Gian Lorenzo Bernini nella Roma di papa Alessandro VII

Nel 1713, si pubblicò la biografia «Vita del cavalier Giovanni Lorenzo Bernino descritta da suo figlio» dedicata al cardinal Lodovico Pico della Mirandola a spese di Rocco Bernabò.

Papa Alessandro VII (1599 – 1667)

Nel Quinto Capitolo, il biografo parla della vita dell’illustre babbo, regnante Papa Alessandro VII, che, tra i primi atti, confermò intatta la stima dei suoi predecessori, confermando lo Scultore nel ruolo di «Architetto della Camera». Nella consuetudine di certe consolidate abitudini, il nuovo Pontefice «volle, che assistesse alla sua Tavola in compagnia di altri qualificati personaggi, che con virtuosi discorsi empievano l’orecchia allora del Principe – il quale si espresse nel seguente modo a proposito dell’illustre artista -: “Rimaner stupito come a sola forza d’ingegno, potesse in qualunque materia di discorso giungere, dove altri con lungo studio appena erano pervenuti”».

Una volta accadde che al Pontefice fossero stati presentati alcuni disegni e ritratti eseguiti dai «più insigni professori di Roma in rappresentazione di lui, chi in profilo, chi di faccia, chi a sedere, chi in piedi. Erano soliti di assistere, e far corona al Principe in quell’hora i maggiori virtuosi di Roma, de’ cui discorsi egli si pasceva in divertimento non men nobile, che dilettevole delle sue cure. Fra essi sempre vi erano il Cardinal Sforza Pallavicini, e ‘l nostro Cavalier Bernini. Hor’alla comparsa de’ sopranominati ritratti ciascun dicendo la sua opinione di qual più simile paresse all’Originale, che era quivi presente, sopravenne a caso una mosca su la Tavola del Papa, e in appena vederla:Questa – disse il Bernini – è più simile al Papa nel più forte, e nel più bello, che ogni qualunque muto ritratto di virtuosissimo Pittore. Alessandro, e ‘l Pallavicini, che penetrarono subbito il profondo senso del Cavaliere, applaudirono incontanente al suo detto, e nobilissimi furono gl’insegnamenti di Filosofia, che in lungo discorso quindi dedusse il Cardinale, dimostrando la uniformità del moto, l’attitudine delle parti, la proporzione delle operazioni, e la sensibilità degli organi esterni, ed interni, co’ quali negli occulti principii molto più si assomigliava quel vivente animaluccio a quel vivo monarca, che ogni qualunque insensata tela di ben disposti, ma morti colori». Il Pontefice gradì il commento, tanto da introdurre in seguito ragionamenti ben lontani dall’arte e condividendone con il Bernini opinioni e divagazioni, apprezzandone l’eloquenza e raffinatezza intellettuale. Il più che benevolo giudizio era condiviso, chiaramente, dai cortigiani pontifici ed in particolar modo dal cardinale Sforza Pallavicini, «onde un giorno entrando il Cavaliere nelle stanze di lui, nelle quali, come che esso se ne dilettava, esalava in gran copia fumo, ed odore di preziose droghe, graziosamente disse: “Signor Cardinale mi pare di entrare nelle selve dell’Arabia”. Rispose subbito il Cardinale: ”Si, che vi è giunta la fenice degl’ingegni”».

Anche in casa, il Bernini spesso ospitava appassionati cultori della sua arte ed abili conversatori, desiderosi d’intrattenersi nelle speculazioni intellettuali. Al fine di non disturbarlo nell’opera di modellare i soggetti scolpiti, il Papa spesso comunicava col Bernini attraverso dei biglietti, i quali «ha diligentemente raccolti l’Autore di quello libro, e con altre molte lettere originali inviate al Cavaliere da’ Re, Regine, e primi potentati di Europa, ne ha formato un piccolo volume, che si conserva, presentemente in testimonianza del vero fra i manoscritti della Libraria di Casa Bernini».

Durante il periodo autunnale, il Pontefice soleva trascorrere dei giorni di riposo presso la Casa di Castel Gandolfo, dove allo Scultore erano riservate delle stanze del Palazzo.

Cardinale Pietro Ottoboni (1667 – 1740)

Il cardinale Rinaldo D’Este lo accoglieva presso la sua famosa villa di Tivoli; il cardinale Antonio Barberini lo considerava tra i preferiti conversatori; il cardinale Pietro Ottoboni, futuro Alessandro VIII lo apprezzava quale «Huomo raro, e degno della conversazione de’ gran Principi».

Il Santo Padre aveva in mente dei perfezionamenti da operare all’interno della Basilica di San Pietro ed in quelli dello Stato pontificio.

«La prima dunque con cui volle il Papa render maggiormente celebre il suo Pontificato, fu il gran Portico di S. Pietro, opera che fra le antiche poche ne ha pari, fra le moderne nissuna, e che difficilmente può essere uguagliata dalle future». Il Bernini realizzò, in cinque anni di lavoro, un porticato di travertino sostenuto da quattrocento colonne di quattro ordini con un ricco architrave, infine delle statue dei martiri a grandezza maggiore del naturale.

Il Papa chiese al Bernini di arricchire la Scala regia, che separava S. Pietro dalla Sala Regia e dalla cappella di Paolo III.

«Ma benché apparisse l’opera a prima vista di poca considerazione, si rese tanto faticosa al Cavaliere, che fu poi solito dire: essere stata questa la più ardita operazione, ch’egli havesse mai fatta, e che se prima di mettersela a fare l’havesse trovata scritta d’alcun’altro, non l’haverebbe creduta».

Reggendosi la Cappella paolina e la Sala regia, sopra i muri della Scala, sostenne con dei puntelli i due edifici, per costruire una volta, su cui appoggiarli, mentre ricostruì dal principio la Scala, sempre più stretta verso l’alto, calata su due ordini di colonne «tirate a linea dritta», che la rendessero «nel mezzo di ugual proporzione, e larghezza, e nel medesimo tempo vengono a fortificare, e far fianco alla volta».

Cristina di Svezia (1626 – 1689)

Roma riceveva la visita della «misteriosa» Cristina di Svezia, che, convertita al cattolicesimo aveva rinunciato al trono, per stabilire nella Città eterna la sua residenza. Ella conosceva la fama del Bernini, il quale – come sappiamo – era solito aggirarsi nei Sacri palazzi; desiderava sommamente incontrarlo e, dal momento che lo Scultore era avvezzo alla frequentazione degli ambienti pontifici, fu avvicinato dalla nobildonna, per invitarlo la sera stessa presso i suoi appartamenti.

Iniziò così un’amicizia, che sarebbe durata oltre vent’anni.

Il Bernini ricevette l’incarico papale di perfezionare il colosso dell’imperatore Costantino a cavallo, ispirato alla celebre battaglia di Ponte Milvio, destinato all’inizio della Scala regia.

«Seppelo la Regina, ed un giorno, mentre meno il Cavaliere si aspettava l’honore di quella visita, con numeroso corteggio venne a trovarlo a sua casa». Lo Scultore fu assai sorpreso dell’inaspettata visita che si presentò nei consueti abiti di lavoro, tanto da scusarsi coll’illustre ospite, la quale disse: «Non haver abito più decoroso per ricevere una Regina, che pretende visitare un virtuoso, che quello grossolano, e rozzo, che era proprio di quella virtù, che tale appresso il mondo lo rendeva».

Anche il Pontefice, seguito dalla corte, fece visita in casa del Bernini.

«Nell’uscir quindi incontrassi il Pontefice nella moglie del Cavaliere, che genuflessa in mezzo a due suoi piccoli figliuoli, cioè Francesco, e quello che queste cose descrive, attendeva ossequiosamente la benedizione in passando dal Pontefice, che doppo poche parole dettele in estimazione, e laude del Cavaliere, richiesela chi fosser que due piccioli puttini, che genuflessi ancor essi le stavano a lati. E rispostogli, due suoi figliuoletti, il Papa allora rivoltatosi al più piccolo, ch’era in età di sei anni, con disinvoltura familiare da Principe, disse a lui: “Chi di voi due è il più tristo?” Domenico, che tale è il nome di quello a cui fu indirizzata la richiesta, parte preoccupato dalla maestà in solita di quella visita, e parte atterrito dal sospetto della non preveduta domanda, dubitando mal di sé, se il suo maggior fratello havesse prevenuta la risposta, con sollecitudine insieme, e con timore ripigliò subito: “Checco, Signor Papa”, e in così dire restò immobile d’occhio, attendendo l’esito della sua pubblicata discolpa. Ma fu egli più fortunato di quanto divisossi: poiché sorridendo Alessandro alla pueril prontezza del figliuolo prese dalle mani di Giacomo Filippo Nini, suo maggiordomo, una collana d’oro di cinquecento scudi in valore, che di ordine del Papa già teneva preparata sotto la mantelletta, e posela al collo di Domenico, dicendogli: “A voi si conviene il premio, che siete il più buono”. E questa collana si conserva presentemente in casa Bernini per memoria del fatto, e in attestato di magnificenza del Pontefice».

Santa Maria Maddalena
San Girolamo

Una seconda visita fu compiuta dal Papa, col seguito appresso, quando il Bernini compose la statua di S. Girolamo e di S. Maria Maddalena «più grandi del naturale», destinate alla Cattedrale di Siena.

Lo Scultore fu ulteriormente incaricato di restaurare la Cappella della famiglia Chigi in S. Maria del Popolo ed abbellirla con due statue: Habacuc e Daniele tra i leoni. Si dedicò poi alle decorazione della Porta del Popolo, da cui ideò le tre vie, che si dipanano, oltre che alla cupola di S. Nicola in Castel Gandolfo, la chiesa dell’Ariccia e del Quirinale, sede del Pontefice.

Un giorno, «lo scrivente entrò nella chiesa di S. Andrea al Quirinale, e ritrovato riavendo in un angolo di essa ritirato il Cavaliere suo Padre, che in atto di compiacenza vagheggiava con gli occhi tutte le parti di quel piccolo tempio, ossequiosamente gli domanda che facesse così solo, e cheto e che gli rispondesse il Cavaliere: “Figlio, di questa sola Opera di architettura io sento qualche particolar compiacenza nel fondo del mio cuore, e spesso per sollievo delle mie fatiche io qui mi porto a consolarmi col mio lavoro”».

Passando per Piazza Navona, «dispettosamente chiudette le bandinelle della Carrozza, per non rimirarne la fonte, e dicesse: “Oh quanto mi vergogno di haver operato così male”».

A maggiore gloria di Dio ed all’edificazione dei fedeli, il Papa ordinò che la sedia, dove si sarebbe assiso Pietro, fosse collocata in un corretto spazio architettonico, che ne glorificasse l’origine.

«Perloché ne accennò l’intenzione al Bernini, ed a questi subito sovvenne di nuovo l’altre volte riferito vaticinio di Annibale Caracci, di empire la testata di quel gran Tempio con una qualche ricca, e maestosa mole. Né tardò a metterne in carta il disegno, che così nobile gli venne tirato che non poté non gradire al sublime intendimento di Alessandro. Voleva in esso, che i quattro Dottori della Chiesa, cioè i due Greci Gregorio Nazianzeno e Athanasio, ed i due Latini Agostino e Ambrogio in figura due volte più grandi del naturale, tutti di bronzo, sostenessero in atto di venerazione una gran cathedra di somigliante materia, sopra la quale si aprisse maestosamente la gloria del Paradiso con quantità di Angeli, che tra loro framischiati, e con vago ordine confusi, si mostrano riverenti, ed ossequiosi a quella preziosa reliquia. E perché nel mezzo di quella Gloria sarebbe necessariamente caduto il vano di una gran finestra, egli convertendo quel difetto in suo vantaggio, fece che ne’ vetri di essa, come in luogo di luce inaccessibile, apparisse lo Spirito Santo in sembianza di colomba, che da compimento a tutta l’Opera».

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