Il Medio Evo: la Chiesa e il Papato

All’inizio dell’età medievale, una nuova potenza si affacciava nella storia dell’Europa: la Chiesa, che, grazie alla speciale giurisdizione ottenuta da Costantino, l’ampliamento della gerarchia ecclesiastica, le immunità concesse ai chierici, le congrue donazioni, aveva ricevuto il riconoscimento dello Stato quale istituzione. La Chiesa cattolica si riconosceva universale e quindi, nulla al di fuori di essa poteva esistere, cosicché avrebbe affrancato il decrepito Stato, proponendosi quale valido strumento, per ricostituire ed organizzare la società condotta ormai allo sfacelo.

Uscita trionfante dalle sanguinose persecuzioni primitive, la Chiesa iniziava ad articolarsi in comunità, che eleggeva i responsabili degli uffici divini e preposti alla cura delle anime (i presbiteri, da cui i preti e gli episcopi, da cui i vescovi). Con la costruzione di nuove chiese, si formò un ordine sacerdotale (clero) separato dalla comunità ed all’elezione si sostituì l’ordinazione, mediante imposizione delle mani. La necessità di unità nella disciplina concentrò il potere sempre più nelle mani del vescovo, a cui si riferì l’ordinazione sacerdotale e con l’elezione episcopale la chiesa abbandonò la primitiva costituzione democratica, per configurarsi aristocratica. Si formarono le diocesi dall’aggregazione delle chiese di campagna con quelle della città vicina, che si dichiararono dipendenti dalla metropoli, il cui vescovo, che convocava e presiedeva le assemblee dei vescovi e dei preti diocesani, era detto metropolitano.

Nel IV secolo, si costituirono i Patriarcati presso i centri più importanti dell’Impero (Roma, Antiochia, Alessandria ed in seguito Costantinopoli e Gerusalemme).

La Chiesa, fin dai primordi, dovette affrontare e risolvere numerosi contrasti, che ne minacciavano l’unità e quindi la stabilità: dalle sette giudaiche del primo secolo, intente a comporre le varie dottrine gnostiche con la fede in Gesù, alle varie eresie, che si svilupparono soprattutto in Oriente. Montano, ex sacerdote della dea Cibele, trasformò il messaggio cristiano in un fanatismo selvaggio, visionario e frenetico; i Manichei tentarono di moderare le teorie di Cristo con Zoroastro e Budda e, nel 319, la dottrina di Ario preoccupò l’imperatore Costantino, tantoché convocò il primo concilio ecumenico a Nicea (325), nel quale sarebbe stata composta l’unità dottrinale della Chiesa con la proclamazione della consustanzialità del Padre e del Figlio, sancendo le teorie ariane, che trovarono rifugio presso i popoli germanici.

Nel V secolo, due nuove eresie agitarono l’Oriente: Eutidiche e Nestorio, Patriarca di Costantinopoli, il quale, separando la natura divina da quella umana, si chiese se Maria dovesse chiamarsi Madre di Dio o Madre di Cristo. Egli teorizzò che, non potendo la creatura generare il generatore, si sarebbe potuta prestare solo quale strumento e dimora della divinità, quindi si sarebbe dovuta chiamare Madre di Cristo. La Chiesa di Alessandria si dichiarò contraria a quella di Costantinopoli, che aveva accettato la nuova dottrina, chiedendo l’alleanza con Roma.

Nel 431, si tenne un concilio ad Efeso, dove fu condannata la dottrina di Nestorio e il mistero dell’incarnazione fu definito secondo la dottrina occidentale, allontanando i nestoriani, che trovarono ristoro in Persia ed in Arabia.

L’archimandrita del gran monastero di Costantinopoli, Eutichide ammise una sola natura in Cristo: la divina, la quale aveva assorbita quella umana. Tale sentenza fu condannata a Costantinopoli, mentre fu accolta ad Alessandria ed imposta al Concilio di Efeso (449) con la violenza, che richiamò l’intervento di Roma nel terzo Concilio di Calcedonia (451), perché si condannasse l’eresia di Eutichide, affermando la doppia  natura di Cristo nella lettera dogmatica di Leone I; in questo modo Roma stabiliva il suo primato.

La Chiesa di Roma era riuscita a liberarsi dalle ingerenze dello Stato, rivolgendosi ad introdurre un’estrema disciplina nelle chiese locali, ma non sarebbe stata libera dall’attacco delle eresie. Pelagio, in omaggio al libero arbitrio, indeboliva il bisogno della Grazia divina, esaltando l’indipendenza dello spirito, della dignità umana, rivelando una dottrina estremamente filosofica ed universale del Cristianesimo. Il provvido intervento di S. Agostino, che giustificò la necessità della Grazia, per equilibrare il libero arbitrio, a causa delle imperfezioni della natura umana e della caduta dell’uomo, stroncò la nuova dottrina, che si spense nel breve periodo.

La Chiesa e i Barbari. Quando i Barbari si stanziarono in Occidente, dovettero accettare la nuova e potente istituzione, che, grazie anche ai beni lasciate dalla pietà di fedeli, si offriva di pagare i tributi di guerra, salvava le città dal saccheggio, riscattava prigionieri, posizionandosi quale possibile tentativo di salvezza contro le barbarie. Il monachesimo e il papato contribuiranno a rafforzare la posizione della Chiesa, cementandone l’unità.

Il monachesimo. Si manifestò dapprima in Oriente con carattere contemplativo e solitario (eremiti, anacoreti), svolgendosi, in un secondo momento, in Occidente con caratteri diversi, dove, in Gallia e in Italia, si sviluppò nelle forme di cenobio e del monastero. L’istituzione monastica risultò soltanto religiosa, per cui i monaci non erano inseriti nella gerarchia ecclesiastica; verso il V secolo, grazie ad una rapida diffusione, i monaci furono ammessi alle sacre funzioni ed all’ordinazione, sottoposti all’autorità vescovi, da cui, un poco alla volta, si sarebbero sottratti, per dipendere unicamente dai loro superiori e, chiaramente, dal papa.

Il fondatore della vita monastica occidentale fu S. Benedetto, che nacque a Norcia nel 480, si ritirò nei monti di Subiaco, dove raccolse un gran seguito di popolo e di proseliti, che oragnizzò in più conventi. Nel 529, fece erigere il monastero di Montecassino, dove avrebbe dettato la Regola, che raccomandava, oltre la preghiera e la penitenza, l’agricoltura, i mestieri, le lettere e le arti. I Benedettini si diffusero in tutta Italia e penetrarono anche in Francia, cui si aggiunsero altri ordini religiosi, che avrebbero fornito alla Chiesa teologi, filosofi, cardinali e papi.

Il Papato. La chiesa di Roma era riconosciuta la principale fra le chiese d’Occidente, consegnando al suo capo il titolo di papa, per la tradizione del martirio di S. Pietro ai tempi di Nerone; per l’indipendenza dalla chiesa latina col trasferimento della corte imperiale a Bisanzio; lo sviluppo della gerarchia ecclesiastica; la caduta dell’Impero d’occidente, che aveva reso vacante la sede della podestà civile; il riverbero dell’antica Roma; la moderazione dei latini nelle lotte religiose, che avevano sconvolto il mondo orientale. Abbandonate le abitudini restrittive dello spirito ebraico, delle sottigliezze degli orientali, il mondo latino creò il papato quale monarchia universale e spirituale. La città di Roma fu scelta come sede naturale, laddove il papato avrebbe ricomposto l’ordinamento dello Stato, succedendo allo Stato quale forma universale di potestà spirituale.

Leone I si prestò a sostenere la liceità di custodire la tradizione dello Stato, raccogliendo il mondo romano intorno alla sede apostolica, assicurandone attraverso la cattolicità l’unità. Nel 445, Leone ottenne dall’imperatore Valentiniano III un editto, con cui avrebbe posto la chiesa di Roma al di sopra di tutte le chiese d’Occidente. Il cammino per la piena affermazione fu lunga e disseminata di ostacoli e cadute, come quando re barbari ed ariani pretesero di prender parte alle elezioni dei pontefici, sindacarono sulla scelta del vescovo, come sull’amministrazione dei beni ecclesiastici. L’azione della Chiesa si svolse sul piano spirituale e temporale, per preparare la superiorità del sacerdozio in epoca medievale, sorvegliando l’operato dei pubblici amministratori, ingerendo nelle res amministrative, ottenendo la formazione di tribunali speciali per le cause riguardanti i chierici; non ultima la grande potenza economica, che avrebbe elevato il clero a moderatore d’ogni aspetto umano ed il papa arbitro fra gli Stati.

L’elezione al soglio pontificio di Gregorio VII (590) avrebbe condotto nuova sostanza al ruolo sempre più preponderante della Chiesa. Il neo pontefice apparteneva alla nobile famiglia Anicia; eletto ancor giovane prefetto di Roma e senatore, ricoprì l’incarico di legato apostolico presso la corte di Costantinopoli. Ritiratosi in un convento, alla morte di papa Pelagio II (590) il senato, il clero ed il popolo di Roma lo reclamarono pontefice. Gregorio scrisse all’imperatore d’Oriente, Maurizio, perché annullasse l’elezione, ma a malincuore dovette accettare il difficile mandato. Salì al soglio, quando l’autorità della Chiesa era accresciuta per la decadenza dell’Impero, temuta dai Barbari, arricchita dai privilegi; il novello pontefice tenterà di unire il mondo barbaro allo spirito latino,instaurando la dominazione universale dell’Occidente.

La situazione delle chiese orientali presentava diversi, interessanti fronti: il patriarca di Costantinopoli assumeva il titolo di patriarca ecumenico quindi universale, mentre il vescovo di Ravenna aspirava allo stesso titolo, poiché questa città era la nuova metropoli d’Italia; il Papa intervenne recisamente, assumendo il titolo di Servo dei servi di Dio. Determinò la liturgia romana, divise le parrocchie, stabilì il calendario delle feste religiose ed istituì il canto ecclesiastico, per ciò la posterità gli riconobbe il titolo di magno. Mentre rivolgeva con attenzione le provvide cura alla Chiesa, si preoccupò di convertire i popoli ariani ed i pagani al cattolicesimo: Reccaredo, Re dei Visigoti, abbracciò la nuova fede, mentre S. Agostino avrebbe convertito il re Etelberto di Kent. L’angoscia maggiore rimaneva la liberazione dell’Italia dall’azione nefanda dei Longobardi, tantoché esortò l’imperatore di Costantinopoli ad abbattere l’infausta dominazione. Accortosi della sterile azione, allora consigliò la pace tra l’Esarca ed Agilulfo, che si sarebbe avvicinato al cattolicesimo, aiutato dalla regina Teodolinda, contribuendo ad una maggiore edificazione dell’intero popolo italiano.

Gregorio lasciò molti commenti e scritti sulla Pastorale, sul libro dei doveri dei vescovi e le importanti quaranta omelie sui Vangeli. Morì nel 604, lasciando la Chiesa più stabile e ferma in Italia e nel mondo bizantino.

La seguente lettera, recuperata da Cesare Balbo, il Pontefice confessa le sue preoccupazioni all’imperatore Maurizio, esternandogli la sua deplorazione per il giogo longobardo.

«Se la schiavitù di mia terra non crescesse ogni dì, io pur tacerei del disprezzo e della derisione fatta di me. Ma questo mi duole, che mentre non si crede a me, si trascina l’Italia più e più sotto al giogo de’ Longobardi. Io dico al mio piissimo signore: pensi egli di me ogni male; ma intorno all’utile della repubblica, e alla liberazione d’Italia, non dia retta a qualunque, e creda più a fatti che a parole. Contro ai sacerdoti poi non si sdegni nella sua terrena potestà il signor nostro sì prontamente; ma, in considerazione di Colui onde essi sono servi, comandi loro in modo da mostrar la dovuta riverenza. Di quanto ebbi a sofferire, dirò brevemente. Primo,mi fu guasta la pace ch’io senza spesa della repubblica avea fatta co’ Longobardi di Toscana; poi, guasta la pace, si tolsero dalla città di Roma i soldati, gli uni uccisi da’ nimici, gli altri collocati a Narni o Perugia; e per tenere Perugia si lasciò Roma. fu peggio la venuta d’Agilulfo; quando io ebbi di miei occhi a vedere i Romani, a guisa di cani, colle funi al collo ire ad esser venduti in Francia. Noi, la Dio grazia, sfuggimmo, racchiusi nella città, dalle costoro mani; ma allora fu cercato d’incolparci che mancasser frumenti nella città, dove pure, com’io esposi altra volta, non si possono a lungo serbare. Né di me duolmi; che fidato, il confesso, in mia coscienza, purché salvi l’anima mia, mi tengo apparecchiato ad ogni cosa. Duolmi sì dei glorioso uomini Gregorio prefetto e Castorio maestro de’ militi; i quali fecero ogni cosa fattibile, e durarono nell’assedio gravissime fatiche di vigilie e guardie, e tuttavia poi furono colpiti della grave indignazione de’ signori. Ond’io ben veggo, aver ad essi nociuto non le loro azioni, ma la mia persona; che dopo essersi con me affaticati, con me ora sono tribolati. E quanto a ciò che mi si accenna del terribile giudicio dello onnipotente Iddio, prego io per lo stesso onnipotente Iddio che più nol faccia la pietà de’ miei signori. Perché noi non sappiamo quale abbia ad essere quel giudicio; e dice Paolo egregio predicatore: non giudicare anzi tempo, finché non venga il Signore, il quale illuminerà i nascondigli delle tenebre, e manifesterà i consigli de’ cuori. Questo io dico brevemente, perché, indegno peccatore, più m’affido nella misericordia di Gesù che nella giustizia della vostra pietà. E Iddio regga qui di sua mano il mio piissimo signore, e in quel terribile giudicio lo trovi libero d’ogni delitto; e faccia poi piacere me, se è d’uopo, agli uomini; ma in cotal modo, che ilo non offenda la sua eterna grazia.

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