Brevi cenni su Benedetto e il monachesimo in Occidente

Il monachesimo orientale si espresse quasi sempre in manifestazioni private di uomini dediti alla solitudine, consumati da spietati astinenze e severe penitenze; altri invece, pur condividendo lo stesso stile di vita ascetica, preferirono riunirsi sotto delle regole particolari. I monasteri furono delle associazioni laiche, in cui l’ufficio divino era completamente assente e celebrato solo in occasione della presenza di un presbitero.

I monaci occidentali preferirono invece vivere la scelta ascetica in fraterna attività, tantoché sorsero cenobi, regolati da norme comuni, su cui prevalsero le indicazioni di Benedetto da Norcia.

Nato da una famiglia benestante, si trasferì a Roma a 12 anni, per compiere gli studi, dove poté contemplare l’antica grandezza imperiale nella presente degradazione, tanto da desiderare una fuga dal mondo. Colla nutrice Cirilla, si ritirò in una caverna – il Sacro Speco – a Subiaco, che ben presto sarebbe diventato luogo di pellegrinaggio e di devozione. La fama s’ingigantì al punto tale che un gruppo di monaci di Vicovaro chiese al giovane di porsi a capo della loro esperienza comune. Assunta quindi la responsabilità, avviò un processo di larga riforma, che non fu benevolmente accettata da alcuni membri della comunità, cosicché Benedetto riprese la strada per Subiaco. Egli non era più solo, grazie alle falangi di fedeli, che gli si accostavano con la speranza di essere ricevuti. Nonostante la cattiva esperienza in quel di Subiaco, formò dodici conventi composti da dodici monaci, mentre, con Placido e Mauro, si ritirò presso Montecassino, dove era presente ancora la statua di Apollo. Estirpato l’ultimo afflato paganeggiante, fondò un monastero sull’altura, ponendovi in atto la sua Regola, che avrebbe operato per molto tempo su tanti religiosi, desiderosi di percorrere la via dell’ascetismo. Egli spiegò le quattro categorie di monaci: i cenobiti, che vivono nel monastero sotto una regola ed un Abate; gli anacoreti, che istruiti dalla lunga vita monastica, continuano la vita appartati dagli stessi confratelli; i sarabaiti, che vivono nel mondo, offrendo a Dio la tonsura; quindi gli andarini, che abitano per tre o quattro giorni nelle celle delle varie province, girovagando senza posa ed, a volte, dimenticando il sacro ministero, a cui hanno dedicato la loro vita.

Benedetto stimò che la vita dell’ascetico non dovesse concedersi all’ozio, poiché considerato nemico dell’anima, così destinò alcune ore della giornata al lavoro manuale, altre alle pie letture. Dalla Pasqua all’inizio d’ottobre, il lavoro fu fissato fino alla quarta ora (sino alle ore 10); l’impegno proseguiva fino alla sesta ora nella lettura (ore 12); dopo un pasto frugale ci si coricava senza recar disturbo ai confratelli. All’ottava ora e mezza (ore 14,30) si recitava la nona, quindi seguiva il lavoro fino al vespro (il tramonto).

«Da ottobre entrante a quaresima, attendano alla lettura fino all’ora seconda, quando cantasi terza; poi fino a nona si industri ciascuno intorno a quel che gli è ordinato; al primo tocco di nona smettano il lavoro, e sieno lesti per quando suonerà il secondo. Dopo la refezione, leggano e recitino salmi.

Mentre i fratelli sono alla lettura, due o tre anziani vadano in volta perché nessuno s’abbandoni al sonno o alla ciarla, non giovando a se stessi, e distraendo gli altri: se alcun siffatto si trovi, venga ripreso una e due volte, e qualora non si emendi, si sottoponga alla correzione della regola, per isgomento degli altri.

La domenica, tutti attendano al leggere, eccetto quelli scelti a diverse funzioni. Chi negligente e infingardo non voglia o non possa meditare né leggere, gli si ingiunga alcun lavoro perché non resti indarno. Alla debolezza abbia riguardo l’abate».

Le terre abbandonate, che circondavano il monastero, ben presto divennero colte, mentre la lettura delle avrebbe compendiato anche la copiatura dei testi classici, che furono così conservati alle generazioni future.

L’abate, che esercitava un potere assoluto, era scelto tra i frati:

«Se comando difficile od impossibile sia dato ad un fratello, lo riceva con dolcezza e docilità. Se trascenda affatto le sue forze, l’esponga sommessamente, non inorgogliendo, non ostando, non contraddicendo. Che se dopo la sua rimostranza il priore persista, il discepolo sappia che così dev’essere e confidando nel Signore obbedisca».

Benedetto introdusse nella vita monastica la perpetuità dei voti solenni, che giungevano al termine di un lungo periodo di preparazione, che consisteva nella ripetizione quotidiana, la Regola affinché i novizi fossero esaustivamente edotti delle responsabilità e nell’esercizio della mortificazione, per giungere alla libertà suprema: il controllo sulle proprie passioni.

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