«Cerco un gesto, un gesto naturale» di Giorgio Gaber

Il brano è tratto dal disco «Far finta di essere sani» (1973).

Mi guardo dal di fuori come fossimo due persone

osservo la mia mano che si muove, la sua decisione

da fuori vedo chiaro, quel gesto non è vero

e sento che in quel movimento io non c’ero.

A volte mi soffermo e guardo il fumo di una sigaretta

la bocca resta aperta, forse troppo, poi si chiude in fretta

si vede chiaramente che cerco un’espressione

che distacco, che fatica questa mia finzione.

Cerco un gesto, un gesto naturale

per essere sicuro che questo corpo è mio

cerco un gesto, un gesto naturale

intero come il nostro Io.

E invece non so niente, sono a pezzi, non so più chi sono

capisco solo che continuamente io mi condiziono

devi essere come un uomo, come un santo, come un dio

per me ci sono sempre i come e non ci sono io.

Per tutte quelle cose buone che non ho ammazzato

chissà nella mia vita quante maschere ho costruito

queste maschere ormai sono una cosa mia

che dolore, che fatica buttarle via.

Cerco un gesto, un gesto naturale

per essere sicuro che questo corpo è mio

cerco un gesto, un gesto naturale

intero come il nostro Io.

Va in scena lo sdoppiamento; l’essere e il non essere, l’A ed il B, il duale quale divisione dell’unità. Sarebbe possibile? Sembrerebbe proprio di si, al giorno d’oggi. La mano accenna un movimento distratto; tanto distratto, che non sembra appartenga a chi la muove.

Così mentre si fuma, una bruttissima abitudine, che, col tempo, diventa assai naturale, quasi parte integrante dell’espressione della propria personalità, il fumatore osserva, scoprendo quanta finzione in quella ricerca, quasi ostinata, di un’espressione innaturale, non identificata, robotica.

Il desiderio, la necessità di rintracciare nei gesti, che sono norma della quotidianità, risulta così lontano dall’identificazione, come se la parte B si sia ormai, definitivamente distaccata dalla parte A, da non essere più riconosciuta quale generata.

Lo stordimento dal non riconoscersi nel comportamento, troppo condizionato da certa invadenza televisiva, getta l’uomo nello sconforto, perché dovrebbe modellarsi attorno a prototipi disumanizzati, senza identità, membri della società di massa.

Col passar del tempo, colle consuetudini di ripetere tutti le medesime parole, i medesimi gesti, indossando gli stessi abiti e portando lunghe, lugubri barbe, l’individuo si adegua. E così queste maschere, queste finzioni, in fondo,orpelli dell’io, diventano identificanti, sicché buttarle via, sarebbe come buttar via parte di se stessi.

E allora l’Io, dov’è?

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