Giacomo Leopardi a Roma

Il 20 ottobre 1822, Leopardi scrisse al cugino Giuseppe Melchiorri, pregandolo di trovargli:

«una camera; ma la vorrei calda, luminosa e soprattutto non a tetto, o in ultimo piano. Io mangio poco, e non bevo vino: fo un pasto solo, con una piccola colazione la mattina… verrei costà  verso il mezzo novembre».

Giacomo aveva finalmente avuto dai genitori il permesso di recarsi a Roma.

Sin dal 1813, Carlo Antici, zio di Giacomo, pregò Monaldo di lasciar andare a Roma il nipote, per permettergli di distrarsi dagli studi e divagarsi. Sei anni più tardi, il Poeta avrebbe tentato di fuggire disperatamente da Recanati, ma sarebbe stato rimproverato dallo zio, riconducendolo ad obbedire alla volontà genitoriale. Nel 1822, l’Antici andò in visita a Monaldo e, resosi conto delle condizioni disgraziate dall’amato nipote, insisté con la sorella, e mamma di Giacomo, Adelaide, perché concedesse il permesso di condurlo nella Capitale.

I viaggiatori si posero in viaggio il 17 novembre; da Spoleto, Giacomo scrisse al babbo:

«Riserbo a un’altra lettera tutte le espressioni della mia vera ed eterna gratitudine verso di lei, e del mio fermo proposito di far sempre quello che io creda doverle essere di maggior piacere1».

Arrivato a Roma il 23 novembre, Giacomo scrisse alla mamma che «gl’incomodi del viaggio» non gli avevano nuociuto ma giovato, forse pensando alla conoscenza di nuove persone, la compagnia e la conversazione di uomini illustri, che – alla fine – si sarebbero rivelate assai deludenti, prostrando il Poeta nell’annosa malinconia.

Nel suo studio di Recanati, aveva immaginato e forse fantasticato sulla grandezza di Roma, il fantasma della città fatale, le stupende memorie del passato avrebbero sicuramente giovato agli uomini di cuore e d’ingegno come il Mai, il Canova, l’abate Cancellieri ed altri, che avevano lodato i suoi lavori di giovane letterato. Giacomo recò con sé le ultime sei Canzoni scritte ed altri lavori inediti o non finiti.

In casa degli zii, seppur trattato con estrema gentilezza, non si trovò bene, tantoché il 9 dicembre scrisse:

«I principii e gli elementi eterocliti ed affatto anomali di cui sono composti i loro naturali, e il disordine incredibile e inconcepibile che regna nel giornaliero di questa famiglia, non mi lascia esser con loro altro che forestiere2».

Nelle lettere indirizzate al fratello, Carlo, il Poeta confessò particolari intimi della famiglia Antici, che l’editore, per dovere di educazione, avrebbe espunto dalla pubblicazione dell’«Epistolario».

Nella solitudine, Giacomo idealizzava l’amore, con Carlo dimenticava il lato poetico, come si evidenzia in questa lettera:

«Al passeggio, in chiesa, andando per le strade non trovate una befana che vi guardi. Io ho fatto e fo molti giri per Roma in compagnia di giovani molto belli e ben vestiti: sono passato spesse volte, con loro, vicinissimo a donne giovani, le quali non hanno mai alzato gli occhi; e si vedeva manifestamente che ciò non era per modestia, ma per pienissima e abituale indifferenza e noncuranza; e tutte le donne che qui s’incontrano sono così. Trattando, e così difficile il fermare una donna in Roma come in Recanati, anzi molto di più, a cagione dell’eccessiva frivolezza e dissipatezza di queste bestie femminine, che oltre di ciò non ispirano un interesse al mondo, sono piene d’ipocrisia, non amano altro che il girare e divertirsi3».

Le donne romane, vedendolo imperfetto nel fisico, non si mostrarono punto interessate, pur rimanendo affascinate dalla profonda conoscenza ed il Leopardi era ben conscio della sua grave deficienza:

«L’uomo d’ingegno, di sentimento e di entusiasmo privo della bellezza del corpo, è verso la natura appresso a poco quello che è verso l’amata ardentissimo e sincerissimo, non corrisposto nell’amore… Egli sento subito e continuamente che quel bello, quella cosa ch’egli ammira ed ama e sente, non gli appartiene. Egli prova quello stesso dolore che si prova nel considerare o nel vedere l’amata nelle braccia di un altro o innamorata di un altro e del tutto non curante di voi. Egli sente quasi che il bello e la natura non è fatta per lui, ma per altri (e questi, cosa molto più acerba a considerare, meno degni di lui, anzi in degnissimi del godimento del bello e della natura, incapaci di sentirla e di conoscerla); e prova quello stesso disgusto e finissimo dolore di un povero affamato, che vede altri cibarsi dilicatamente, largamente e saporitamente, senza speranza nessuna di poter mai gustare altrettanto4».

Certamente la donna, sin dalla giovane età, gli apparì come una delle manifestazioni più sincere della natura, nella tragica consapevolezza che mai avrebbe potuto avvicinarsi a tale meraviglia.

Gli uomini, invece, «fanno rabbia e misericordia», ed aggiungeva «Tenete per certissimo che il più stolido Recanatese ha una maggior dose di buon senso che il più savio e più grave Romano5».

«Il Cancellieri è un coglione, un fiume di ciarle, il più noioso e disperante uomo della terra; parla di cose assurdamente frivole col massimo interesse, di cose somme con la maggiore freddezza possibile; ti affoga di complimenti e di lodi altissime, e ti fa gli uni e l’altre in modo così gelato e con tale indifferenza, che, a sentirlo, pare che l’esser uomo straordinario sia la cosa più ordinaria del mondo6».

Giudica la letteratura romana «Orrori e poi orrori. I più santi nomi profanati, le più insigni sciocchezze levate a cielo, i migliori spiriti di questo secolo calpestati come inferiori al minimo letterato di Roma,la filosofia disprezzata come studio da fanciulli; il genio e l’immaginazione e il sentimento, nomi (non dico cose, ma nomi) incogniti e forestieri ai poeti e alle poetesse di professione;l’antiquaria messa da tutti in cima del sapere umano, e considerata costantemente e universalmente come l’unico vero studio dell’uomo7».

«La bella è che non si trova un Romano il quale realmente possieda il latino o il greco; senza la perfetta cognizione delle quali lingue ben si vede che cosa mai possa essere lo studio dell’antichità. Monsignor Mai è tutt’altro da questa canaglia; è gentilissimo con tutti, compiacentissimo in parole, politico in fatti; mostra di voler soddisfare a ciascuno; e fa in ultimo il suo comodo ma quanto a me non solo non ho che lagnarmene anzi debbo dire che m’ha compiaciuto realmente in ogni mia domanda, e che mi tratta quasi con rispetto8».

La descrizione della situazione culturale romana potrebbe essere stata forzata, ma rispondeva quasi al vero, tantoché preferì non parlare a nessuno dei suoi componimenti, presentandosi come un erudito ed un grecista, essendo già conosciuto in tal veste. Pubblicò un articolo sul «Filone» dell’Aucher e sulla «Repubblica» di Cicerone, quindi le «Annotazioni all’Eusebio», che riscossero il plauso dell’erudita truppa di letterati stranieri di stanza a Roma.

«Gli stranieri, non sapendo quasi niente d’italiano non gusterebbero un… se si mostrassero le belle produzioni in questa lingua; e non proverebbero alcun interesse in un genere di studi inaccettabile per loro9».

Egli si professò un profondo estimatore dell’antichità, ammiratore entusiastico della grandezza e della gloria di Roma, eppure rimase soggiogato dagl’incomodi ed i fastidi, che derivavano dai poveri cittadini. Scrisse alla Paolina:

«La grandezza di Roma non serve ad altro che a moltiplicare le distanze ed il numero dei gradini che bisogna salire per trovare chiunque vogliate10».

E col fratello Carlo rincarava:

«Delle gran cose ch’io vedo non provo il menomo piacere, perché conosco che sono maravigliose, ma non lo sento, e t’accerto che la moltitudine e la grandezza loro m’è venuta a noia dopo il primo giorno11».

Lo stato d’animo in breve tempo divenne quello di sempre, la salute – al contrario – non lo infastidì molto, perché quell’inverno romano fu, si, rigido, ma molto più dolce rispetto a Recanati. Così, visitò biblioteche, partecipò a pranzi e conversazioni, si recò a teatro e ad assistere agli spettacoli del carnevale.

Nell’ottobre del 1822, scomparve Antonio Canova, sicché Giacomo non poté conoscerlo, dolendosene vivamente col Giordani:

«E la morte ha preso anche piacere d’uccidermi, quasi sul punto della mia mossa, alcune altre persone ch’erano qui, e che rivedendomi fuori d’ogni speranza loro e mia, si sarebbero rallegrate assai per l’affetto che mi portavano, ed io mi sarei confortato di vederle e di star con loro12».

Si riferiva alla zia Ferdinanda scomparsa nell’estate del 1822 ai bagni di Nocera, a cui Giacomo era legata grazie anche all’amicizia contratta con il figlio, Giuseppe Melchiorri, studioso ed erudito, che lo avrebbe presentato ai suoi conoscenti, tra cui l’editore De Romanis, che pubblicherà le «Effemeridi letterarie». Nel suo negozio, convenivano molti letterati romani come il Mai, il Cancellieri, il Visconti ed altrettanti stranieri, veramente illustri, come il Niebhur, allora Ministro plenipotenziario di Prussia presso la Santa Sede ed il suo segretario e successore, Carl Bunsen. Il celebre grecista ed Tiersch ed il danese Krarup conobbero Giacomo in casa del Ministro dei Paesi Bassi, Reinhold, letterato anche lui. E così avrebbe raccontato alla Paolina il codice di quegli incontri:

«Ieri fui a pranzo dal Ministro d’Olanda. La compagnia era scelta e tutta composta di forestieri. Posso dir che questa sia la prima volta che io abbia assistito a una conversazione di buon tuono, spiritosa ed elegante, e quasi paragonabile a una conversazione francese. Anche la lingua che si parlò fu francese quasi sempre. Non v’erano Italiani fuorché i miei ospiti e me, ed un Romano, che non parlò mai13».

Oltre ai pranzi letterari, il Leopardi si ritagliava spezzoni di tempo anche per divagare; il 28 gennaio 1823 scrive alla Paolina:

«In questi ultimi giorni ho fatto, e seguo a fare, una vita molto divagata».

Si recò a vedere gli spettacoli di carnevale, che si tenevano al Corso; delle opere presso il Teatro Argentina ed al Valle, lodando particolarmente il ballo:

«Una donna – scrisse a Carlo – né col canto né con altro qualunque mezzo può tanto innamorare un uomo quanto col ballo; il quale pare che comunichi alle sue forme un non so che di divino, ed al suo corpo una forza, una facoltà più che umana. Credimi che se tu vedessi una di queste ballerine in azione, ho tanto concetto de’ tuoi propositi antierotici, che ti darei per cotto al primo momento14».

Particolarmente emozionante fu la visita presso l’avello del Tasso:

«Venerdì 15 febbraio 1823 fui a visitare il sepolcro del Tasso e ci piansi. Questo è il primo e l’unico piacere che ho provato in Roma. La strada per andarvi è lunga; ma non si potrebbe anche venire dall’America per gustare il piacere delle lagrime lo spazio di due minuti? Molti provano un sentimento d’indignazione vedendo il cenere del Tasso coperto e indicato non da altro che da una pietra larga e lunga circa un palmo e mezzo, e posta in un cantuccio d’una chiesuccia. Io non vorrei in nessun modo trovar questo cenere sotto un mausoleo. Tu comprendi la gran folla di affetti che nasce dal considerare il contrasto fra la grandezza del Tasso e l’umiltà della sua sepoltura. Vicino al sepolcro del Tasso è quello del poeta Guidi, che volle giacere prope magnos Torquati cineres, come dice l’iscrizione. Fece molto male. Non mi restò per lui nemmeno un sospiro».

In cuor suo, il Poeta sperava trovare un’occupazione, che lo allontanasse da Recanati; il libraio De Romanis gli propose la traduzione di tutte le opere di Platone, ma Monaldo si oppose per la gravità e il peso del lavoro rispetto al compenso offerto.

Avrebbe desiderato emigrare, ma anche questo progetto non si compì. Ci sarebbe stata la possibilità, attraverso il cardinal Consalvi, di ottenere un impiego in Vaticano, ma a Giacomo poco importava indossare l’abito. Scartata la prelatura, chiese un impiego secolare quale cancelliere del censo, raccomandato dal Ministro di Prussia, ma la morte di Pio VII comportò la naturale caduta della Segreteria di Stato insieme alle promesse di lavoro.

Si riapriva la strada verso il «natio borgo selvaggio».

(1) GIACOMO LEOPARDI. Epistolario, vol. I, p. 359 e seg.

(2) Op. cit., p. 868 e seg.

(3) pag. 369 e seg.

(4) GIACOMO LEOPARDI. Pensieri di varia filosofia, vol. II, p. 148 – 49.

(5) GIACOMO LEOPARDI. Epistolario, vol. I, pag. 364 e seg.

(6) Op. cit., pag. 361 e seg.

(7) pag. 375 e seg.

(8) pag. 372 e seg.

(9) pag. 395 e seg.

(10) pag. 365 e seg.

(11) pag. 360 e seg.

(12) pag. 404 e seg.

(13) pag. 382 e seg.

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