Francesco Petrarca e l’erudizione

Dante Alighieri e Francesco Petrarca furono degli scrittori trecenteschi assai diversi tra loro. L’Alighieri, colle sue opere immortali, aprì una nuova era, pur restando d’origine medievale e mostrandosi un partigiano fierissimo della parte Guelfa; invocò un Impero medievale, che difese servendosi delle conclusioni della Scolastica, che informerà anche la «Divina Commedia».

Francesco Petrarca non parteggiò per i Guelfi o per i Ghibellini; dimostrò un genio poetico forse meno attraente del Dante, pur presentandosi quasi come primo uomo moderno, completamente dimentico delle origini medievali. Studiò profondamente gli scrittori latini, imitando il loro stile, al fine di far rinascere la loro cultura, le loro idee e la loro politica.

Marco Tullio Cicerone (103 – 46 a. C.)

Fin dai primi esperimenti letterari, il Petrarca preferì Cicerone e Virgilio alla Scolastica; cercò i codici antichi, di cui formò una preziosa raccolta; copiò opere di autori sconosciuti e soprattutto del suo modello primario, Cicerone, di cui manierò l’eloquenza soprattutto nelle epistole, che rivestiranno un’importanza storica e letteraria. Il Petrarca v’impresse nozioni di storia, archeologia, filosofia, tantoché formarono un manuale enciclopedico, ponendo quindi un nuovo genere letterario.  L’impostazione formale e contenutistica delle epistole risulta piuttosto inelegante, seppur superiore a Dante, certamente imparagonabile cogli altrettanti lavori del Poliziano o del Sannazzaro. L’innovazione stilistica è colta nella nuova eleganza classica, spezzando la retriva distribuzione medievale. Cerca l’eterno nel mondo e non si vergogna a manifestare con chiarezza uno smodato amore per la gloria, che ispirerebbe l’eloquenza, le imprese grandi, le virtù. L’8 aprile 1341, ricevette la corona poetica in Campidoglio, che dedicò agli uomini, per eccitarli alla virtù. Con le sue opere, spinge e trascina con sé i contemporanei ed i posteri verso il mondo reale.

Publio Virgilio Marone (70 – 19 a. C.)

Viaggiò assai: a Parigi, per sincerarsi della bellezza della città; girò nei dintorni di Napoli, per rintracciare i luoghi descritti dall’«Eneide», annotando ogni coincidenza. Mentre Virgilio era stata la guida per Dante nel viaggio dell’Oltre; per Petrarca, è la guida per lo studio della natura, soprattutto nella descrizione dello sconvolgimento degli Elementi, che annota puntigliosamente, abbandonando il misticismo medievale. Nelle descrizioni, egli colorò, disegnò il vero, rappresentando il vero senza veruno scopo.

Nel V Libro delle «Lettere familiari», così descrive Francesco Roberto d’Ungheria:

«Piccolo; calvo; rubicondo; gambe gonfie; marcio pei vizi; curvo sul suo bastone per ipocrisia e non per vecchiezza; avvolto in un lurido saio, che lascia scoperta metà della persona, per far pompa d’una mentita povertà, percorre silenzio sola reggia in aria di comando, sprezzando tutti, calpestando la giustizia, contaminando ogni cosa. Quasi nuovo Tifi o Palinuro, egli regge in mezzo alla tempesta il timone di questa nave che dovrà presto affondare».

E’ un profilo evidente e parlante.

Spesso egli usava dotte citazioni classiche, reminiscenze dell’antichità, per porre maggior contrasto tra il racconto della modernità colla memoria del passato. Esaltò l’amicizia, prodigando a tutti tesori d’affetto nell’arco dell’esercizio letterario.

Il Canzoniere

Visse un amore poco sincero per Laura (infatti amò realmente un’altra donna, che rese madre), cui immortalò i versi del «Canzoniere», luogo per la più fine analisi del cuore, in una lingua in cui i pensieri traspaiono, perforando delicatamente la forma antiquata, per riverberarsi in una lingua molto più moderna di alcuni autori cinquecenteschi. I suoi versi sono frutto della passione, che erompevano dal petto per una Laura viva, reale, di carne, la quale attraverso il suo sguardo voluttuoso affascina il Poeta, che vive nella sua carne questa passione.

Cola di Rienzo (1313 – 1354)

In politica, giocò il suo carattere estremamente variabile; fu amico dei Colonna, cui riconobbe il merito della sua fortuna letteraria, abbandonandoli nel momento del bisogno, trasformandosi in una aedo delle gesta violente di Cola di Rienzo anche contro la famiglia, che tanto lo aveva sostenuto. Nel III volume delle Epistole, scrisse:

«Verso di essi [i nobili] ogni severità è pia, ogni misericordia inumana. Inseguili con le armi in mano, quando anche tu dovessi raggiungerli nell’inferno».

Negli stessi giorni, scrisse al cardinale Colonna, incoraggiandolo:

«Se la casa ha perduto alcune colonne, che monta? Resta sempre con te un saldo fondamento. Giulio Cesare era solo e bastò».

Eppure le tante contraddizioni non figurarono quale espressione di una profonda passione politica, ma mezzo dell’esercizio letterario.

L’Italia, unita nel nome dello Stato italiano moderno, era spesso confusa coll’antica Roma, che avrebbe voluto restaurare; ed il suo nobile ritorno al passato apre inaspettatamente la via nuova dell’avvenire, grazie alla sua continua ispirazione letteraria.

Aristotele (384 – 322 a. C.)

Egli rivolse le accuse alla scolastica, all’alchimia, all’astrologia e contro l’autorità di Aristotele, idolo del medio evo; contestò la giurisprudenza, la medicina, la filosofia, scienze imperfette dai risultati imperfetti. Egli non combatté, per imporre un metodo nuovo, ma nel nome della bella forma e della vera eloquenza, che non ritrova nelle suddette scienze. Non amò le brutte traduzione delle opere di Aristotele, il barbaro linguaggio usato dagli scolastici.

Il Rinascimento è una rivoluzione nello spirito umano e nella cultura dallo studio della forma, ispirata dai classici antichi, per arrivare poi alla sostanza, la quale si manifesta, per la prima volta, nel Petrarca erudito, profeta del secolo che verrà.

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