasporto nel Duomo, listato a lutto; ad attendere il Maestro i canonici ed i chierici in cotta bianca. Dopo l’ingresso del feretro, accolto dal Miserere, la folla, numerosa, si dispone in silenzio nelle navate.

La cerimonia religiosa. Alle ore 12 il tempio fu chiuso, per i preparativi della cerimonia pomeridiana. Presso il primo altare di destra, si compose l’orchestra del Teatro alla Scala, nel mezzo della navata centrale dei cordoni di soldati e carabinieri si dispongono, per mantener libero il passaggio dall’altare maggiore all’uscita, mentre i fedeli compostamente prendono posto. In prima fila, i famigliari, assente la moglie per grave infermità, i parenti e gli amici intimi. A sinistra, gli Ambasciatori, delle autorità politiche con in testa il Sindaco di Milano e la Giunta al completo. Poco prima dell’inizio della cerimonia, giunse in rappresentanza di Sua Maestà il Conte di Torino, quindi il Ministro della Pubblica Istruzione, Casati, in rappresentanza del Governo. Il Cardinale Eugenio Tosi, arcivescovo di Milano, si reca innanzi al catafalco, accompagnato dall’arciprete del Duomo,monsignor Balconi, mentre il capitolo metropolitano intona le preci funebri. Seguono, i cantori della Cappella musicale, che intonano l’antifona In Paradisum diretto dall’autore, Salvatore Gallotti. Il capitolo ha permesso eccezionalmente la presenza dell’orchestra, perché l’omaggio al Puccini risuonasse, nel massimo tempio, nell’anima dei fedeli.

La musica. Il Maestro Toscanini, dopo una seconda benedizione, diresse il Corteggio funebre dall’Edgar, cantato dal soprano Hina Spani e dal basso Nazareno De Angelis. Le maestranze della Scala avevano preventivamente preparato il tempio, affinché non vi fossero i disturbi dell’eco ed il severo tono elegiaco e lo slancio morbido della frase pucciniana trovarono in Toscanini l’interprete schietto, che sotto l’impulso del cuore, trovò accenti degni della grandezza della sua arte e del sentimento, che la ispirò.

Attraverso la città. Al termine del convento, il feretro attraverso la navata è accompagnato verso l’ingresso principale, mentre un violento temporale si scatena. Si contano molte corone di fiori appoggiate al sagrato tra cui: Giuseppe Adami, la famiglia Albertini, Emma Carelli, Umberto Giordano, Pietro Mascagni rappresentato da Casa Ricordi, il Maestro Gino Marinuzzi, Ildebrando Pizzetti, il Maestro Arturo Toscanini, Riccardo Zandonai; il Comune di Roma, i Conservatori di Milano e di Parma, l’Ente Scala, il Liceo Rossini di Pesaro e Bologna, Casa Ricordi e Sonzogno, il Comunale di Bologna, il Metropolitan di New York. Le autorità sono in attesa dell’uscita del feretro: il Conte di Torino, il Ministro Casati, il sindaco di Milano Mangiagalli, il Prefetto, molti membri della deputazione regionale, alcuni importanti graduati dell’esercito, i sindaci di Lucca e Viareggio. Il corteo si snoda da Piazza Duomo, preceduto dalla truppa della Milizia; ogni via percorsa è listata a lutto, le saracinesche dei negozi abbassate.

Al Monumentale. Sono quasi le ore 16, quando il triste corte, sotto una pioggia sempre più fitta, arriva al Monumentale.

I discorsi. Prende la parola il Ministro della Pubblica Istruzione, onorevole Casati.

«Dinanzi a questa bara che chiude le mute spoglie del suscitatore di tante indimenticabili melodie, non parlo solo come il Ministro che reca il commosso saluto del Governo e della Nazione, rappresentata nella persona dell’augusto Principe, ma come un umile Italiano che crebbe nella luce di un’arte che tiene e terrà avvinto a se stessa il cuore di tutto un popolo. Oggi il cuore di questo popolo è pervaso dalla commozione del rimpianto, come un tempo lo fu dal presagio della gloria. dalle palpitante anima italiana parve davvero che Giacomo Puccini traesse non solo l’appassionata e sentimentale fantasia onde hanno vita, magnificamente rivelate, le creature dei suoi idilli e dei suoi drammi, ma anche la semplicità del disegno melodico, onde si esprimono la gioia, la tenerezza, l’ardore delle nostre genti. Schivo da formule rigide, dotato di mirabile equilibrio che sapeva contemperare il sentimento musicale con le esigenze dell’arte drammatica, egli sapeva sempre trovare nella piena assoluta corrispondenza con l’anima degli ascoltatori, non il consenso a indugiarsi sulla meta conquistata, ma lo stimolo ad un progressivo affinamento della sua arte. Arte eguale e tranquilla solo in apparenza, ma irrequieta nell’intimo e mossa da un continuo desiderio di perfezione. “Noi dobbiamo bensì fare tesoro degli ardimenti degli stranieri nel campo della tecnica ma non dobbiamo perdere di vista il carattere fondamentale della nostra arte che è la nostra melodia”; in queste sobrie parole che riecheggiano come il più alto monito del grande vegliardo, di Giuseppe Verdi è tutta racchiusa la fede artistica di Giacomo Puccini che oggi, con voce fatta più solenne dalla lontananza, egli rivolge ai giovani. Italiano di pensiero, italiano di temperamento, fu maestro ben degno di riallacciarsi a quella gloriosa tradizione che attesta attraverso i secoli ed al cospetto delle genti l’inesauribile ricchezza del genio musicale italiano».

Quindi prende la parola il Sindaco di Milano, Luigi Mangiagalli.

«Da ogni parte del mondo giungono a questa muta e fredda spoglia, voci di cordoglio e di rimpianto. E’ il dolore cocente di tutti coloro che hanno pianto con Mimì, con Butterfly, con Tosca, che hanno riso giocondamente con Gianni Schicchi. A pochi anni di distanza un uguale tragico destino colpiva due grandi: Arrigo Boito e Giacomo Puccini; il primo lasciava incompiuta l’opera del suo genio; e incompiuta la lasciò Giacomo Puccini. Arrigo Boito ha trovato nella fratellanza di amore e di genio di Arturo Toscanini chi l’ha compiuta e l’ha portata al trionfo, possa uguale fortuna arridere al genio ora scomparso, che dopo Verdi e dopo Boito aveva saputo aggiungere nuove fronde alla corona d’alloro dell’arte italiana. Tra noi morì Giuseppe Verdi; tra noi esalò l’ultimo respiro Arrigo Boito. Ora la salma di Puccini ci viene da lontano, dalla terra ospitale, la cui scienza lo contese invano alla morte, ma dove ebbe glorificazione somma prima di tornare in Patria, che lo accoglie con gli onori dovuti ad un grande figlio».

Dopo aver rivolte parole pietose alla moglie del Maestro, il Sindaco conclude il suo intervento:

«Giacomo Puccini non è più, ma la figura di lui è ora circonfusa della luce di gloria imperitura».

Il dottor Guidi, sindaco di Lucca, porta al Maestro l’estremo saluto della sua città, «esprimendo l’ardente desiderio di vederla riposare in eterno nel suo piccolo cimitero, in cui l’attendono le spoglie mortali di Alfredo Catalani e Luigi Boccherini».

Il commediografo Dario Niccodemi prende la parola in nome degli autori italiani.

«Giacomo Puccini scrisse il capolavoro della nostra giovinezza. […] Egli è di quelli che Beethoven chiamava i musicisti uomini e che nel suo titanico disdegno differenziava dagli uomini musicisti. […] Concepì e compose con quella sua umanità semplice, affettuosa, scontrosamente timida, ma sempre veemente, anche sotto le parvenze dell’umile espressione». Il commediografo rammenta come in un momento di sbandamento dell’arte musicale, invasa forse da troppi tormenti matematici, «ci diede la Boheme, supremo dono e cantò col fervore della sua anima italiana, liricamente, romanticamente, sovranamente l’unico episodio d’amore di Mimì. […] A nome degli autori italiani e della Corporazione del teatro io porgo a Giacomo Puccini l’estremo saluto. Che Iddio abbia in sua santa custodia l’anima sua buona, così come il tuo popolo e la tua Italia avranno in custodia eterna la tua musica benedetta».

Il commendator Clausetti, a nome di Casa Ricordi, rammenta il ruolo, che storicamente ha rivestito il Lucchese, continuando la gloriosa tradizione del Verdi, nell’esaltazione della sua vena poetica: la forza del sentimento ed il fascino del canto.

«Se la musica è un linguaggio universale, nessuno seppe parlarlo meglio di Giacomo Puccini. Le sue melodie rivelavano ai popoli più lontani e più disparati ciò che le loro anime avevano di comune, sia nel dolore che nella gioia. Erano a un tempo ricordo nostalgico e soave conforto e luminosa speranza. Per questo suo profondo ed inestinguibile valore l’arte di Puccini non avrà tramonti».

Terminati gl’interventi, don Edoardo Nava, circondato dal clero presente, si avviava verso il catafalco per un’ulteriore benedizione, che avrebbe rappresentato il triste epilogo; quindi il corpo del Maestro è deposto nella provvisoria sede della tomba Toscanini.

Le condoglianze. Scrisse Sua Maestà: «La notizia della morte dell’illustre Maestro ci ha profondamente contristati. La Regina ed Io prendiamo la più viva parte al Suo grave lutto che colpisce tanto dolorosamente anche l’arte italiana.

Vittorio Emanuele»

«A nome Governo Nazionale e mio esprimo profondo cordoglio per la scomparsa Giacomo Puccini che priva Nazione di una delle sue glorie più pure e più fulgide. L’Italia memore si inchina commossa dinanzi alla salma del grande Maestro il cui ricordo vivrà eternamente nelle opere immortali create dal suo genio.

Benito Mussolini».

«Nell’odierna seduta della Camera dei Deputati il Presidente del Consiglio ha espresso commosse parole di profondo cordoglio per la morte del Senatore Giacomo Puccini, l’artista insigne che portò gloriosamente il nome d’Italia per tutto il mondo lasciando della sua arte sublime memoria che resterà venerata e ammirata oltre il tempo. La Camera, con unanime sentimento di rimpianto, ha deliberato di esprimere alla famiglia l’illustre estinto le più profonde condoglianze, delle quali mi rendo interprete aggiungendo il mio personale vivissimo rammarico per la scomparsa del musicista impareggiabile.

Rocco, Presidente della Camera dei Deputati».

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