«Tu sei entrata nel mio sangue come una fatalità dolce e tremenda». Gabriele D’Annunzio a Elvira Leoni

Come sono agitato! In questi due o tre giorni ho avuto un terribile ritorno di sensualità. Ho la visione continua della tua carne, delle tue carezze, di tutte le nostre infinite mescolanze, di tutte le nostre profonde lascivie. Mi pare d’impazzire, come d’una febbre maligna. E le pagine che scrivo, pagine tutte piene del ricordo di te, piene del tuo fascino, mi bruciano sotto le dita.

Dianzi scrivere. Un tuo capello, sfuggito tra le carte dove l’avevo chiuso, è venuto a impigliarsi alle mie dita. Mi batte ancora il cuore.

Tu non puoi forse capire la violenza della mia agitazione, del mio orgasmo.

Non esagero quando ti dico che mi pare di diventar folle. A qualunque presso io ti vorrei vedere, ti vorrei ripossedere; a qualunque prezzo.

Tu sei entrata nel mio sangue come una fatalità dolce e tremenda.

Nulla vale una tua carezza; nulla vale un tuo bacio. Ogni giorno io più mi persuado di questo. O adorata, adorata, sovrumanamente adorata e desiderata.

(Francavilla a mare 9 ottobre 1889)

L’amore si manifesta come una quiete agitata, una dolce forzatura per l’animo di chi ama; esso è parte di due forze contrapposte, che spingono una contro l’altra ed in mezzo il cuore, l’anima, lo spirito, la felice disperazione dell’amante.

Improvvisamente il desiderio fisico si è riacceso, forte, vulcanico e ha lasciato tracce anche nella mente dell’amante. Ed allora: il suo volto, i suoi sorrisi, la dimensione più intima, che esplode nella forza della carnalità, nel desiderio della lussuria, che coglie l’uno nell’altro, mescolando umori, profumi, effluvi in un abbandono totale di se stessi, di dono reciproco. Purtroppo lei non è presente ed allora l’esplosione deve essere contenuta, rattrappita, mortificata ed il corpo si ammala di una febbre maligna. L’unico sfogo è la penna, dalla vaga linea fallica, mentre il foglio bianco il suo corpo virgineo agli occhi di chi s’innamora. E così l’esplosione si trasforma in un fiume di parole, marchiate col fuoco del desiderio e della voluttà, tanto che sembrano bruciare i polpastrelli dello scrittore, intento solo a immortalare l’ineffabile, l’irraccontabile, per «insemprare» ciò che non può essere scritto. Mentre la penna scorreva veloce sulla carta, rincorrendo sciaguratamente il corso delle parole, che traboccava dalla memoria, un ricordo tangibile di lei: un capello. La donna, quando scioglie i capelli con un gesto lento, misurato, naturalmente studiato, accresce nell’uomo la voglia di essere dentro lei. Quei capelli così profumati, soavi, vaporosi, pieni di emozioni, che lui accarezza gentilmente, palpandone la flebile consistenza ed intrecciando tra le dita quel divino prolungamento della donna amata, cui vorrebbe essere legato, schiavo d’amore. Ecco un solo capello, che solo l’uomo davvero innamorato, era stato furtivamente conservato, mentre la penna correva veloce, è spuntato tra le dita: ricordo di lei, presenza, certezza. Solo al ricordo di quell’attimo così eternamente breve, il cuore sussurra, pieno di speranze.

Impossibile capire, comprendere, spiegare quel moto indefinito e terribile, che squassa colla violenza la carne. Orgasmo. Chi può definirlo? Descriverlo? Illustrarlo? Lo si deve provare, allora si capirà, ma quell’emozione rimarrà prigioniera di chi l’ha vissuto, il quale andrà alla ricerca disperata delle parole, per descrivere ciò che sfugge all’intelletto, al senso razionale del racconto. Il corpo ha un suo linguaggio e fortunatamente non si serve delle parole; ad esso non occorrono le parole per spiegare ciò che prova. Lo prova, lo sente ed egoisticamente lo trattiene.

Eppure quell’attimo è la sublime follia, la pazzia che ci trasporta fuori dal nostro vissuto, perché il viverlo non è certo nella vita, ma nella dimensione dell’essere.

Egli la desidera, la vuol sentire sua. E’ un atto egoistico? Di appropriazione? No. Affatto: ella è entrata nel sangue e come conseguenza, avendo ella già posseduto lui; egli vuole possederla. E’ la donna, che tiene il gioco, che fissa le regole, anzi le sue regole. L’uomo ubbidisce, perché sa che al mondo nulla regalerebbe l’emozione delle sue mani, gli amplessi dei suoi baci. Si. Il tempo passa veloce, ma non quelle emozioni, che sembrano fissarsi nel vento.

O adorata, adorata, sovrumanamente adorata e desiderata.

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