L’evoluzione artistica di Antonio Fogazzaro

Antonio Fogazzaro giunse al romanzo psicologico dal Romanticismo, colla novella in endecasillabi sciolti «Miranda» (1873), dal nome della protagonista, la quale è innamorata di un poeta, che preferisce seguire solo i suoi sogni di gloria, distaccandosi dall’amata e tornando solo quando ella è presso a morire. Il motivo e l’intonazione sono romantici e non mancano epistole riboccanti di dolore e di tenerezza, in cui l’autore, con incredibile maestria, racconta con verità sorprendente l’amore infelice della protagonista. Sullo sfondo, delinea la figura del poeta, Enrico, che sembra non aver compresso appieno il dolore del mancato affetto. Nella letteratura coeva, gli scrittori rappresentavano i dolori vissuti dall’uomo rifiutato o incompreso; in questo caso le parti si sono rovesciate: è la donna, raccontata minutamente nella sua dimensione femminile, che soffre e si dispera.

«Immaginai una donna di quelle che amano una volta sola e per sempre, governata in pari tempo da un sentimento religioso profondo, quasi mistico, timida e umile di cuore, ma pure gelosa della dignità femminile, tutta avvolta direi da quel pudore squisito, che è sollecito di velare gli affetti come le membra, e si trova in certe anime schive. Cercai spirare nobiltà e gentilezza ideale a ciascuno di questi sentimenti ed in pari tempo aggrovigliarli assieme perché nel loro dibattersi oscuro mi parve stare il vero umano ed anche certa efficacia drammatica».

La protagonista, Miranda, è dunque la donna forte sino al sacrificio, combattuta oscuramente dai sentimenti, che formano il suo dramma intimo e pietoso. Enrico, invece:

«non sa amare – scrive il Fogazzaro – e volli rappresentarlo tale per contrapposto a Miranda che è la vera e sola protagonista del libro».

Queste parole potrebbero essere applicate a tutta la produzione dello scrittore, imperniata spesso su un conflitto ideale tra una donna moralmente, e spesso fisicamente, forte ed un uomo debole ed incapace di volere; una donna miscredente ed energica in contrapposizione con un uomo religioso sino alle soglie del misticismo.

Otto anni sarebbero trascorsi da «Miranda» alla composizione di «Malombra» (1881), che avrebbe scatenato polemiche e discussioni, lodi e proteste per un’opera d’arte, di poesia e d’immaginazione soprattutto nei caratteri di alcuni personaggi minori colti dal vero. Due sono le donne protagoniste: Marina ed Edith.

Marina sembrerebbe possedere una volontà atavica, che la rende forte nel suo essere fisicamente debole, e finirà in modo tragico. Edith è una dolce figura femminile, dipinta con delicatezza di tocchi e con tenui sfumature, nello svolgersi della vita della sua anima ci rammenta le grandi passioni di Miranda. Il protagonista è Corrado Silla, nel quale il Fogazzaro avrebbe spiegato se stesso; ecco la sua presentazione:

«Ingegno non lucido, mistico di tendenze, potente per certe intuizioni fugaci piuttosto che per merito suo proprio, costante…. Aveva idee poco definite, poco pratiche; ardente spiritualista e perciò proclive a considerare di preferenza nell’umanità l’origine e il fine, amava, anche in tenui materie, appoggiarsi a qualche grande pensiero generale; obbediva a un concetto filosofico».

Tali erano gli adempimenti spirituali del Fogazzaro.

Dalla lotta terribile tra bene e male, nei suoi romanzi il bene trionfa, perché concepito nella tradizione cristiana, mentre al male appartengono le sfere della carne e l’angoscia del dubbio religioso.

Il «Daniele Cortis» (1885) fu scritto quattro anni dopo «Malombra», risultando uno dei suoi migliori romanzi sotto l’aspetto artistico, mentre a molti il protagonista è sembrato oscuro ed assurdo e forse troppo lontano dai sentimenti del suo tempo.

Due cugini, Daniele ed Elena, si amano appassionatamente; essendo la donna sposata i due credono di poter intrecciare soltanto un’amicizia fraterna, ma ben presto si accorgeranno che la vicinanza accende i loro desideri. Elena cederebbe anche il suo corpo, dopo aver ceduto l’anima, poiché vittima della volgarità e della brutalità del marito, mentre la coscienza di Daniele si ribella, richiamando i sentimenti al dovere della castità. Al fine di non peccare, i due amanti decidono di separarsi e così il protagonista sacrifica se stesso, seppur l’adulterio idealmente sia già stato consumato da tempo. L’anima della donna a chi apparterrebbe? Non certo al marito, dal momento che avrebbe ceduto anche il corpo al Daniele, che l’ha rifiutata, forse per esaltare la morale del perfetto egoista. Allora, sotto questa luce, il romanzo si presenterebbe come una scuola di falso idealismo, di vano illusionismo e di bugie convenzionali. Elena si acqueta falsamente, perché in cuor suo continua a detestare un marito giocatore ed alcolizzato. Le azioni dei suoi personaggi inducono a realizzare l’opera del Fogazzaro quale severo richiamo dall’irreligiosità della sua epoca all’idealismo cristiano, al quale tenne sempre fede, nonostante le troppe amarezze patite.

Secondo certa critica, il successo dei romanzi del Fogazzaro sarebbe dipesa dal sensibile intreccio tra religiosità e sensualità, che avrebbe attirato l’incuriosito lettore. A nostro avviso, i lettori furono incuriositi dal valore di un’opera d’arte, che rappresenta un aspro conflitto di idee, che il Fogazzaro è riuscito a rappresentare in modo artisticamente encomiabile. Il personaggio di Daniele Cortis riesce a commuovere con l’apparente spontaneità e sincerità dei suoi atti, così come nella parte del romanzo, in cui chiede ad Elena, rinunciando per sempre al loro amore di  «amarsi come gli astri e le palme, non corpore sed lumine, non radice, sed vertice». Nel «Daniele Cortis», il Fogazzaro, nello spiegare la carriera politica del protagonista, ha propugnato l’idea di un grande partito conservatore cattolico, che dovrebbe prendere le redini del governo, per ispirare l’azione politica alla tradizione cristiana.

Alcuni cenni biografici furono inseriti nel romanzo «Il mistero del poeta» (1888), anche nelle lettere, con cui è composto il lavoro, vi si rintracciano spunti e notizie, presenti nell’epistolario fogazzariano.

La vicenda si svolge ad Eichstadt, antica e piccola città tedesca; i due protagonisti sono il Poeta e Violet, una delle creature più soavi dell’arte del Fogazzaro, resa anche più attraente da una disgrazia fisica, che l’affligge. L’amore travolge i due giovani, che celebrano le nozze, senonché durante la luna di miele, la giovane sposa perde la vita, uccisa dall’emozione, tra le braccia del marito, che condurrà una vita nella tristezza. Accanto ai protagonisti, troppo lontani dalla nostra mente, vi sono diversi personaggi secondari, delineati con molta cura, qualche volta lontani o velati da un senso di indefinibile mistero. Questo romanzo è stato da alcuno descritto un «poema scritto in prosa», grazie anche a quel soffio di poesia, che lo ispira.

«Piccolo mondo antico» (1895), pubblicato sette anni dopo «Il mistero del poeta», inizia la trilogia romantica, che si chiuderà con la sua ultima opera, «Leila», scritta un anno prima di morire.

«Piccolo mondo antico» è un romanzo psicologico, che si svolge su uno sfondo rigidamente storico. Il dramma spirituale delle creature fogazzariane si svolge contemporaneamente al prologo del grande dramma politico, che si consuma con l’innalzamento a Belfiore delle forche dei martiri d’Italia da parte degli Austriaci. I riflessi dei fatti si proiettano nell’anima dei protagonisti, rendendoli vivi e palpitanti, pronti a vivere quello spirito di sacrificio per la causa comune. I personaggi sono nobili, Franco e Luisa, versati per la causa patriottica, al punto tale che ella, stringendosi al marito, gli mormora: «Se viene quel giorno (il giorno benedetto della lotta per la libertà) tu vai; ma vado anch’io». La lotta spirituale è il fulcro del romanzo, che compete al nobile Franco Maironi, ultimo discendente d’una ricca famiglia lombarda, e Luisa Rigey, orfana di un professore in fama di miscredente e di rivoluzionario. Franco, è un mistico e religioso, mentre Luisa, creatura forte e, quasi, più simpatica, invece è una miscredente. L’autore scelse Franco vincitore sulla donna e ciò causò non poche perplessità presso i lettori, che avevano pronosticato il trionfo della miscredente.  Fin dalle prime pagine del libro, il carattere di Franco è delineato impetuoso, focoso, che sperimenta durante un pranzo in famiglia, dove si accende la discussione politica, che vede la nonna parteggiare per gli Austriaci. Ciò provoca uno scatto d’ira del nipote, che spezza un piatto sulla tavola, uscendo tra lo stupore dei convitati. Da contraltare all’irruenza del carattere, una fede pura e semplice, così descritta dal Fogazzaro:

«Punto orgoglioso, alieno dalle meditazioni filosofiche, ignorava la sete di libertà intellettuale che tormenta i giovani quando la loro ragione e i loro sensi cominciano a trovarsi a disagio nel duro freno di una credenza positiva. Non aveva dubitato un istante della sua religione, e seguiva scrupolosamente le pratiche senza domandarsi mai se fosse ragionevole di credere e di operare così. Non teneva però affatto del mistico né dell’ asceta.

Spirito caldo e poetico, ma nello stesso tempo chiaro ed esatto, appassionato per la natura e per l’arte, preso da tutti gli aspetti piacevoli della vita, rifuggiva naturalmente dal misticismo, non s’era conquistata la fede e non aveva mai volti a lei tutti i suoi pensieri; non poteva essere penetrato in tutti i suoi sentimenti. La religione era per lui come la scienza per uno scolaro diligente che ha la scuola in cima ai suoi pensieri e vi è assiduo, non trova pace se non ha fatto i suoi compiti, se non si è preparato alle ripetizioni, ma poi quando ha compiuto il proprio dovere, non pensa più al professore né ai libri, non sente il bisogno di regolarsi ancora secondo fini scientifici e i programmi scolastici. Perciò egli pareva spesso non seguire altro nella vita che il suo generoso cuore ardente, le sue inclinazioni appassionate, le impressioni vivaci, gli impeti della sua natura leale, ferita da ogni viltà, da ogni menzogna, intollerante d’ogni contraddizione e incapace di infingersi».

Un uomo autenticamente religioso, che non sa applicarne gli ammaestramenti alla vita, perennemente in contraddizione con se stesso. Quando la moglie, Luisa, gli pone l’incongruente comportamento, egli non ricerca le cause, ma s’irrita protestando vanamente. Nei primi capitoli, Franco lotta contro la nonna, causa la scelta di sposare una fanciulla senza beni, Luisa Rigey, per cui rinuncerà a tutte le agiatezze derivanti da un testamento, che lo indicherebbe quale unico beneficiario. Gli sposi sono ospitati da uno zio di Luisa, l’ingegnere Ribera, fratello della mamma. Nella seconda parte del romanzo, i due sposi hanno una figlia, Maria, e pur continuando ad amari, iniziano i primi contrasti spirituali. Luisa capisce che il marito è sempre attratto dai beni testamentari, nonostante si dichiari cristiano e quindi dovrebbe esercitare il disinteresse al possesso.

«Uno che osserva così scrupolosamente i precetti della Chiesa, che ci tiene tanto a mangiare di magro il venerdì e il sabato, a udire ogni domenica la spiegazione del Vangelo, dovrebbe conformare la propria vita molto più severamente all’ideale evangelico. Franco, infine, dovrebbe temerlo e non desiderarlo il denaro».

I contrasti si evidenziano anche sul modo di educare la figlia, che la mamma vorrebbe crescere con un indirizzo morale disgiunto dall’indirizzo religioso, e tutto ciò per Franco è inconcepibile, anche se mostra ondeggiamenti tra una posizione e l’altra; gli pare «di avere torto secondo un raziocinio superficiale e di aver ragione secondo una verità profonda che non riesce ad affermare». Teme disperatamente che il dissidio genitoriale possa scoppiare in modo improvviso e doloroso. La nonna, affatto dimentica del gesto di Franco, ordina una perquisizione in casa del nipote, da determinare la destituzione del ragionier Ribera e quindi l’emigrazione della giovane coppia nel Piemonte alla ricerca di un lavoro. Luisa, intanto, saputo dell’esistenza del testamento, vorrebbe che il marito intentasse una causa contro la nonna, donando poi in beneficenza il ricco lascito. Franco aggiorna la moglie della distruzione della carta testamentaria su suo preciso ordine, inducendo Luisa a rafforzare le sue posizioni critiche verso la Chiesa, accusata ancor più di favorire dei sentimentalismi deboli, mostrando incapacità nel formare il concetto di giustizia nei fedeli. Mentre Franco è a Torino, la figlia muore affogata, provocando il dramma morale di Luisa, che immediatamente si sente responsabile morale dell’accaduto, perdendo ogni vigore di vita e di pensiero. Non riuscirà a trovare alcun conforto nella religione, rifiutando ogni ragionevole aiuto, mentre Franco, al contrario, trova nuova forza ideale e nuove energie. Il romanzo si chiude con la morte assai commovente dell’anziano zio Ribera, e con Franco che ritorna in Lombardia, per combattere contro i tedeschi a fianco dei soldati piemontesi.

Si confrontano in ogni pagine due giovani anime: quella di Franco, inferiore alla moglie nella volontà e nell’azione e quella di Luisa, che giudica vano il sentimento religioso privo di opere buone. Il suo carattere mostra maggior umanità anche se nel romanzo è Franco a trionfare, quando sarebbe stato più logico il trionfo di Luisa.

«Feci di Luisa — scrive il Fogazzaro — una creatura nobilissima e veramente superiore: si: ma fin dalla prima parte appare in lei il lato inferiore, il lato debole, e lo feci apparire a disegno. A proposito del testamento e, in tutte le sue relazioni con la vecchia marchesa, Luisa manca, rispetto a suo marito, di carità. È un effetto della sua natura, ed è anche un effetto della sua fredda, scarsa, superficiale religione. Ella sente la giustizia, ma non sente la carità, e questo è il germe, storicamente e psicologicamente, della sua rovina spirituale futura. Franco è invece inferiore a lei nella volontà, nell’azione. Molti sono i credenti che somigliano a Franco, che praticano, si astengono dal male, ma operano poco, mancano del vero spirito cristiano.

Per incarnare questo concetto mi occorreva una natura piuttosto d’artista che di pensatore. È la vera essenza del cristianesimo che opera in lui più tardi, è l’amore, è la croce, ciò che vi ha di più vitale nella religione; ciò che agisce sugli uomini, da San Paolo in qua. Molto più efficacemente dei ragionamenti filosofici e teologici, sono l’amore e la croce che lo alzano, che gli fanno comprendere la sua incoerenza passata e che trasformando lui devono comunicare una certa emozione buona anche ai lettori del libro… Chi non sa quante splendide apologie della fede si sono fatte e si possono fare, e chi non sa pure che la fede non può interamente dimostrarsi, perché altrimenti non sarebbe una grande virtù, chi non sa che non è possibile alcuna contraddizione logica fra la ragione e la fede, ma che la fede resta sempre un dono di Dio?

L’opposizione di Luisa a Franco non è legittima che in quanto riguarda il difetto di opere e si emenda. Dovevo io guastare l’effetto artistico del romanzo inserendovi un’apologia ragionata della fede?…. No: io volli che parlassero i fatti».

Tra i due protagonisti, Franco, nell’ultima parte del romanzo, ritrova una forza ed un vigore morale, di cui era privo, perché è trascinato dall’entusiasmo e dalla fede patriottica dell’epoca, che lo trasformano, lasciandolo senza una ragione valida. Luisa invece perde la sua forza a causa del bruttissimo incidente, che ha causato la morte dell’unica figlia. Accanto, le figure secondarie sono descritte, secondo l’uso del Fogazzaro, molto aderenti al vero. Una nota sulla vecchia marchesa, astuta peccatrice, capace di velare agli uomini la sua vera intimità, mostrandosi sempre fredda, di marmo e comunica il suo gelo a tutti coloro che le stanno d’intorno.

Ecco il giudizio di Benedetto Croce:

«Io non so se sia stato notato che la materia di questo romanzo ha stretta affinità con quella dei Promessi Sposi: è il medesimo contrasto dello spirito di giustizia e di ribellione con lo spirito del perdono. Il Don Rodrigo del romanzo è la vecchia marchesa Maironi, e ci sono i conti Attilli e gli Azzeccagarbugli nei personaggi che prestano il loro braccio alla marchesa. E c’è padre Cristoforo: solo che il suo fiero spirito di giustizia è migrato nel corpo di una donna, di Luisa, il suo spirito di perdono si è ammorbidito, è diventato più cavalleresco, ma meno morale, passando nel corpo di Franco Maironi. Come nei Promessi Sposi la peste, qui la disgrazia nel lago viene a mutare le situazioni e gli animi. La peccatrice marchesa ha perfino un quissimile del sogno di Don Rodrigo. E, come nei Pro- messi Sposi, l’intonazione è famigliare, e rende men duro e discordante il passaggio per tutte le gradazioni della realtà, dalla sublimità e dal pianto al comico e al sorriso».

Effettivamente, l’arte del Fogazzaro si ricollega direttamente con quella del Manzoni, soprattutto nel racconto preciso delle scene del romanzo e l’ultimo capitolo, che, con la morte dello zio, chiude ogni vicenda e ogni dolore.

Il ciclo aperto col «Piccolo Mondo Antico» continua con «Piccolo Mondo Moderno», pubblicato sul finire del ‘900 nei fascicoli della «Nuova Antologia».

Franco e Luisa si sono riappacificati ed hanno concepito un figlio, Piero, che incontriamo nel pieno della sua virilità. Egli è stato allevato in una piccola città del Veneto da alcuni parenti, i marchesi Scremin, di cui ha sposato l’unica figlia, Elisa, la quale si trova da circa quattro anni in manicomio. Piero è un esponente del partito clericale; eletto consigliere comunale è poi sindaco della sua città. Concentra la squisitezza di sentimento ed una vasta facoltà sognatrice, ereditati dal padre, mentre da Luisa raccoglie lo spirito critico ed indagatore uniti al grande bisogno di attività e di bene. Ricerca ovunque la giustizia e sente un profondo senso religioso, qualche volta non disgiunto da un velo di misticismo. Il romanzo racconta della passione, che Piero nutre per la separata Jeanne Desalle, la quale ama ardentemente il protagonista. Ella sente l’amore in modo sublime, percependone tutto il valore ideale, ma, quando il suo compagno vorrebbe comunicarle tutto il suo ardore, si trova a combattere con gli scrupoli di coscienza, aggravati da una triste situazione familiare, fra il sentimento religioso ed il desiderio d’amare. Egli risulta un fratello diretto di Daniele Cortis, aggravato da una situazione patologica morale. Il caso psicologico è allora al centro del racconto: la donna bellissima e l’uomo debole, vittima delle sue convinzioni e delle sue esaltazioni, dove il dissidio tra carne e spirito vedrà la vittoria di quest’ultimo. I due sono divisi anche dalle idee religiose: Piero crede ed è il capo del partito clericale; Jeanne si sente indifferente agli eventuali mai, che affliggerebbero il prossimo. Il dissidio rimane latente, perché Jeanne non lotta, ma ama e vorrebbe essere dal suo Piero, il quale non riesce a vincere le allucinazioni, che gli gravano l’anima. Quando la donna s’accorge che sta lottando vanamente, trova parole assai vere, per descrivere la sua angoscia. I due sono in treno; Jeanne già sa che non sarà amata da Piero, perché antepone il sentimento religioso al di sopra di ogni sentimento umano. Ella non combatte ma piange disperata nell’indifferenza di Pietro, che apre rumorosamente il giornale, perché gli altri viaggiatori non sentano le parole della moglie.

«Basta!».

Jeanne obbedisce e Piero, finalmente, le parla con dolcezza, poi il treno rallenta e l’uomo raccoglie il proprio bagaglio. Jeanne avrebbe desiderato che visitasse la loro casa, ma riuscì solo a strappare una promessa.

«Si lasciarono così».

Il misticismo di Piero alla fine del romanzo si vena di pazzia; come un allucinato, un visionario non sa amare, così quando la moglie morirà, immaginerà di aver ricevuto da Dio l’incarico di rinnovamento religioso e sociale da compiere nel segreto e nel silenzio:

«Nessuno lo aveva incontrato, nessuno lo aveva veduto, nessuno ne aveva udito i passi.

Se mai sia per venire il giorno in cui la occulta via dell’uomo scomparso si riveli, in cui ci si apprenda il perché di tanto mistero, solo chi lo ha chiamato alle proprie battaglie lo sa».

Si chiude qui il romanzo, che fu interpretato come l’annunzio di una nuova opera, che conterrà l’evoluzione del pensiero del Fogazzaro: proporre una riforma cattolica, politica e sociale. La religione dovrà essere modulata secondo lo spirito moderno, perché possa giustificarsi quale rifugio per l’anima. Pietro è uscito dalla vita, al fine di ascoltare la voce di Dio, che gli comanda di rinunciare alle gioie della vita per «una azione personale straordinaria da esercitare pubblicamente nella Chiesa». Egli ubbidisce a quella voce, che crede appartenga a Dio e per ciò scompare dal mondo per tre lunghi anni.

Dal suo ritorno nel mondo, inizierà il terzo romanzo: «Il santo».

Jeanne vive a Bruges col fratello e con un’amica, la cui sorella è sposa di un vecchio pensatore cattolico: Giovanni Selva. Costoro vivono a Subiaco, dove si sono legati in amicizia con un benedettino, Don Clemente, nel quale essi credono di vedere Piero Maironi. Egli, in verità, si nasconde sotto il saio dell’ortolano Benedetto e sarà Jeanne, tornata in Italia per cercare l’uomo che ama, a scoprirlo. Mentre la donna è presa da vivi sentimenti, Piero – il Santo vorrebbe ricondurla verso la grazia. E’ notte cupa, orribile, tempestosa, Jeanne è agitata ed insonne, a causa di alcune fosche visioni, che la tormentano, mentre Benedetto si è ritirato sulla montagne, al fine di vincere le tentazioni. Appena spunta l’alba, torna al monastero, per essere inviato nel paese di Jenne nella Sabina. Quando Jeanne apprende la nuova, lo raggiunge presso il Sacro Speco di Subiaco; la donna è sgomenta, così Benedetto la invita ad accomodarsi in chiesa, per parlarle delle bellezze della fede, promettendole, prima di scomparire, che quando sarà giunto il momento opportuno la chiamerà a sé. Frattanto si è sparsa la sua fama di operatore di miracoli, che ha richiamato l’intransigente autorità pontificia, la quale gli ordina di abbandonare l’abito: la persecuzione diventa feroce. Nei tormenti spirituali, una voce gl’intima di recarsi a Roma, dove lo stanno attendendo nuove lotte e persecuzioni da parte delle autorità politiche ed ecclesiastiche.  Una notte, è ricevuto dal papa, al quale confessa tutti i mali, che hanno colpito la Chiesa: la menzogna, la superbia, l’avarizia, la stasi morale. Estirpato il male, invita il Pontefice a collaborare collo Stato per la riconciliazione. Il capo della Chiesa cattolica, pur condividendo ogni affanno, dimostra la sua impotenza e, nel contempo, si muove la corte pontificia, che, d’accordo col governo romano, intende cacciarlo da Roma. Il gioco demoniaco è interrotto dall’improvvisa morte di Piero, il quale, poco prima di spirare in una casa di amici romani, vede Jeanne, che bacia il crocefisso e lo lascia morire.

La trilogia avrà un epilogo: «Leila», uscito postumo, in cui vivono gli spiriti dei personaggi, che guidano i nuovi protagonisti, conducendoli alla vittoria.

Massimo Alberti, discepolo di Piero Maironi, ama Leila, che gli resiste, poiché non crede nella sua buona fede e lo ritiene un corteggiatore di donne maritate. Leila, puro fiore, ha avuto genitori assai disgraziati. Ebbe un fidanzato, Andrea, che morì giovane, così il suocero l’accolse in casa, stabilendo che avrebbe sposato Massimo, per nominarla unica erede del suo patrimonio. La donna si oppone, ma, conoscendo, un poco alla volta, le reali intenzione del ragazzo, si trasferisce in un paese della Valsolda, dove Massimo esercita la professione di medico.

Il romanzo è un’ideale continuazione ispirativa della Trilogia, che lo ha preceduto per il dramma spirituale, che vi è sceneggiato: un aperto dissidio di anime, che, un poco alla volta, si compone e si quieta. Leila si dimostra fiera, orgogliosa, fremente, mentre Massimo è l’uomo mistico, sognatore, irresoluto. I caratteri dei due personaggi riflettono i protagonisti del precedente romanzo in situazioni diversi e con un epilogo di tutt’altra natura.

Dalla lotta terribile tra bene e male, nei suoi romanzi il bene trionfa, perché concepito nella tradizione cristiana, mentre al male appartengono le sfere della carne e l’angoscia del dubbio religioso.

Il «Daniele Cortis» (1885) fu scritto quattro anni dopo «Malombra», risultando uno dei suoi migliori romanzi sotto l’aspetto artistico, mentre a molti il protagonista è sembrato oscuro ed assurdo e forse troppo lontano dai sentimenti del suo tempo.

Due cugini, Daniele ed Elena, si amano appassionatamente; essendo la donna sposata i due credono di poter intrecciare soltanto un’amicizia fraterna, ma ben presto si accorgeranno che la vicinanza accende i loro desideri. Elena cederebbe anche il suo corpo, dopo aver ceduto l’anima, poiché vittima della volgarità e della brutalità del marito, mentre la coscienza di Daniele si ribella, richiamando i sentimenti al dovere della castità. Al fine di non peccare, i due amanti decidono di separarsi e così il protagonista sacrifica se stesso, seppur l’adulterio idealmente sia già stato consumato da tempo. L’anima della donna a chi apparterrebbe? Non certo al marito, dal momento che avrebbe ceduto anche il corpo al Daniele, che l’ha rifiutata, forse per esaltare la morale del perfetto egoista. Allora, sotto questa luce, il romanzo si presenterebbe come una scuola di falso idealismo, di vano illusionismo e di bugie convenzionali. Elena si acqueta falsamente, perché in cuor suo continua a detestare un marito giocatore ed alcolizzato. Le azioni dei suoi personaggi inducono a realizzare l’opera del Fogazzaro quale severo richiamo dall’irreligiosità della sua epoca all’idealismo cristiano, al quale tenne sempre fede, nonostante le troppe amarezze patite.

Secondo certa critica, il successo dei romanzi del Fogazzaro sarebbe dipesa dal sensibile intreccio tra religiosità e sensualità, che avrebbe attirato l’incuriosito lettore. A nostro avviso, i lettori furono incuriositi dal valore di un’opera d’arte, che rappresenta un aspro conflitto di idee, che il Fogazzaro è riuscito a rappresentare in modo artisticamente encomiabile. Il personaggio di Daniele Cortis riesce a commuovere con l’apparente spontaneità e sincerità dei suoi atti, così come nella parte del romanzo, in cui chiede ad Elena, rinunciando per sempre al loro amore di  «amarsi come gli astri e le palme, non corpore sed lumine, non radice, sed vertice». Nel «Daniele Cortis», il Fogazzaro, nello spiegare la carriera politica del protagonista, ha propugnato l’idea di un grande partito conservatore cattolico, che dovrebbe prendere le redini del governo, per ispirare l’azione politica alla tradizione cristiana.

Alcuni cenni biografici furono inseriti nel romanzo «Il mistero del poeta» (1888), anche nelle lettere, con cui è composto il lavoro, vi si rintracciano spunti e notizie, presenti nell’epistolario fogazzariano.

La vicenda si svolge ad Eichstadt, antica e piccola città tedesca; i due protagonisti sono il Poeta e Violet, una delle creature più soavi dell’arte del Fogazzaro, resa anche più attraente da una disgrazia fisica, che l’affligge. L’amore travolge i due giovani, che celebrano le nozze, senonché durante la luna di miele, la giovane sposa perde la vita, uccisa dall’emozione, tra le braccia del marito, che condurrà una vita nella tristezza. Accanto ai protagonisti, troppo lontani dalla nostra mente, vi sono diversi personaggi secondari, delineati con molta cura, qualche volta lontani o velati da un senso di indefinibile mistero. Questo romanzo è stato da alcuno descritto un «poema scritto in prosa», grazie anche a quel soffio di poesia, che lo ispira.

«Piccolo mondo antico» (1895), pubblicato sette anni dopo «Il mistero del poeta», inizia la trilogia romantica, che si chiuderà con la sua ultima opera, «Leila», scritta un anno prima di morire.

«Piccolo mondo antico» è un romanzo psicologico, che si svolge su uno sfondo rigidamente storico. Il dramma spirituale delle creature fogazzariane si svolge contemporaneamente al prologo del grande dramma politico, che si consuma con l’innalzamento a Belfiore delle forche dei martiri d’Italia da parte degli Austriaci. I riflessi dei fatti si proiettano nell’anima dei protagonisti, rendendoli vivi e palpitanti, pronti a vivere quello spirito di sacrificio per la causa comune. I personaggi sono nobili, Franco e Luisa, versati per la causa patriottica, al punto tale che ella, stringendosi al marito, gli mormora: «Se viene quel giorno (il giorno benedetto della lotta per la libertà) tu vai; ma vado anch’io». La lotta spirituale è il fulcro del romanzo, che compete al nobile Franco Maironi, ultimo discendente d’una ricca famiglia lombarda, e Luisa Rigey, orfana di un professore in fama di miscredente e di rivoluzionario. Franco, è un mistico e religioso, mentre Luisa, creatura forte e, quasi, più simpatica, invece è una miscredente. L’autore scelse Franco vincitore sulla donna e ciò causò non poche perplessità presso i lettori, che avevano pronosticato il trionfo della miscredente.  Fin dalle prime pagine del libro, il carattere di Franco è delineato impetuoso, focoso, che sperimenta durante un pranzo in famiglia, dove si accende la discussione politica, che vede la nonna parteggiare per gli Austriaci. Ciò provoca uno scatto d’ira del nipote, che spezza un piatto sulla tavola, uscendo tra lo stupore dei convitati. Da contraltare all’irruenza del carattere, una fede pura e semplice, così descritta dal Fogazzaro:

«Punto orgoglioso, alieno dalle meditazioni filosofiche, ignorava la sete di libertà intellettuale che tormenta i giovani quando la loro ragione e i loro sensi cominciano a trovarsi a disagio nel duro freno di una credenza positiva. Non aveva dubitato un istante della sua religione, e seguiva scrupolosamente le pratiche senza domandarsi mai se fosse ragionevole di credere e di operare così. Non teneva però affatto del mistico né dell’ asceta.

Spirito caldo e poetico, ma nello stesso tempo chiaro ed esatto, appassionato per la natura e per l’arte, preso da tutti gli aspetti piacevoli della vita, rifuggiva naturalmente dal misticismo, non s’era conquistata la fede e non aveva mai volti a lei tutti i suoi pensieri; non poteva essere penetrato in tutti i suoi sentimenti. La religione era per lui come la scienza per uno scolaro diligente che ha la scuola in cima ai suoi pensieri e vi è assiduo, non trova pace se non ha fatto i suoi compiti, se non si è preparato alle ripetizioni, ma poi quando ha compiuto il proprio dovere, non pensa più al professore né ai libri, non sente il bisogno di regolarsi ancora secondo fini scientifici e i programmi scolastici. Perciò egli pareva spesso non seguire altro nella vita che il suo generoso cuore ardente, le sue inclinazioni appassionate, le impressioni vivaci, gli impeti della sua natura leale, ferita da ogni viltà, da ogni menzogna, intollerante d’ogni contraddizione e incapace di infingersi».

Un uomo autenticamente religioso, che non sa applicarne gli ammaestramenti alla vita, perennemente in contraddizione con se stesso. Quando la moglie, Luisa, gli pone l’incongruente comportamento, egli non ricerca le cause, ma s’irrita protestando vanamente. Nei primi capitoli, Franco lotta contro la nonna, causa la scelta di sposare una fanciulla senza beni, Luisa Rigey, per cui rinuncerà a tutte le agiatezze derivanti da un testamento, che lo indicherebbe quale unico beneficiario. Gli sposi sono ospitati da uno zio di Luisa, l’ingegnere Ribera, fratello della mamma. Nella seconda parte del romanzo, i due sposi hanno una figlia, Maria, e pur continuando ad amari, iniziano i primi contrasti spirituali. Luisa capisce che il marito è sempre attratto dai beni testamentari, nonostante si dichiari cristiano e quindi dovrebbe esercitare il disinteresse al possesso.

«Uno che osserva così scrupolosamente i precetti della Chiesa, che ci tiene tanto a mangiare di magro il venerdì e il sabato, a udire ogni domenica la spiegazione del Vangelo, dovrebbe conformare la propria vita molto più severamente all’ideale evangelico. Franco, infine, dovrebbe temerlo e non desiderarlo il denaro».

I contrasti si evidenziano anche sul modo di educare la figlia, che la mamma vorrebbe crescere con un indirizzo morale disgiunto dall’indirizzo religioso, e tutto ciò per Franco è inconcepibile, anche se mostra ondeggiamenti tra una posizione e l’altra; gli pare «di avere torto secondo un raziocinio superficiale e di aver ragione secondo una verità profonda che non riesce ad affermare». Teme disperatamente che il dissidio genitoriale possa scoppiare in modo improvviso e doloroso. La nonna, affatto dimentica del gesto di Franco, ordina una perquisizione in casa del nipote, da determinare la destituzione del ragionier Ribera e quindi l’emigrazione della giovane coppia nel Piemonte alla ricerca di un lavoro. Luisa, intanto, saputo dell’esistenza del testamento, vorrebbe che il marito intentasse una causa contro la nonna, donando poi in beneficenza il ricco lascito. Franco aggiorna la moglie della distruzione della carta testamentaria su suo preciso ordine, inducendo Luisa a rafforzare le sue posizioni critiche verso la Chiesa, accusata ancor più di favorire dei sentimentalismi deboli, mostrando incapacità nel formare il concetto di giustizia nei fedeli. Mentre Franco è a Torino, la figlia muore affogata, provocando il dramma morale di Luisa, che immediatamente si sente responsabile morale dell’accaduto, perdendo ogni vigore di vita e di pensiero. Non riuscirà a trovare alcun conforto nella religione, rifiutando ogni ragionevole aiuto, mentre Franco, al contrario, trova nuova forza ideale e nuove energie. Il romanzo si chiude con la morte assai commovente dell’anziano zio Ribera, e con Franco che ritorna in Lombardia, per combattere contro i tedeschi a fianco dei soldati piemontesi.

Si confrontano in ogni pagine due giovani anime: quella di Franco, inferiore alla moglie nella volontà e nell’azione e quella di Luisa, che giudica vano il sentimento religioso privo di opere buone. Il suo carattere mostra maggior umanità anche se nel romanzo è Franco a trionfare, quando sarebbe stato più logico il trionfo di Luisa.

«Feci di Luisa — scrive il Fogazzaro — una creatura nobilissima e veramente superiore: si: ma fin dalla prima parte appare in lei il lato inferiore, il lato debole, e lo feci apparire a disegno. A proposito del testamento e, in tutte le sue relazioni con la vecchia marchesa, Luisa manca, rispetto a suo marito, di carità. È un effetto della sua natura, ed è anche un effetto della sua fredda, scarsa, superficiale religione. Ella sente la giustizia, ma non sente la carità, e questo è il germe, storicamente e psicologicamente, della sua rovina spirituale futura. Franco è invece inferiore a lei nella volontà, nell’azione. Molti sono i credenti che somigliano a Franco, che praticano, si astengono dal male, ma operano poco, mancano del vero spirito cristiano.

Per incarnare questo concetto mi occorreva una natura piuttosto d’artista che di pensatore. È la vera essenza del cristianesimo che opera in lui più tardi, è l’amore, è la croce, ciò che vi ha di più vitale nella religione; ciò che agisce sugli uomini, da San Paolo in qua. Molto più efficacemente dei ragionamenti filosofici e teologici, sono l’amore e la croce che lo alzano, che gli fanno comprendere la sua incoerenza passata e che trasformando lui devono comunicare una certa emozione buona anche ai lettori del libro… Chi non sa quante splendide apologie della fede si sono fatte e si possono fare, e chi non sa pure che la fede non può interamente dimostrarsi, perché altrimenti non sarebbe una grande virtù, chi non sa che non è possibile alcuna contraddizione logica fra la ragione e la fede, ma che la fede resta sempre un dono di Dio?

L’opposizione di Luisa a Franco non è legittima che in quanto riguarda il difetto di opere e si emenda. Dovevo io guastare l’effetto artistico del romanzo inserendovi un’apologia ragionata della fede?…. No: io volli che parlassero i fatti».

Tra i due protagonisti, Franco, nell’ultima parte del romanzo, ritrova una forza ed un vigore morale, di cui era privo, perché è trascinato dall’entusiasmo e dalla fede patriottica dell’epoca, che lo trasformano, lasciandolo senza una ragione valida. Luisa invece perde la sua forza a causa del bruttissimo incidente, che ha causato la morte dell’unica figlia. Accanto, le figure secondarie sono descritte, secondo l’uso del Fogazzaro, molto aderenti al vero. Una nota sulla vecchia marchesa, astuta peccatrice, capace di velare agli uomini la sua vera intimità, mostrandosi sempre fredda, di marmo e comunica il suo gelo a tutti coloro che le stanno d’intorno.

Ecco il giudizio di Benedetto Croce:

«Io non so se sia stato notato che la materia di questo romanzo ha stretta affinità con quella dei Promessi Sposi: è il medesimo contrasto dello spirito di giustizia e di ribellione con lo spirito del perdono. Il Don Rodrigo del romanzo è la vecchia marchesa Maironi, e ci sono i conti Attilli e gli Azzeccagarbugli nei personaggi che prestano il loro braccio alla marchesa. E c’è padre Cristoforo: solo che il suo fiero spirito di giustizia è migrato nel corpo di una donna, di Luisa, il suo spirito di perdono si è ammorbidito, è diventato più cavalleresco, ma meno morale, passando nel corpo di Franco Maironi. Come nei Promessi Sposi la peste, qui la disgrazia nel lago viene a mutare le situazioni e gli animi. La peccatrice marchesa ha perfino un quissimile del sogno di Don Rodrigo. E, come nei Promessi Sposi, l’intonazione è famigliare, e rende men duro e discordante il passaggio per tutte le gradazioni della realtà, dalla sublimità e dal pianto al comico e al sorriso».

Effettivamente, l’arte del Fogazzaro si ricollega direttamente con quella del Manzoni, soprattutto nel racconto preciso delle scene del romanzo e l’ultimo capitolo, che, con la morte dello zio, chiude ogni vicenda e ogni dolore.

Il ciclo aperto col «Piccolo Mondo Antico» continua con «Piccolo Mondo Moderno», pubblicato sul finire del ‘900 nei fascicoli della «Nuova Antologia».

Franco e Luisa si sono riappacificati ed hanno concepito un figlio, Piero, che incontriamo nel pieno della sua virilità. Egli è stato allevato in una piccola città del Veneto da alcuni parenti, i marchesi Scremin, di cui ha sposato l’unica figlia, Elisa, la quale si trova da circa quattro anni in manicomio. Piero è un esponente del partito clericale; eletto consigliere comunale è poi sindaco della sua città. Concentra la squisitezza di sentimento ed una vasta facoltà sognatrice, ereditati dal padre, mentre da Luisa raccoglie lo spirito critico ed indagatore uniti al grande bisogno di attività e di bene. Ricerca ovunque la giustizia e sente un profondo senso religioso, qualche volta non disgiunto da un velo di misticismo. Il romanzo racconta della passione, che Piero nutre per la separata Jeanne Desalle, la quale ama ardentemente il protagonista. Ella sente l’amore in modo sublime, percependone tutto il valore ideale, ma, quando il suo compagno vorrebbe comunicarle tutto il suo ardore, si trova a combattere con gli scrupoli di coscienza, aggravati da una triste situazione familiare, fra il sentimento religioso ed il desiderio d’amare. Egli risulta un fratello diretto di Daniele Cortis, aggravato da una situazione patologica morale. Il caso psicologico è allora al centro del racconto: la donna bellissima e l’uomo debole, vittima delle sue convinzioni e delle sue esaltazioni, dove il dissidio tra carne e spirito vedrà la vittoria di quest’ultimo. I due sono divisi anche dalle idee religiose: Piero crede ed è il capo del partito clericale; Jeanne si sente indifferente agli eventuali mai, che affliggerebbero il prossimo. Il dissidio rimane latente, perché Jeanne non lotta, ma ama e vorrebbe essere dal suo Piero, il quale non riesce a vincere le allucinazioni, che gli gravano l’anima. Quando la donna s’accorge che sta lottando vanamente, trova parole assai vere, per descrivere la sua angoscia. I due sono in treno; Jeanne già sa che non sarà amata da Piero, perché antepone il sentimento religioso al di sopra di ogni sentimento umano. Ella non combatte ma piange disperata nell’indifferenza di Pietro, che apre rumorosamente il giornale, perché gli altri viaggiatori non sentano le parole della moglie.

«Basta!».

Jeanne obbedisce e Piero, finalmente, le parla con dolcezza, poi il treno rallenta e l’uomo raccoglie il proprio bagaglio. Jeanne avrebbe desiderato che visitasse la loro casa, ma riuscì solo a strappare una promessa.

«Si lasciarono così».

Il misticismo di Piero alla fine del romanzo si vena di pazzia; come un allucinato, un visionario non sa amare, così quando la moglie morirà, immaginerà di aver ricevuto da Dio l’incarico di rinnovamento religioso e sociale da compiere nel segreto e nel silenzio:

«Nessuno lo aveva incontrato, nessuno lo aveva veduto, nessuno ne aveva udito i passi.

Se mai sia per venire il giorno in cui la occulta via dell’uomo scomparso si riveli, in cui ci si apprenda il perché di tanto mistero, solo chi lo ha chiamato alle proprie battaglie lo sa».

Si chiude qui il romanzo, che fu interpretato come l’annunzio di una nuova opera, che conterrà l’evoluzione del pensiero del Fogazzaro: proporre una riforma cattolica, politica e sociale. La religione dovrà essere modulata secondo lo spirito moderno, perché possa giustificarsi quale rifugio per l’anima. Pietro è uscito dalla vita, al fine di ascoltare la voce di Dio, che gli comanda di rinunciare alle gioie della vita per «una azione personale straordinaria da esercitare pubblicamente nella Chiesa». Egli ubbidisce a quella voce, che crede appartenga a Dio e per ciò scompare dal mondo per tre lunghi anni.

Dal suo ritorno nel mondo, inizierà il terzo romanzo: «Il santo».

Jeanne vive a Bruges col fratello e con un’amica, la cui sorella è sposa di un vecchio pensatore cattolico: Giovanni Selva. Costoro vivono a Subiaco, dove si sono legati in amicizia con un benedettino, Don Clemente, nel quale essi credono di vedere Piero Maironi. Egli, in verità, si nasconde sotto il saio dell’ortolano Benedetto e sarà Jeanne, tornata in Italia per cercare l’uomo che ama, a scoprirlo. Mentre la donna è presa da vivi sentimenti, Piero – il Santo vorrebbe ricondurla verso la grazia. E’ notte cupa, orribile, tempestosa, Jeanne è agitata ed insonne, a causa di alcune fosche visioni, che la tormentano, mentre Benedetto si è ritirato sulla montagne, al fine di vincere le tentazioni. Appena spunta l’alba, torna al monastero, per essere inviato nel paese di Jenne nella Sabina. Quando Jeanne apprende la nuova, lo raggiunge presso il Sacro Speco di Subiaco; la donna è sgomenta, così Benedetto la invita ad accomodarsi in chiesa, per parlarle delle bellezze della fede, promettendole, prima di scomparire, che quando sarà giunto il momento opportuno la chiamerà a sé. Frattanto si è sparsa la sua fama di operatore di miracoli, che ha richiamato l’intransigente autorità pontificia, la quale gli ordina di abbandonare l’abito: la persecuzione diventa feroce. Nei tormenti spirituali, una voce gl’intima di recarsi a Roma, dove lo stanno attendendo nuove lotte e persecuzioni da parte delle autorità politiche ed ecclesiastiche.  Una notte, è ricevuto dal papa, al quale confessa tutti i mali, che hanno colpito la Chiesa: la menzogna, la superbia, l’avarizia, la stasi morale. Estirpato il male, invita il Pontefice a collaborare collo Stato per la riconciliazione. Il capo della Chiesa cattolica, pur condividendo ogni affanno, dimostra la sua impotenza e, nel contempo, si muove la corte pontificia, che, d’accordo col governo romano, intende cacciarlo da Roma. Il gioco demoniaco è interrotto dall’improvvisa morte di Piero, il quale, poco prima di spirare in una casa di amici romani, vede Jeanne, che bacia il crocefisso e lo lascia morire.

La trilogia avrà un epilogo: «Leila», uscito postumo, in cui vivono gli spiriti dei personaggi, che guidano i nuovi protagonisti, conducendoli alla vittoria.

Massimo Alberti, discepolo di Piero Maironi, ama Leila, che gli resiste, poiché non crede nella sua buona fede e lo ritiene un corteggiatore di donne maritate. Leila, puro fiore, ha avuto genitori assai disgraziati. Ebbe un fidanzato, Andrea, che morì giovane, così il suocero l’accolse in casa, stabilendo che avrebbe sposato Massimo, per nominarla unica erede del suo patrimonio. La donna si oppone, ma, conoscendo, un poco alla volta, le reali intenzione del ragazzo, si trasferisce in un paese della Valsolda, dove Massimo esercita la professione di medico.

Il romanzo è un’ideale continuazione ispirativa della Trilogia, che lo ha preceduto per il dramma spirituale, che vi è sceneggiato: un aperto dissidio di anime, che, un poco alla volta, si compone e si quieta. Leila si dimostra fiera, orgogliosa, fremente, mentre Massimo è l’uomo mistico, sognatore, irresoluto. I caratteri dei due personaggi riflettono i protagonisti del precedente romanzo in situazioni diversi e con un epilogo di tutt’altra natura.

La Chiesa non lasciò tranquillo il Fogazzaro neanche dopo la sua scomparsa, perché l’Indice condannò anche il suo ultimo lavoro.

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