La Controriforma: la Chiesa cattolica rimane universale

Tra il 1530 ed il 1550, l’Europa sembrò manifestarsi in terra riformista; un secolo dopo la situazione parve decisamente diversa, grazie ad una ripresa vigorosa e potente del cattolicesimo, che, nel XVII secolo, si sarebbe contrapposto al lento declino delle teorie ortodosse luterane.

All’inizio del XVI secolo, la Chiesa di Roma vide lentamente il depauperamnto delle fila: sempre meno lavoranti nelle vigne del Signore; i vescovi marcarono il distacco dal popolo di Dio anche a causa dei numerosi titoli, che li costringevano a non risiedere nella principale diocesi d’appartenenza. I vescovi inglesi, salvo poche eccezioni, si accomodarono dietro le scelte di Enrico VIII, mentre quelli dell’impero rifiutarono di far rispettare la bolla contro Lutero, temendo più il rafforzamento dell’imperatore che l’eresia. Giocarono un ruolo importante le infiltrazioni dell’umanesimo erasmiano, che dalla tolleranza passò all’indecisione di fronte alle scelte di Lutero. I frati mendicanti, che avevano svolto con successo l’opera di apostolato, erano stati sostituiti dal clero secolare, cosicché poterono insinuarsi i nuovi predicatori riformati, che avrebbero avuto lieta accoglienza presso quel popolo così abbandonato dalle propaggini della gerarchia cattolica.

Prima dell’avvento del Protestantesimo, furono tentati timide riforme, come la Devotio moderna, che si sviluppò tra il XIV e XV, al fine di riconsegnare la dimensione intima e soggettiva alla pietà collettiva medievale. Il movimento vide il concorso di laici e del clero, precorrendo l’organizzazione, che avrebbe offerto un valido strumento alla Controriforma: la confraternita. Nel 1494, si fondò l’Oratorio di S. Girolamo di Vicenza, per culminare nel 1517 colla fondazione dell’Oratorio del Divino Amore di Roma, che comprendeva anche dignitari di alto rango, i quali, oltre alla pratica sacramentale, si sarebbero recati negli ospedali, per l’esercizio della carità.

Al fine di provvedere alle deficienze dell’operato del clero regolare, Gian Pietro Carafa (il futuro Paolo IV) fu tra i principali fondatori dell’ordine teatino. Tra i nuovi ordini emersero i cappuccini, che con i conventuali e gli osservanti, formarono il terzo ordine francescano, il cui statuto predicava la povertà assoluta coniugata all’assistenza al popolo in tempo di sciagure. Tale scelte coraggiose presto contrastarono con la realtà della Chiesa non ancora riformata, sicché il fondatore, Bernardo Ochino, sarebbe approdato nell’ambito protestante, trasferendosi, nel 1542, nella Ginevra di Calvino. Un altro importante ordine si pose a capo della Riforma: i disciplinati Gesuiti.

L’ordine dei Gesuiti. Ignazio di Loyola (1491-1556) fu il fondatore e capo dell’Ordine, che avviò la Spagna verso una visione ortodossa, rappresentando poi un pilastro della Riforma cattolica. Le flebili voci di protesta erano state soffocate dall’Inquisizione, interessata anche al giovane Ignazio, proibendogli la predicazione per tre anni. Egli fu influenzato dal fervore del suo paese ed anche dal misticismo e dall’erasmianesimo che l’ortodossia condannava e che i conversi sostenevano. L’uomo avrebbe avuto esperienza di Dio attraverso i sensi, da cui si sviluppò il sensualismo nell’arte nella chiave utilitaristica dell’esegesi concettuale, che offrì l’opportunità dell’accusa di un misticismo lontano dal sentiero dell’ortodossia. All’interno dell’Ordine, ebbero spazio molti conversi, come Diego Lafnez, che sarebbe succeduto a Ignazio, di madre ebrea e solo alla fine del secolo, i Gesuiti escluderanno dall’Ordine coloro che avranno avi giudei.

Ignazio fu un giovane avventuroso e indisciplinato membro della nobiltà basca; ferito in una battaglia, rimase claudicante; lesse le vite dei santi e di Cristo, cosicché la sua attenzione si volse contro gl’infedeli. Non riuscendo ad organizzare una crociata, per mancanza dei soldi necessari si trasferì a Parigi, per studiare teologia alla Sorbona ed ideò un doppio attacco: contro gl’infedeli in Palestina e gli eretici in Europa, così nel 1534 assieme ad un gruppo di amici, giurò di servire il papa. La disciplina era militare, la religiosità militante, caratteristiche che avrebbero ben presto imposto l’Ordine, il cui capo era un generale eletto a vita, coadiuvato dai provinciali, quindi i rettori delle singole case, dove si praticava almeno due anni di noviziato. Ogni membro si sarebbe provato negli esercizi spirituali, basati sul misticismo disciplinato di stampo spagnolo e la devotio moderna, dalla durata di quattro settimane all’anno, con cui arrivare alla completa unione con Cristo. Alla contemplazione del peccato e dell’inferno, seguiva quella della passione e del martirio di Cristo, che dovevano esser vissuti mediante i sensi uniti all’immaginazione. Sarebbe stata vietata ogni concessione alle tentazioni della carne, così come il giudizio del singolo sarebbe caduto di fronte a quello dell’assemblea. Attivi socialmente, fondarono scuole ed università, per preparare i giovani migliori alla futura educazione, assai rigida, ed alla restaurazione del prestigio degli studi teologici. Ogni espressione umana sarebbe dovuta essere irreggimentata armonicamente con la dottrina cattolica del libero arbitrio.

Il Collegiun Romanum, fondato nel 1551, divenne il centro irradiante del sistema educativo in tutta Europa, per allargarsi, grazie a Francesco Saverio anche in Oriente, in cui s’impianterà il seme di una nuova era cristiana. Il mondo riformato ordinò atroci persecuzioni ai nuovi evangelizzatori armati di spada da Ignazio, tantoché l’istruzione gesuitica prevedeva una preparazione assai calibrata, per abituarsi all’ondata di possibile cattività. L’arte fu usata quale strumento, per affermare la vittoria ed il predominio della Chiesa, cui il fedele sarebbe stato chiamato in qualsiasi momento, grazie all’intervento della grazia divina, alla redenzione. Per celebrare la maestà ed il trionfo della Chiesa, i Gesuiti eressero, tra il 1568 ed il 1575, la Chiesa del Gesù a Roma, disegnando un modello ideale per le altre erigende chiese dell’Ordine. Lo stile rinascimentale subì un’evoluzione scenografica, coll’altare concepito come un palcoscenico ed il pulpito posto al centro della Chiesa, consegnando così le premesse per la fioritura del Barocco.

I papi e la Riforma. Il Papato desiderava svolgere il ruolo propulsore nella Controriforma, seguendo l’ottica rinascimentale dell’accentramento curiale. Leone X (1513 – 21), quindi, cercò di arginare l’eresia tedesca, facendo concessioni ai governanti fedeli. Clemente VII (1523 – 34) ottenne risultati ancora inferiori in politica estera, contrapponendosi all’imperatore Carlo V, il più potente alleato nella lotta contro gli eretici nordeuropei. Il sacco di Roma del 1527, ordinato dall’imperatore, segnò un importante punto di svolta nei rapporti tra Papato e Riforma, poiché nell’ambito chiesastico si dismise la mentalità rinascimentale burocratica e centralizzata.

Paolo III Farnese (1534 – 49) nominò una commissione per la riforma, composta per lo più da membri dell’Oratorio del Divino Amore, che tentò un disperato dialogo coi Riformati. Carlo V convocò a Ratisbona nel 1541 i teologi dei due schieramenti, che non produsse gli ambiti risultati di una comoda ricucitura. Si trovò l’accordo sulla giustificazione per fede e sulla mediazione di Cristo tra Dio ed il mondo, ma il mistero della transustanziazione divise enormemente le parti in causa, così come la centralità del papato e la venerazione dei santi.  I piani generali controriformistici intanto procedevano lentamente, a causa dell’opposta volontà curiale insensibile a qualsiasi cambiamento, che potesse colpire accidentalmente il potere acquisito.

Paolo III cambiò politica, adottando i metodi spagnoli colla riorganizzazione dell’Inquisizione, deliberando ai Vescovi la facoltà d’istruire i processi, ma le richieste sempre più pressanti della convocazione di un Concilio Ecumenico dovevano essere soddisfatte.

Intanto nel 1540, Papa Farnese riconobbe l’Ordine dei Gesuiti.

Il Concilio di Trento. Il 22 maggio 1542 venne indetto un concilio a Trento, ma i lavori iniziarono dopo la firma della pace tra l’Imperatore ed il re di Francia, avvenuta nel 1544 col Trattato di Crépy, con cui si pose fine alle guerre combattute in Italia. La bolla papale prevedeva la discussione sulla definizione dei dogmi oltreché una riforma generale della Chiesa, la quale non avrebbe più consigliato ed approvato, ma affermato e dichiarato. Il Concilio confermò la centralità dell’azione papale, rafforzò il potere dei vescovi e fortificò il coordinamento tra papato ed impero interessati a porre termine allo scisma.

All’interno del Sacro Romano Impero, intanto, di era formata la Lega di Smacalda, composta dai principi protestanti, che avrebbe sicuramente offerto un ostacolo all’auspicato dialogo interreligioso. La sconfitta della Lega permise la partecipazione alla prima sessione (1545 – 47) del Concilio da parte protestante, che ritirò immediatamente i legati a proposito dell’inconciliabilità sulle definizioni teologiche. Comunque la prima sessione si dimostrò assai feconda: si dichiarò che la tradizione apostolica si sarebbe dovuta accettare con la santa riverenza della Sacra Scrittura; la Vulgata fu il testo adottato contro le traduzioni protestanti; il sacramento battesimale fu confermato strumento, per tramutare il peccato originale in una «inclinazione verso il male»; fu confermata la dottrina del libero arbitrio, aperta al soccorso della grazia divina.

Carlo V non mascherò la sua delusione per la mancata riunificazione fideistica, che trasformò in sensibile scontento per lo spostamento della sessione conciliare da Trento a Bologna (1547 – 49), al fine di scongiurare la peste, con cui il Papa si smarcò dalle pretese imperiali. Salito al soglio, Giulio III (1550 – 54), la sede conciliare fu nuovamente ripristinata in Trento, che vide la partecipazione protestante; i padri confermarono la presenza reale del Cristo nell’Eucarestia e posero l’attenzione sull’importanza sul sacramento della confessione. Le opposizioni dei riformati provocarono la sospensione di questa seconda sessione, denunciando la difficoltà di un pacato e sereno confronto in vista di una sempre più improbabile ricomposizione. Paolo IV Carafa (1555 – 59), già membro dell’Oratorio, decise di porre fine alla conduzione diplomatica, agendo d’impero, su posizioni intransigenti, rovesciando le nefaste conseguenze sull’eresia. Egli esercitava anche il potere temporale, a causa del quale molte iniziative entrarono in collisione col potere religioso, incarnato sempre dall’alta carica. Continuò la tipica politica nepotista romana e Paolo IVrimase coinvolto in una guerra disastrosa contro Filippo II, terminata colla firma della Pace di Cateau Cambrésis. Il Concilio non segnò risultati evidenti a causa di una mentalità troppo ostile all’accordo diplomatico.

Pio IV (1559 – 64), influenzato dal nipote, il cardinal arcivescovo di Milano Borromeo, convocò nuovamente il Concilio, ma lo scacchiere europeo era stato variato dalle grandi potenze. Se Carlo V brigò, perché si convocasse un Concilio atto a ricomporre l’unità della Chiesa e badare così alle richieste luterane, ora Francesco II di Valois, re di Francia premeva, per pararsi dalle minacce di Calvino, che aveva indetto in Parigi il primo sinodo generale dei suoi seguaci. Il re l’anno appresso avrebbe convocato un concilio aperto al solo clero francese, per porre termine alle diatribe religiose, che sarebbero potuti sfociare in atti di violenza civile. Pio IV aprì a Trento la terza ed ultima sessione del Concilio, anche al fine di recuperare a Roma l’Inghilterra, la cui Regina oppose il veto all’ingresso del delegato pontificio, segnante l’invito. Per la prima volta, prese parte al Concilio una delegazione francese, guidata dal cardinale di Lorena; i messi tedeschi rappresentarono un piccolo gruppo, mentre gli Spagnoli si rivelarono i più numerosi ed entusiasti, dopo gl’Italiani: il calvinismo era ora il pericolo principale.

Fu confermata la messa ed il ruolo tradizionale del celebrante; si spiegò l’inutilità delle messe recitati ad personam, e si combatté la superstizione della religione popolare attraverso il culto dei Santi. I francesi, avversati dalla Curia, desideravano maggior autonomia per i vescovi; fu posta la carica vescovile quale canone di fede, ponendo in disucssione quindi il potere del Papa, il fortunoso intervento di Giovanni Morone chiarì ogni questione, portando con successo a termine ill Concilio. Eluso il carattere dell’autorità episcopale, si richiamò fortemente nell’ambito della giurisidizione vescovile la cura delle anime, insieme all’abolizione del cumulo delle cariche; si stabilì la costituzione di un seminario per ogni diocesi; furono regolati gli Ordini religiosi.

Nel 1564, Paolo V Borghese ratificò l’operato del Concilio ed incaricò una commissione di rendere effettivi i decreti; fu pubblicato l’Index librorum prohibitorum (1574). Nel 1566, fu pubblicato il nuovo Catechismo, due anni dopo il Breviario e nel 1570 il Messale.

La religiosità popolare. La Chiesa intervenne risolutamente su diversi aspetti della religiosità popolare, privando di ogni afflato paganeggiante la celebrazione dei riti, anche se molte tradizioni furono inglobate. Le processioni furono guidate sempre dai preti, che provvidero ad espellere i riti della fertilità presenti ed  sopsendere le dispute tra studiosi o le rappresentazioni, che si tenevano in vece. Le antiche confraternite laiche, essendo degenerate in società di amici o troppo indipendenti, furono disapprovate, così si pensò di sostituirle con delle nuove appositamente costituite e guidate dal clero. Al clero fu imposto l’abito talare ed un particolare taglio dei capelli, anche se per molti continuò la dubbia pratica del concubinato.  Coll’introduzione dei libri parrocchiali si descrisse il controllo pieno e totale dei fedeli, di cui si segnava ogni particolare sacramentale. La Controriforma trovò l’entusicatico sostegno dellele donne, assai versate nella pratica dei lasciti. Malgrado i forti richiami conciliari alla sobrietà liturgica, i Gesuiti  organizzarono, come programma di conversione, la spettacolarizzazione del potere e della maestà sacerdotale. Roma centrò la sua attenzione sulla liturgia, unico rimedio all’uomo fallibile, che ha necessità dell’infallibile Chiesa, che governi la sua vita.

I movimenti di riforma cinquecenteschi non si risolsero in meri appuntamenti politici, poiché divisero l’Europa su una questione determinante, l’atteggiamento dell’uomo verso la vita. L’influenza tridentina si manifestò sui contadini, che tornarono in gran numero al cattolicesimo, che avrebbe permesso loro una facile convivenza tra religione e religiosità popolare. I Gesuiti invece si concentrarono sui governanti, che videro nel cattolicesimo una garanzia d’ordine: il senso gerarchico era profondamento radicato nel pensiero Controriformista.

In tal modo il Concilio di Trento pose le basi della grande rinascita spirituale e politica del cattolicesimo del secolo successivo.

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