«Canzone dell’appartenenza» di Giorgio Gaber

La canzone appartiene al cd «Un’idiozia conquistata a fatica» del 1997.

L’appartenenza

non è lo sforzo di un civile stare insieme

non è il conforto di un normale voler bene

l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé.

L’appartenenza

non è un insieme casuale di persone

non è il consenso a un’apparente aggregazione

l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé.

Uomini

uomini del mio passato

che avete la misura del dovere

e il senso collettivo dell’amore

io non pretendo di sembrarvi amico

mi piace immaginare

la forza di un culto così antico

e questa strada non sarebbe disperata

se in ogni uomo ci fosse un po’ della mia vita

ma piano piano il mio destino

è andare sempre più verso me stesso

e non trovar nessuno.

L’appartenenza

non è lo sforzo di un civile stare insieme

non è il conforto di un normale voler bene

l’appartenenza

è avere gli altri dentro di sé.

L’appartenenza

è assai di più della salvezza personale

è la speranza di ogni uomo che sta male

e non gli basta esser civile.

E’ quel vigore che si sente se fai parte di qualcosa

che in sé travolge ogni egoismo personale

con quell’aria più vitale che è davvero contagiosa.

Uomini

uomini del mio presente

non mi consola l’abitudine

a questa mia forzata solitudine

io non pretendo il mondo intero

vorrei soltanto un luogo un posto più sincero

dove magari un giorno molto presto

io finalmente possa dire questo è il mio posto

dove rinasca non so come e quando

il senso di uno sforzo collettivo per ritrovare il mondo.

L’appartenenza

non è un insieme casuale di persone

non è il consenso a un’apparente aggregazione

l’appartenenza

è avere gli altri dentro di sé.

L’appartenenza

è un’esigenza che si avverte a poco a poco

si fa più forte alla presenza di un nemico, di un obiettivo o di uno scopo

è quella forza che prepara al grande salto decisivo

che ferma i fiumi, sposta i monti con lo slancio di quei magici momenti

in cui ti senti ancora vivo.

Sarei certo di cambiare la mia vita se potessi cominciare a dire noi.

In questo testo così attuale ed adatto alla nostra contemporaneità, Gaber esprime il concetto dell’appartenere, che non dovrebbe essere esercitato nello sforzo di esser qualcosa, ma semplicemente nel sentire un moto liberatorio interiore. Assemblando persone di eterogenee, oppure unite da un unico consenso non esprimerebbero l’appartenenza.

Forse in un passato mitico, si coltivarono e si provarono le regole del vivere sociale, del viver civile, dello scambio d’opinioni per il proprio e l’altrui perfezionamento. Ed è a quei uomini mitici, che dovremmo risolverci, attraverso quella forza così atavica, trovare pezzi di umanità nel cammino disperato verso se stessi, dove troveremmo solo l’io.

L’appartenenza toglierebbe l’alienazione della solitudine disumanizzante dell’uomo civile ma terribilmente disassociato, perché la sua vita è priva di quell’aria nuova e fresca, che sembrerebbe legare ogni aspetto davvero di appartenere all’umana famiglia.

La solitudine, derivata dalla mancanza di empatia, è un peso; così se tutti si sforzassero a sentirsi parte del tutto, forse si potrebbe costruire una società migliore.

Una vita decisamente separata dagli uomini, consapevoli solo del proprio stupido egoismo, incapaci di pensare ad uno plurale: ecco il dramma di questa società.

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