Le «Ultime lettere di Jacopo Ortis»

Col Trattato di Campoformio, Bonaparte cedé Venezia all’Austria; Jacopo Ortis, ardente liberale, fu proscritto, ritirandosi cui Colli Euganei, per piangere la perdita della sua patria. Conobbe le due figlie del conte T., la più grandi delle quali, Teresa, promessa ad un certo Odoardo, al fine di soddisfare un progetto d’interesse e d’ambizione del capofamiglia. Alla notizia della morte di un cugino, Odoardo partì per Roma, mentre Jacopo, al fine di non abusare della confidenza, che aveva con la famiglia, si ritirò, in assenza del promesso sposo, in Padova. Passando per le vicinanze dell’appartamento, udì il suono dell’arpa di Teresa; vi entrò e la giovane donna continuò a suonare, fin quando si accorse della presenza del giovane, allora decise di ritirarsi precipitosamente. Jacopo uscì dalla casa e si recò a Padova, ove la mamma aveva arredato una camera, per il tempo necessario, onde poter frequentare le lezioni universitarie. Conobbe una giovane e bella patrizia, che avrebbe tentato di sedurlo, ma il suo pensiero era rimasto a Teresa, intenta a muovere le dita sull’arpa. Sfuggì allora alle tentazioni, ritornando ai Colli Euganei ed un bel giorno sorprese Teresa addormentata e fu tentato di baciarla, ma fu trattenuto da un sentimento di pudore. Preso da grande delirio, una sera riuscì a termine di un colloquio ad ottenere un unico, ultimo bacio, che scatenò un delirio devastante nell’innamoratissimo giovane, che divenne intrattabile e misantropo, errando solo pei Colli. Frattanto, Odoardo era tornato, accompagnato da un giovane pittore romano e s’incontrò con Jacopo, il quale rivolse parola come chi abbia perduto la ragione. Anche Teresa, presa da dolorosa febbre d’amore, aveva abbandonato la diletta arpa, colla quale solitamente sfogava la piena del suo dolore. Una mattina, il pittore si recò a disegnare uno dei tratti più caratteristici dei Colli ed  udì la voce di Jacopo, che recitava i versi del «Saul», al termine dei quali si sarebbe arrampicato sulla cima, ritraendosi alla fine, dopo aver pronunciato il nome della madre. L’eccesso dell’amore gli procurò una brutta malattia, così fu costretto a rimandare la già decisa partenza. Il Conte T., saputo della condizione misera di Jacopo, si recò a trovarlo, approfittando per comunicargli la necessità di dimenticare Teresa, poiché, per necessità domestiche, si sarebbe dovuta legare per sempre a Odoardo.

L’amico Lorenzo gli espose l’ammonimento della madre di sfuggire alla persecuzione dell’Inquisizione, anche per scappare dalla persecuzione del cuore; così Jacopo si convinse a lasciare i Colli, solo dopo aver scritto una straziante lettera a Teresa. Partì quindi per Ferrara, dove si sarebbe gettato nel Po, se la cara memoria della mamma non gli avesse impedito l’insano gesto. Proseguì per Bologna e, giunto in Firenze, si dedicò alla visita delle tombe del Galilei, del Machiavelli e di Michelangelo. A Milano, conobbe e divenne intimo del Parini, quindi fece più tappe in diverse città del Nord, sempre più perseguitato dal ricordo di Lei. A Ravenna si prostrò davanti alla tomba di Dante e, finalmente, il 13 maggio 1797 ritornò presso i Colli Euganei. Conosciuto lo stato depresso di Teresa, costretta a convivere con uomo, per cui mai avrebbe sentito amore, si raffermò nell’idea del suicidio. Allora partì per Venezia, onde salutare la madre, la quale, insospettitasi, chiese a Lorenzo di seguirlo nelle sue mete svagate. Questi lo raggiunse presso i Colli Euganei, trovandolo in uno stato di apparente tranquillità, sicché avrebbe seguito il consiglio di Jacopo di recarsi a Padova. Rimasto solo, scritta l’ultima lettera a Teresa, si ferì sotto al cuore, baciando il ritratto dell’amata, spirò tra i vicini accorsi al truce caso, fra i quali il Conte T. e Odoardo. La notte seguente, secondo il desiderio palesato in una lettera, fu seppellito sul Monte dei Pini; Lorenzo arrivò che l’amico era ormai un freddo cadavere.

Mentre Ugo si trovava a Padova, il suicidio di uno studente, Jacopo Ortis, suggerì al Poeta una meditazione filosofica sull’atto. Si rivolse ad alcuni autori, che avevano trattato tale argomento, per scrivere sulla grave questione, chiedendosi se l’uomo abbia o meno il diritto di togliersi la vita. Allora coordinò le sue meditazioni sotto forma di lettere. Dovremmo concepire che molto dell’affetto raccontato abbia avuto traccia biografica, poiché il Poeta a Firenze si sarebbe innamorato, e ricambiato, da una ragazza, Isabella Roncioni, che nascose il sentimento al babbo e quindi costretta al matrimonio con un certo Leonardo Bartolomei di Firenze. Il 9 Gennaio 1801, comunicava ad Ugo la decisione d’interrompere la nobile relazione amorosa. L’ampio carteggio, composto da lettere assai appassionate, fu allora raccolto e ricopiato, senza l’idea di pubblicarlo. Quando lavorò, fondendo le sue meditazioni coi pensieri espressi, ne decise la stampa a Bologna, interrompendola bruscamente, per l’improvvisa partenza per Milano, affidando lo scartafaccio all’amico squattrinato, Pietro Brighenti. L’editore Jacopo Marsigli, visto il successo della pubblicazione, pregò l’affidatario del manoscritto di scegliere i trattati politici e filosofici, con cui completare l’edizione. Aggiunta delle note ed una seconda parte ex novo, intitolò il volumetto «Vera storia di due amanti infelici, ossia ultime lettere di Jacopo Ortis per Angelo Sassoli». Quando il Foscolo tornò a Bologna, seppe della pubblicazione e minacciò il Marsigli; le grida fecero accorrere molte persone, tra cui il Brighenti, che riappacificò i contendenti.

Il Foscolo pretese ed ottenne la dichiarazione di «edizione apocrifa» sul «Monitore bolognese »il 18 gennaio 1801, mentre si accinse a mettere mani al lavoro, derubricando le meditazioni sul suicidio, per concentrarsi sul suicida e quindi l’uomo, penetrando nel santuario del suo cuore.

Tutte le notizie, alcune delle quali assai romanzate, appena riportate, sono state tratte da una lettera, che il Foscolo scrisse al cugino Jakob Salomon Bartholdy. La storia invece si presentò in maniera diversa da quella descritta.

L’Autore concepì il disegno, apparecchiò il materiale, pubblicando per la prima volta il romanzo, dedicato all’amore, che provò per una certa Laura, il cui nome troviamo in alcune prime poesie. Secondo quando scritto nelle «Rimembranze», la donna accettò la corte

E scorgo il caro nome; e veggo il sasso

Ove Laura s’assise, e scorro i prati

Ch’ella meco trascorse a passo a passo.

Quest’è la pianta che le diè i beati

Fior ch’ella colse, e con le molli dita

Vaga si fe, ghirlanda ai crini aurati.

E questo è il conscio speco, e la romita

Sponda cui mesto lambe un fonte e plora,

E i ben perduti a piangere m’invita

[…] mentre ch’io: “T’Amo”

A Laura replicava, uscir s’udia

Ne’ suoi dolci gorgheggi: “Io t’amo io t’amo”.

O sacra rimembranza, o della mia

Prima felicità tenera immago,

Cui Laura forse a consolarmi invia;

Addio diceva a Laura, e Laura intanto

Fise in me avea le luci, ed agli addio

Ed ai singulti rispondea col pianto

E mi stringea la man: – tutto fuggìo

Della notte l’orrore, e radïante

Io vidi in cielo a contemplarci Iddio,

E petto unito a petto palpitante,

E sospiro a sospir, e riso a riso,

La bocca le baciai tutto tremante.

E quanto io vidi allor sembrommi un riso

Dell’universo, e le candide porte

Disserrarsi vid’io del Paradiso….

Deh! a che non venne, e l’invocai, la morte?

In alcune lettere, risulterebbe che, sin dal 1796, il Foscolo preparasse un lavoro completo su Laura, che avrebbe desiderato pubblicare a Venezia, senonché, intervenute aride vicende politiche, si sarebbe gettato nella rivoluzione a scrivere poesie patriottiche.

Quando fu costretto ad emigrare, si recò a Bologna e, nell’inverno del 1797, a Milano, dove si trovò disoccupato, si preoccupò di ricettare delle commendatizie, onde tornare a Bologna, per procacciarsi un impiego. Non riuscì a trovare un’occupazione, allora pensò, giustamente, di trarre profitto dalla pubblicazione del suo libro di lettere a Laura, elevando a modello il «Werther» e affidandone la pubblicazione al Marsigli.

Nel luglio 1798, tornò a Milano, come addetto del Ministero della Guerra, sicché chiese l’interruzione della pubblicazione, ma l’editore si rifiutò, chiedendo al Brighenti di continuare l’azione del romanzo, che vide la luce col titolo «Vera storia di due amanti infelici, ossia ultime lettere di Jacopo Ortis» (1798).

Nel 1799, Milano lo inviò nuovamente a Bologna, per completare un tribunale militare e, nei tempi di riposo, prese mano nuovamente al romanzo. Assegnato al corpo dei combattenti, cadde prigioniero e condotto altrove, sicché la stampa fu interrotta per la seconda volta, che avrebbe compito alla fine del 1799.

Il libro ebbe successo, anche se non passò inosservata la selva di errori di lingua e d’ortografia e la mancata incidenza delle note, in aperta contraddizione coi sentimenti e le massime filosofiche professate dall’Ortis. L’editore probabilmente desiderava, attraverso le note, schivare l’inesorabile censura degli Austriaci, impadronitisi di Bologna e delle Romagne, che non avrebbero permesso la pubblicazione della vita di un areligioso rivoluzionario suicida.

La prima edizione del volume è divisa in due parti, non reca il nome del tipografo, neanche del luogo della stampa, bensì solo l’anno MDCCIC. L’edizione del Brighenti sarebbe del 1798, mentre l’anno appresso il Foscolo l’avrebbe rimaneggiata «più per fuggire – come scrisse al Bartholdy – infamia che per acquistarsi onore».

Quando alla fine del 1800, trescava con Isabella Roncioni, volle ripubblicare il romanzo, correggendolo e togliendovi quanto vi fosse di lascivo. Sconfessò così la «Vera storia», con la dichiarazione stampata nel supplemento al «Monitore bolognese» del gennaio 1801. Finalmente, poté dedicarsi alla cura dell’edizione unica, riconosciuta nel 1802, nella quale smentì «tutte le altre edizioni dissimili a questa e segnatamente le tre anteriori al 1802».

La critica accettò tutte le edizioni della mano del Foscolo, come si evince da una lettera del 1801 a proposito del romanzo:

«C’è dentro il profilo dell’Ortis: ci vedrai il contorno di Ugo Foscolo e la fisonomia di S. Luigi».

Chi incarnò nella vita la figura di Teresa?

Forse volle intendere Teresa Pickler Monti, anche se si sarebbero conosciuti a ridosso della prima pubblicazione della «Vera storia». A suffragio di tale tesi, Giuseppe Pecchio scrisse: «Pare che quel suo amore fosse corrisposto, ma rimase, insoddisfatto per circostanze che si opposero alla onesta sua meta1».

Alcuno sostenne che la Teresa fosse incarnata dalla Isabella Teotochi, il primo serio amore giovanile, velata sotto il nome di Laura. Sciolta dal primo matrimonio, da cui aveva avuto un figlio, con un uomo assai più anziano, trescò con l’Albrizzi – Odoardo, che avrebbe poi sposato. Il Foscolo mutò il sesso del figlio, rendendolo donna, insieme ad una serie di piccole incidenze non rispondenti alla verità storica.

La protagonista delle «Ultime lettere di Jacopo Ortis», stampate in Milano dal Foscolo nel 1802, è storicamente la toscana Isabella Roncioni, conosciuta,  nel 1799, pare a Pisa. L’amore divampò nel 1800 durante gl’incontri al Lungarno di Firenze, quando la giovane fu promessa dal padre a Leonardo Bartolomei. Il Foscolo le palesò il suo amore e forse ottenne dalla fanciulla un bacio, ultimo segno del loro infausto amore. Cadde allora in una cupa disperazione, da cui fu tratto dall’amore, casto e puro, per Antonietta Fagnani Arese, cui ispirerà l’edizione del 1802 delle «Ultime lettere di Jacopo Ortis».

Foscolo fu accusato di plagio nei riguardi del Goethe.

«Il dava già l’ultima occhiata – così scrisse il Poeta – al mio manoscritto quando mi capitò il “Werher” fra le mani. Meravigliandomi della virtù di quel libro,e della conformità al mio nel carattere e nello scopo, conobbi alle lagrime ch’io versava leggendolo che non avrei più trovato vergini le anime dei lettori, conobbi il pericolo del confronto e il sospetto di plagio. Ma ne diffidai tanto di me da abbandonare il lavoro, né mi persuasi tanto da crederlo pari al modello tedesco, che anzi ne profittai. M’accorsi che la magia del “Werther”, essendo attinta dalla severa unità, e dall’intensione dei lettori sulla sola passione del protagonista, conferiva non poco a questa unità e la perpetua direzione delle lettere ad un amico, e quel certo religioso secreto che risultava da quella corrispondenza. L’ “Ortis” invece scriveva ora a sua madre, ora a Teresa, ora al padre di lei, ed esprimeva le sue diverse passioni, secondando i caratteri e gl’interessi delle persone alle quali parlava. L’ “Ortis” non aveva un amico: vedendo Guglielmo inventai Lorenzo, solo carattere immaginario nella mia operetta. Parmi infatti che l’amicizia di questo uomo sia soprannaturale; e dov’è chi rispetti gli errori dell’amico suo, per ostentare saviezza? Chi stima le altrui virtù senza farsene merito? Chi compiange gli sventurati senza affettarne pietà?».

Mentre il «Werther» ha una sola passione: l’amore tormentato; l’«Ortis» due, egualmente grandi: l’amore e la passione politica. Werther ama una donna maritata; l’Ortis (1802) ama una fanciulla, che mai diventerà sua sposa. Werther agogna la felicità sin dal principio; l’Ortis è sempre infelice. Il Werther si uccide per divisamento fra lo sconvolgimento della natura, terribile e burrascosa; l’Ortis pensa al suicidio per principio filosofico, meditandovi a lungo, effettuandolo ponderatamente e con una calma spaventosa.

Infine, la lettura del «Werther» riempie più il cuore, quello dell’«Ortis» riempie la mente.

 (1) G. PECCHIO. Vita di Ugo Foscolo. Milano 1851, p. 38.

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