A proposito dell’insegnamento della lingua latina

Da molti anni, i vari ministri della Pubblica Istruzione, che si sono succeduti, hanno pensato bene di metter mano sulla scuola, offrendo modifiche, cambiamenti, false rivoluzioni, atte solo a peggiorare una situazione sempre più precaria. Purtroppo, alcune ricerche testimonierebbero che gli studenti poco apprendono della lingua italiana, tanto da dimostrare sofferenza nel capire addirittura un testo letterario.

A nostro avviso, la distruzione della scuola classica, colle sue belle materie umanistiche, ha contribuito enormemente allo scadimento della qualifica intellettuale dei nostri studenti. Non vi sono stati richiami a porre maggiore attenzione alle cosiddette lingue morte, che continuano a vivere all’interno delle lingue neolatine (quindi tanto morte non sono), anzi si è sempre aggiunto – dimostrando incompetenza – l’inutilità dello studio della lingua latina  e greca.

A tal proposito, riteniamo assai interessante quanto scrisse Arturo Graf, poeta e critico letterario, già docente di Letteratura italiana e di Letteratura romanza presso l’Università di Roma nel 1893 sui benefici motivi dell’insegnamento del latino.

«Non vorrei si credesse da taluno che io disconosca i benefizi, vari e grandi, onde può essere fecondo per la mente di giovani alunni l’esercizio del tradurre da una lingua in un’altra, e specie da una lingua antica in una lingua moderna. […] Un esercizio sì fatto e, in più particolar modo, lo sforzo inteso a significare con parola e con frase moderna, e con moderne inflessioni di pensiero, cose e concetti di tempo remoto, conferisce potentemente a dare, così al pensiero, come all’eloquio, elasticità, precisione, coerenza».

Tradurre da una lingua antica può solo giovare allo studente, il quale eserciterà la sua mente, perché diventi flessibile, morbida, essendo impegnata a offrire un senso logico a cose e concetti assai lontani dalla sua contemporaneità. Il Graf poi richiama l’attenzione sulla qualità della traduzione, che dovrà essere scevra da approssimazioni e superficialità, al fine di non male educare la mente dello studente. Continua quindi:

«Io credo che anche oggi giorno, in tanto mutate condizioni di civiltà e di vita, o forse appunto perché tanto mutate quelle condizioni, l’elemento classico sia, se non indispensabile, almeno molto giovevole a una coltura elevata ed armonica, che risponda a tutti i bisogni e a tutte le attitudini dello spirito; a una coltura quale si deve desiderare che le nostre scuole sieno in grado di curare, d’impartire, di promuovere».

Siccome cambia, muta velocemente la società, quasi come scheggia impazzita e quindi ingovernabile, ci sarebbe bisogno di ricordare all’uomo contemporaneo la dimensione della sua civiltà, nell’ambito di una cultura elevata ed armonica, atte a migliorare la vita spirituale, la quale è in opposizione netta con la civiltà dei consumi, che oggi impera col suo nulla.

La difesa della scuola classica quindi quale ultima ed estrema difesa dell’uomo, il quale avrebbe così gli strumenti adeguati, al fine di non piegarsi alla volontà imperante, grazie allo spirito critico, che gli permetterebbe di difendersi da chi vorrebbe la morte antropologica dell’umanità.

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