Il pensiero politico ed artistico di Giuseppe Verdi

L’amicizia tra il giornalista Opprandino Arrivabene e Giuseppe Verdi fu descritta nell’intenso epistolario lungo cinquant’anni di vita.

L’incontro tra il Maestro ed il patrizio mantovano, collaboratore de L’Opinione, avvenne durante la breve esperienza politica del Musicista, deputato al Palazzo Carignano in Torino, quando, scomparso prematuramente il Cavour, il Verdi perse il suo mentore. L’Arrivabene allora si prestò ad illustrare al Compositore, durante le assenze dal Palazzo, i sottili e perfidi meandri della vita politica, gl’incidenti del retroscena politico, di cui i giornali appena citavano qualche confusa notizia. Il raggio d’azione del giornalista ben presto si sarebbe allargato anche al mondo teatrale, prestandosi quale fedele interprete dei fatti. Così l’arte si alternava alla politica in quel carteggio confidenziale, tantoché il giornalista non si preoccupò punto di pubblicarlo, riservandolo esclusivamente alla sfera privata, nel quale Verdi lo avrebbe informato ei suoi disegni, dei suoi più riposti pensieri nell’arte e nella politica. All’Arrivabene sarebbe toccato anche il compito di sciogliere il confuso libretto de «La forza del destino», arrangiato – più che scritto – dal Piave ed in una lettera del 1865, Verdi si rivolge al suo collaboratore letterario:

«Io sarei ben contento – scrive da Genova il 28 febbraio 1865 – che tu potessi trovare un’idea, una scena (non importerebbe nemmeno il dialogo) per sortire da questo ginepraio, ma parmi conveniente che i versi siano fatti da chi ha fatto il libretto. Parleremo di tutto a Torino».

Nel 1880, Francesco Florimo, amico intimo di Vincenzo Bellini, pubblicò un libro sull’amico, che parve al Verdi addirittura offensivo alla memoria dell’illustre collega, mettendo a parte, il 18 ottobre, l’Arrivabene:

«Caro Arrivabene

Ti ringrazio dell’articolo che parla di Bellini. Tutto sommato credo che Florimo renda un cattivo servigio all’amico defunto. Intanto ha provocato una lettera dalla moglie di Romani, che mette davanti al pubblico Bellini piccolo piccolo; e chi sa cosa salterà fuori dopo. Ma che necessità vi è di andare a tirar fuori delle lettere d’un maestro di musica? Lettere che sono sempre scritte in fretta, senza cura, senza importanza, perché il maestro sa che non deve sostenere una riputazione di letterato. Non basta che lo fischino per le note? Non signore! Anche le lettere! Ah è una gran seccatura la celebrità! Questi poveri piccoli grand’uomini celebri pagano ben cara la popolarità! Mai per essi un’era di pace, né in vita né in morte!

Ti lascio e vado nei capi. E’ la mia attuale occupazione. Il tempo è bello e giro da mattina a sera. E’ una vita molto prosaica, ma così si sta molto bene».

Leggendo le 200 lettere circa di Verdi all’Arrivabene, non vi sono mai attestati di gloria o riconoscimenti particolari alle dote straordinarie del Musicista, che spesso parla del «Don Carlo»o dell’«Aida». Annoiato dalla confusione delle grandi capitali europee, il Maestro trovava sollievo nello scrivere al suo amico, rivelando tratti di osservazione profonda e di poca diplomazia, come nella lettera inviata nel 1863 dalla Spagna, quando davanti all’Escorial:

«L’Escurial (mi si perdoni la bestemmia) non mi piace. E’ un ammasso di marmi, vi sono cose ricchissime ed alcune bellissime, fra le quali un affresco di Luca Giordano, ma nell’insieme vi manca il buon gusto. E’ severo, terribile, come il feroce Sovrano che l’ha costruito».

Una volta, a Parigi, un fanatico dichiarò al Maestro di amare le sue opere, fin dal 1836…

«Scusi, gli dissi, e ci pensi bene, ciò non può essere! Come! Come! Rispose serio… Io ho sentito il Nabucco nel ’36. Lo assicuro!

– Ah! Io credevo di averlo scritto e fatto rappresentare soltanto nel marzo del 1842!

Ebbene, malgrado questa dichiarazione, credi tu che ne fosse persuaso? Nient’affatto! Egli crollava il capo con aria incredula ch’era un piacere a vederlo.

Io te ne potrei contare cento di questi fatterelli!»

In occasione della rappresentazione del «Don Carlo» a Parigi, Dantan gli dedicò un busto ed una caricatura, che così commentò all’amico:

«Parigi, 16 febbraio 1866

Caro Arrivabene,

Non dubitare… son vivo! E so di esserlo perché sento le noie di tutti i secca… che innondano Parigi a flagello della povera umanità. Tanto fa essere in mezzo ai Champs Elysees a tre miglia di distanza dal centro o a l’Hotel de Bade in bel mezzo ai Boulevards des Italiens. Ciò che vi ha di più singolare si è che fra tanto da fare, quando vi coricate la sera, trovate che le 24 ore della giornata son passate senza far nulla! Non vedo l’ora che i miei poeti abbiano finito il libretto per poter tornare a S. Agata e scrivere con quiete.

Tu vedrai nei giornali e specialmente se ti arrivano i piccoli giornali come l’Événement, Le Petit Journal ecc. vedrai che io ho dato una serata in onore di Dantan pel busto fattomi. Veramente serata en titre non vi fu, perché io non feci invito, ma vennero l’altra sera da me le persone intime per vedere questo busto, si voleva far musica, ma io non lo permisi per evitare la pubblicità e ciò mi è riuscito come… la quiete dei Champs Elysees. E’ certo che con la Patti, Fraschini, Dellesedie, Ronconi ecc. potevamo fare buona musica. Il busto, tutti lo dicono, è veramente bello, ma Dantan mi fece la sorpresa della caricatura che io trovo ancora più bella. E’ un leone seduto con un diavolo di coda, che passa tra le gambe, suona unitamente ad una zampa il pianoforte, l’altra zampa scrive le opere…

Quante chiacchiere! Ti saluto adunque ed amen.

Dammi notizie, prima della salute tua, poi della salute della nostra Firenze.

Addio, voglimi bene, e credimi

Tuo aff.mo G. VERDI»

Quando il Maestro scrisse a proposito delle sue opere, non s’inebriò per i grandi trionfi ricevuti, poiché conosceva la facile illusione del successo. Dopo la prima rappresentazione del «Don Carlos» a Parigi, l’11 marzo 1867, scrisse all’Arrivabene: «non fu un successo».

Nel gennaio del 1884, il «Don Carlo» fu presentato alla Scala nella riduzione operata dal Verdi in quattro atti, per ottenere: «più concisione e più nerbo»:

«Genova, 29 del 1884

Ti son proprio obbligato della tua carissima lettera. Cento volte ho voluto mandarti una parola da Milano, ma già si sa, quando si è in mezzo a quella maledetta bottega che chiamiamo teatro, non si trova mai tempo a far nulla.

In quanto alla mia impassibilità ti dico proprio che neppur questa volta mi sono intenerito molto. Io so cosa voleva dire quella, dirò, buona accoglienza fattami. Non era né pel Don Carlos né per l’autore delle opere già fatte. Quei battimani volevano dire: “Voi che siete ancora di questo mondo benché tanto vecchio, ammazzatevi anche di fatica se occorre, ma fateci ballare ancora una volta”.

Avanti, Pagliaccio, e viva la gloria!

Del resto il «Don Carlos» fu in monte ben eseguito e benissimo messo in scena. Malgrado ciò, credo il teatro sia poco frequentato.

I tagli fatti non guastano il dramma musicale ed anzi accorciandolo lo rendono più vivo. I malcontenti per progetto, che sono sempre gli abbonati, si lamentano perché non ci è più il primo atto, la cui musica (dicono) era bellissima. Adesso è bellissima, allora forse non si accorgevano che esistesse. E’ una scoperta!»

Il successo dell’«Aida», nel 1872 alla Scala, gli parve più sincero e così ne scrisse ad Opprandino: «il pubblico le ha fatto buon viso. Non voglio con te affettare modestia, e certamente questa è fra le mie delle meno cattive. Il tempo poi le darà il posto che le conviene. Infine per dir tutto in una parola parmi sia un successo che riempirà il teatro. Se così non sarà, te lo scriverò».

Verdi desiderava scuotere il pubblico, e se critica e pubblico non avessero decretato il giusto successo, che la sua ragione gli suggeriva, non si sarebbe curato troppo dell’evento. In caso di vittoria sin dalla prima rappresentazione, attendeva pazientemente il risultato delle recite successive prima di rendere il giudizio definitivo.

La rappresentazione italiana dell’«Aida», rappresentò il punto di partenza per un nuovo giro nei teatri italiani, dove si sarebbero rappresentate le sue opere, per definire la realizzazione musicale e scenica.

«Ho cercato – scrive all’Arrivabene il 29 agosto – di rimontare alcuni dei nostri teatri e darvi spettacoli un po’ convenienti; e là dove da parecchi anni si facevano fiaschi sopra fiaschi e non si pagavano gli ultimi quartali, nei quattro teatri in cui io ne ho diretta, anzi imposta l’esecuzione, la folla è accorsa ed i guadagni fortissimi. Tu dirai: “e  cosa importa a te dei guadagni”. Si, mi importa, perché è prova che lo spettacolo interessava, e così impareranno a far bene in avvenire. Tu sai che a Milano ed a Parma io v’era di persona: a Padova no, ma io mandai là gli stessi coristi di Parma, lo stesso scenografo, macchinista, attrezzi, vestiario come a Parma. Mandai Faccio che aveva diretta l’opera a Milano. Stavo tutti i giorni in carteggio di quanto succedeva e l’opera andò bene. Folla al teatro e guadagni.

L’impresario venne ieri fin qui a ringraziarmi ed apparentemente non mi doveva nulla.

Così ho fatto ora per la «Forza del destino» a Brescia. Stando qui ho sorvegliato a tutto… L’istessa compagnia, gli stessi cori di Milano ecc. Ancora Faccio. Così alla ottava recita erano al coperto delle spese, ed ora tutto è guadagno. Anche qui folla e contento generale. Tu forse dirai ancora: “ questa è cosa che sanno fare anche gli altri”. No, e poi no, non sanno fare. Se sapessero fare non farebbero gli spettacoli scandalosi!

Ora mi occuperò di Napoli… e qui è un po’ più difficile. A Napoli come a Roma; perché hanno avuto Palestrina, Scarlatti, Pergolesi, credono di saperne più degli altri

Eppure hanno perduto la bussola, e ne sanno ora ben poco. Sono un po’ come i francesi: Nous, nous, nous…

Scusa dunque queste chiacchiere che possono ben poco interessarti. Ma io vorrei proprio che i nostri teatri venissero un po’ a galla. E si potrebbe…

Verdi lavorò assai sull’espressione, grazie ad un esame costante e continuo sui suoi capolavori, che risultò sempre più raffinata ed elegante, arrivando a concepire, in tarda età, due autentici miracoli come «Otello» e «Falstaff». Sensibile traccia di questo costante lavoro, vi è anche nelle lettere inviate all’Arrivabene; sino al 1865, egli, grazie alle sue opere, divenne un fervido collaboratore dell’italico Risorgimento, che servì mostrando amore per la sua patria e per la musica italiana:

«Non vi è angolo della terra ove vi sia un teatro e due istrumenti che non venga cantata l’opera italiana. Quando tu andrai nelle Indie e nell’interno dell’Africa sentirai il Trovatore», scriveva il 12 maggio 1862 ad Opprandino.

Nel 1864, il grande Gioachino Rossini ruppe il suo venticinquennale «silenzio», componendo la «Piccola Messa».; così il Bussetano ebbe a commentare:

«Rossini in questi ultimi tempi ha fatto progressi ed ha studiato! Auff! Studiato cosa? Per me gli augurerei di disimparare la musica, e scrivere un altro Barbiere. Filippi [il critico musicale de «La Perseveranza»] ha veramente delle idee tutte sue, ed io che al nome di Rossini fidavo completamente per le ultime cose da lui scritte, ora, se ha studiato, comincio a dubitare».

Nel dicembre del 1865, il Maestro soggiornò a Parigi, dove avrebbe ascoltato la sinfonia del «Tannhäuser», esclamando di Wagner: «E’ matto!», quasi ricambiando la crudezza dei giudizi espressi sulla sua musica da parte dei wagneriani.

Dal «Don Carlo» (1867), il giudizio del Maestro cambia versione ed inizia ad apprezzare il rivolgimento del dramma musicali, operato dall’autore del «Lohengrin», e, conservando intatta l’impronta del genio italiano, sperimenta e trova nuove vie espressive. Avrebbe comunque rimproverato le esagerazioni dei wagneriani, richiamandoli alla gloriosa tradizione italiana di Palestrina, Benedetto Marcello, Giovan Battista Pergolesi e Gaspare Spontini nel tuonare: «tornate all’antico e sarà un progresso».

Così si esprime coll’Arrivabene sulla condizione dei giovani musicisti italiani, fin troppo – a suo avviso – imbevuti di «germanesimo» militante

«Ancora un passo e saremo germanizzati in questo come in tante altre cose. E’ una consolazione il vedere come dappertutto s’istituiscano Società di Quartetti, Società orchestrali e poi ancora Quartetti e Orchestra, Orchestra e Quartetti ecc. per educare il pubblico alla Grande Arte, come dice Filippi. Allora a me qualche volta viene un pensiero meschinissimo, e mi dico sottovoce: “ma se invece noi in Italia facessimo un quartetto di voci per eseguire Palestrina, i suoi contemporanei, ecc. non sarebbe questa ARTE GRANDE?

E sarebbe Arte italiana… L’altra no?… Ma zitto che nessuno mi senta».

In una lettera del 6 marzo 1868, il Compositore estende tutta la sua estetica.

«Non voglio più dir niente, perché temo di dirne troppo male e se prolungando il discorso dovesse cadere sugli artisti – musici ne direi male sicuramente. Non sanno cosa vogliono né dove vanno. Che bella novità! so anch’io che vi è una musica dell’avvenire, ma io presentemente penso, e  penserò così anche l’anno venturo, che per fare una scarpa ci vuole del corame e delle pelli… Che ti pare di questo stupido paragone, che vuol dire che per fare un’opera in musica bisogna aver in corpo primieramente della musica?! Dichiaro che io sono e sarò un ammiratore entusiasta degli avveniristi, a una condizione che mi facciano della musica qualunque ne sia il genere, il sistema ecc. ma musica!… Basta, basta, che non vorrei che parlandone troppo mi si attaccasse il male. Sta tranquillo: mi possono benissimo mancare le forze per arrivare dove io voglio, ma io so quello che voglio».

In una lettera del 14 luglio 1875, ritornò ancora sull’argomento

«Chi vuol essere melodico come Bellini, chi armonista come Meyerbeer. io non vorrei né l’uno né l’altro, e vorrei che il giovine quando si mette a scrivere non pensasse mai ad essere né melodista, né armonista, né realista, né idealista, né avvenirista, né tutti i diavoli che si portino queste pedanterie. La melodia e l’armonia non devono essere che mezzi nella mano dell’artista per fare della musica; e se verrà un giorno in cui non si parlerà più né di melodia né di armonia, né di scuole tedesche, italiane, né di passato, né di avvenire ecc. allora forse comincerà il regno dell’arte».

Ancora in una lettera del 17 marzo 1882:

«In fatto di opinioni musicali bisogna essere larghi, e per parte mia sono tollerantissimo. Ammetto i melodisti, gli armonisti i secca… e quelli che vogliono ad ogni costo seccarsi per bon ton; ammetto il passato, il presente, ed ammetterei il futuro se lo conoscessi, e lo trovassi buono. In una parola melodia, armonia, declamazione, canto fiorito, effetti d’orchestra, color locale (parola di cui si fa tant’uso, e che il più delle volte non serve che a coprire la mancanza del pensiero) non sono che mezzi. Fate con questi mezzi della buona musica, ed ammetto tutto e tutti i generi. Nel Barbiere la frase: Signor giudizio per carità, questa non è né melodia, né armonia: è la parola declamata, giusta, vera ed è musica… amen…»

In tema di struttura del Melodramma, il Verdi, in una lettera del 27 aprile 1872, si sofferma sull’uso poco sopportato della cabaletta.

«Lasciamo dunque in pace la cabaletta che ti dà tanto fastidio. Certamente non è un capo d’opera, ma ve ne sono tante e tante altre ben peggiori.

Soltanto in questo momento è venuto di moda di gridare e di non volere ascoltare le cabalette.

E’ un errore eguale a quello di una volta che non si voleva altro che cabalette. Si grida tanto contro il convenzionalismo; e se ne abbandona uno per abbracciarne un altro! Oh i gran pecoroni!!

Del resto questa cabaletta che spiaceva a Milano, fa un certo effetto a Parma, ed al Cairo si è ripetuta costantemente tutte le sere in cui venne rappresentata Aida.

G. VERDI»

In una lettera del 12 febbraio 1884, il Verdi riassunse le cause della decadenza dell’opera teatrale.

«Le opere buone sono sempre state rare in tutti i tempi, adesso sono quasi impossibili. Perché? Dirai tu. — Perché si fa troppa musica; perché si cerca troppo; perché si guarda nel buio e si trascura il sole! Perché abbiamo esagerato i contorni! Perché facciamo grosso, non grande! E dal grosso nasce il piccolo ed il barocco!… Ci siamo. Addio e credimi sempre

Tuo G. VERDI».

Il 10 giugno 1884, Giacomo Puccini rivelò la sua straordinaria vena creativa al mondo con «Le Villi»; il Verdi, attento sempre ad ogni novità, così criticò il giovane Lucchese a proposito del trattamento riservato all’orchestra:

«Ho sentito a dir bene del musicista Puccini. Segue le tendenze moderne, ed è naturale, ma si mantiene attaccato alla melodia che non è né moderna, né antica. Pare però che predomini in lui l’elemento sinfonico: niente di male. Soltanto bisogna andar cauti in questo. L’opera è l’opera; la sinfonia è la sinfonia; e non credo che in un’opera sia bello fare uno squarcio sinfonico, pel solo piacere di far ballare l’orchestra.

Dico per dire, senza nessuna importanza, senza la certezza d’aver detto una cosa giusta, anzi colla certezza d’aver detto cosa contraria alle tendenze moderne. Tutte le epoche hanno la loro impronta».

Legato quindi ad una profonda amicizia coll’Arrivabene e sottolineata soprattutto dalla fiducia e dalla confidenza, spesso Verdi rivelò il suo giudizio a proposito dei musicisti, suoi contemporanei.

Il 5 febbraio del 1876, a proposito di Charles Gounod.

«Quando i giovani si saranno accorti che non bisogna cercar la luce né in Mendelssohn, né in Chopin, né in Gounod allora forse troveranno. E’ cosa però curiosa che prendano a modello pel dramma gli autori che non son drammatici. Tu sarai sorpreso che io parli in tal modo dell’autore del Faust! Che vuoi che ti dica: Gounod è un grandissimo musicista, il primo maestro di Francia, ma non ha fibra drammatica. Musica stupenda e simpatica, dettagli magnifici, ben espressa quasi sempre la parola…. intendiamoci bene, la parola non la situazione, non bene delineati i caratteri e non impronta o colore particolare al dramma o ai drammi, ecc. Questo inter nos»

E di nuovo il 14 ottobre 1878, quando l’autore del «Faust» tentò di competere col «Poliuto» donizettiano:

«Non so nulla o poco almeno di cose musicali. So però del poco successo di Gounod. Ma non bisogna illudersi, e bisogna considerare gli uomini per quel che sono. Gounod è un gran musicista, un gran talento, che fa il pezzo di camera e l’istromentale in modo superiore e tutto suo. Ma non è artista di fibra drammatica. Il Faust istesso benché riescito è diventato piccolo nelle sue mani. Così la Giulietta e Romeo e così sarà questo Poliuto. Insomma fa bene sempre il pezzo intimo, ma rende sempre debolmente la situazione e scolpisce male i caratteri. Cosi tanti e tanti altri…. Non dirmi maldicente; dico sinceramente la mia opinione ad un amico al quale non voglio fare ipocrisie…»

Notevolissima pure una lettera del 5 giugno 1882 su Hector Berlioz, al quale la Francia rendeva postume onoranze e tarda giustizia.

«Berlioz era un povero ammalato, rabbioso con tutti, acre e maligno. Ingegno moltissimo ed acuto; aveva il sentimento dell’istromentazione ed ha preceduto Wagner in molti effetti d’orchestra. (I wagneriani non ne convengono, ma è cosi). Non aveva moderazione; gli mancava quella calma, e dirò cosi, quell’equilibrio che produce le cose d’arte complete. Andava sempre al di là, anche quando faceva cose lodevoli.

I successi attuali di Parigi sono in gran parte giusti e meritati ma la reazione vi è dentro in più gran parte ancora. E stato tanto maltrattato quando era vivo!!! Ora è morto! Hosanna!!»

II suo entusiasmo per Rossini non lo esentava da giuste riserve; così in una lettera del 1871:

«Le melodie non si fanno ne colle scale né coi trilli, nè coi gruppetti…. Bada bene che melodie sono, per esempio, il Coro dei Bardi, la preghiera del Mosè, ecc., e non sono melodie le cavatine del Barbiere, della Gazza ladra, della Semiramide, ecc., ecc. Cosa sono, dirai tu?… Tutto quello che vuoi, ma certamente melodie no; e nemmeno buona musica; non andare in collera se ti maltratto un po’ Rossini, ma Rossini non ha paura di essere maltrattato e l’arte guadagnerà moltissimo quando i critici sapranno dire, ed avranno il coraggio di dire tutta la verità sul suo conto».

Fra i compositori italiani contemporanei, il Verdi nutriva stima per Ponchielli, su cui scrisse, a proposito de «I promessi sposi», andati in scena nel 1872: «Ponchielli sa la musica, ma nella sua opera non v’è individualità, e senza parlare della sconnessione che vi è tra la sua musica scritta 10 anni fa e la nuova, vi è il guaio che tanto la vecchia come la nuova sono più vecchie della loro epoca! Capisci quel che voglio dire?». «I Lituani» e «La gioconda» riceveranno il plauso del Bussetano, che nel gennaio 1886 avrebbe pianto la scomparsa del musicista cremonese: «così buono, e così bravo musicista».

Interessanti assai anche i giudizi espressi sui cantanti; in una lettera del 27 dicembre 1877, scrisse all’Arrivabene:

«Qui nulla di nuovo, se non che vi furono tre recite della Patti con entusiasmo incredibile. Meritamente, perché è natura d’artista cosi completa che forse non vi è stata mai l’eguale.

Oh oh! E la Malibran?

— Grandissima, ma non sempre eguale. Sublime talvolta, e qualche volta barocca. Lo stile del suo canto non era purissimo, non sempre corretta l’azione, la voce stridula negli acuti. Malgrado tutto, artista grandissima, meravigliosa. Ma la Patti è più completa. Voce meravigliosa, stile di canto purissimo, attrice stupenda con un charme ed un naturale che nessuna ha!…»

La classe dei critici fu la più bersagliata, poiché il Verdi era naturalmente capace di scovare le trame dell’ignoranza a volte mascherata da frasi ad effetto.

In una lettera del 20 luglio 1874, il Verdi domandò all’Arrivabene, a proposito di certe critiche francesi alla «Messa di requiem»:

«Credi tu che tutti, o quasi tutti, penetrino nelle viscere di una composizione e comprendano gli intendimenti dei compositori? Mai e poi mai… Ma è inutile parlarne; l’Arte, la vera Arte, quella che crea non è l’Arte sdentata che ci predicano i critici, che alla fine poi non s’intendono nemmeno fra loro…».

Gli stessi ammiratori furono redarguiti, anche a proposito di una biografia del Maestro, pubblicata nel 1878, che disturbò il Verdi a causa degli errori.

«Va da sé che questa sorta di scritti non possono essere che un ammasso d’errori, anche quando sono ispirati dal protagonista, perché c’è sempre di mezzo l’amor proprio o almeno la vanità, che non permette di svelare il male ed ingrandisce il bene. E così in questi scritti si copia quello che sullo stesso argomento hanno detto altri prima di loro; e quello che non sanno, inventano. Così faceva il Gran Fétis, altissimo personaggio per tutti i musicisti, ma in realtà mediocre teorico, pessimo storico, e compositore di una innocenza adamitica. Io detesto questo gran ciarlatano, non perché abbia detto tanto male di me, ma perché m’ha fatto correre un giorno al Museo Egiziano di Firenze (ti ricordi? siamo andati insieme) per esaminare un flauto antico su cui pretende nella sua storia musicale d’aver trovato il sistema della musica antica egiziana: sistema eguale al nostro, all’infuori della tonalità dello stromento!!! Figlio d’un cane! Quel famoso flauto non è che un zuffolo a quattro buchi, come hanno i nostri pecorari. Così si fa l’istoria, e gl’imbecilli credono!».

Verdi sentiva sincera venerazione per gli artisti, che riteneva davvero grandi, come Alessandro Manzoni, a cui avrebbe desiderato scrivere, pur astenendosi dal farlo, per non costringere il grande scrittore a rispondergli, così come confessato ad Opprandino in una lettera del 5 agosto 1869.

Quando il Maestro si ritirava con la Peppina nella tenuta di S. Agata, si concedeva una lunga vacanza dalla composizione, impegnando il tempo nella lettura dell’amato Shakespeare e all’organizzazione dei possedimenti. In questi lunghi periodi di requie e riposo, avrebbe ricavato l’ispirazione per la prova formidabile dell’«Otello», mentre il progetto di «Falstaff» risalirebbe addirittura al luglio 1868.

Giuseppe Verdi nutrì sentimenti di vero patriota, innamorato del suo Paese. Non dimentico dell’aiuto, che l’Italia aveva ricevuto nel 1848 e nel 1859 da Napoleone III, avrebbe desiderato riconoscenza verso i transalpini nel 1870, nel corso della guerra della Francia contro la Prussia.

«Io ho sempre creduto e credo che Napoleone è stato il solo francese che abbia amato il nostro paese; più, egli ha arrischiato la pelle per noi. Tutto questo vai bene la mia povera somma!».

Desiderava l’accensione di una politica di larghe vedute quale continuazione del pensiero e dell’opera del Cavour, per cui aveva nutrito una stima illimitata. In una lettera del 15 marzo 1876, Verdi accennò all’amico giornalista parte dei colloqui avvenuti col Presidente del Consiglio a proposito di una riforma dell’insegnamento musicale in Italia.

«Perfettamente d’accordo sull’orchestra e cori fissi, stipendiati dal Governo e dai Municipi pei teatri d’Italia. Scuole serali (gratis) di canto pel popolo coll’obbligo di prestarsi pel teatro rispettivo.

Era programma realizzabile se Cavour viveva, con altri ministri impossibile…. ».

La morte del politico fu davvero un duro colpo per il Maestro, che così commentò:

«Al momento di partire, sento la terribile notizia che mi uccide! Non ho coraggio di venire a Torino, né potrei assistere a’ funerali di quell’uomo… Quale sventura, quale abisso di guai!»

Il 1865 fu l’ultimo anno della sua deputazione, rifiutando la sicura rielezione, perché, spiego ad Opprandino: «alla Camera si attacca sempre lite e si perde tempo» (i tempi non sembrano molto mutati).

La sonora sconfitta nella Terza guerra d’indipendenza del 1866 causò un dolore acuto nella sensibilità del Maestro, tantoché avrebbe desiderato cancellare l’impegno con Parigi per il «Don Carlo».

«Ho fatto il possibile — scrive da Genova, 22 luglio — per rompere il mio contratto con l’Opéra, ma è stato invano. Immaginati il gusto per un italiano che ama il suo paese trovarsi ora a Parigi».

Lo scandalo sui tabacchi del 1869 accrebbe l’amarezza in Verdi: «facciamo tutto il possibile per screditarci in faccia al mondo! E sì che si pensa abbastanza male di noi».

Credeva nell’alto ministero del parlamentare, che sarebbe dovuto essere affidato alle migliori espressioni della società civile; deplorava il balletto dei tanti Ministeri succeduti in così breve spazio di tempo: «tutto va bene, bianco, rosso, verde, giallo, nero, ma un uomo, un uomo!…». Morto il Cavour, riponeva le sue migliori speranze nel rappresentante della Destra storica, Quintino Sella, per la chiara visione delle cose, la vasta e moderna cultura, la franchezza e il coraggio delle opinioni. Gl’incontri e gli scambi d’opinioni tra i due illustri personaggi furono immortalati dal Sella, soprattutto quando il Verdi si espresse a proposito della composizione.

«Nel 1861 e 1862, io ebbi l’onore di avere nella Camera dei deputati un seggio contiguo a quello di un uomo certamente assai notevole, del maestro Verdi.

«Un bel giorno io gli chiedevo: quando voi componete qualcuno dei vostri stupendi pezzi musicali, in qual maniera vi se ne affaccia il pensiero alla mente? Pensate prima il motivo principale, e poi combinate voi l’accompagnamento, e quindi studiate voi la natura delle voci di accompagnamento, se di flauto, o di violino e simili? No, no, no, mi interruppe con grande vivacità l’illustre maestro, il pensiero mi si affaccia completo e sopratutto sento se la nota di cui voi parlate deve essere di flauto o di violino. La difficoltà sta tutta nello scrivere abbastanza presto, da potere esprimere il pensiero musicale nella integrità con cui è venuto alla mente.

Siccome sono tra quelli che possono forse senza grande difficoltà cogliere un motivo, ma poi debbono sentire un’altra volta lo spartito onde associare nella mente al motivo principale una parte dell’accompagnamento, e quindi tornare a sentire più volte onde apprezzare anche la qualità delle note e la bellezza della loro associazione, voi intenderete quanto io abbia allora ammirata la perfezione singolare di un organismo al quale riesce così facile la simultanea percezione di tanti e così diversi suoni. Io dissi fra me e me: Sul terreno musicale la lotta tra me e quest’uomo superiore sarebbe impossibile. Io non giungerei mai, malgrado ogni sforzo, all’altezza alla quale, per il suo perfetto organismo, egli si trova naturalmente».

Nel 1881, Quintino Sella ricevette incarico dal re Umberto di formare un nuovo Ministero; Verdi fu entusiasta, poiché individuò nella personalità e nella preparazione del Sella il giusto viatico, per ristabilire il prestigio italiano a livello internazionale.

Scrisse l’8 dicembre 1881:

«È una vera desolazione che provo, quando penso alle cose nostre; ed un sintomo della nostra decadenza è l’indifferenza con cui si sopportano gl’insulti da tutti  Odiati dalla Francia, disprezzati per ora, odiati più tardi dalla Germania, non amati da nessuno, cosa possiamo sperare? Aggiungi a questi mali il male maggiore di chiudere gli occhi sui guai sterminati che ne circondano».

Tanto tempo sembra non essere passato.

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