Gian Lorenzo Bernini alla corte di Luigi XIV

Nel 1713, si pubblicò la biografia «Vita del cavalier Giovanni Lorenzo Bernino descritta da suo figlio» dedicata al cardinal Lodovico Pico della Mirandola a spese di Rocco Bernabò.

Nel Capitolo XVI, l’autore descrisse i rapporti tra il celebre Babbo colla corte di Francia di Luigi XIV.

Luigi XIII (1601 – 1643)

L’arte del Bernini fu combattuta tra le maggiori potenze straniere, tra cui la Francia di Luigi XIII, che aveva reclamato a gran voce la presenza dello Scultore. Alla morte del Re, il cardinal Mazzarino, primo ministro, insistette presso la Santa Sede, che non concesse il permesso necessario, perché il Bernini si avviasse verso Parigi.

«Onde per levarlo da Roma non si volle meno, che una guerra, che tenne per tre anni agitata, e sconvolta tutta l’Italia . Succede dunque in Roma un tumulto (1662) casuale tra i soldati Corsi, e la famiglia del Duca di Creqûi, ambasciadore in Roma del re di Francia, e perché portò la disgrazia, che qualche francese in quella fazzione rimanesse morto, l’Ambasciadore oltre al risentimento, che in Roma ne fece, tante doglianze, e sospetti portò alle orecchie del Re, che finalmente accese contro il Papa l’animo per altro christianissimo di quel Monarca».

Alessandro VII (1599 – 1667)

Nel 1664, si tenne a Pisa il convegno di pace tra i cobelligeranti. Bernini ottenne da Alessandro VII la licenza di trasferirsi a Parigi per tre mesi col nuovo ambasciatore, il cardinale Flavio Chigi, nipote del Papa. La venuta dello Scultore in Parigi fu accelerata da una lettera del Marchese Colbert, in cui si chiedeva il concorso nel disegno per il Palazzo del Louvre.

«Signor Cavaliere, le rare produzioni del vostro spirito, che vi fanno ammirare da tutto il Mondo, e delle quali il mio Padrone ha una perfetta cognizione non saprebbono permettergli di finire il suo superbo e magnifico Palazzo del Louvre, senza haverne esposti i disegni agli occhi di un huomo così eccellente come voi per riceverne il suo parere. Questo è che l’ha portato a commandarmi di scrivervi queste righe per pregarvi istantemente da sua parte di dar qualche hora di quelle che voi impiegate con tanto di gloria nell’abbellimento della prima città del mondo, a veder le piante, che vi saranno presentate dal Signor Abate Elpidio Benedetti, sopra le quali S. M. spera che non solamente voi gli farete sapere i vostri sentimenti, ma ancora che voi vorrete mettere bene in carta qualcuno di quegli ammirabili pensieri, che vi sono così famigliari, e de’ quali havete dato tante prove. E come ella desidera che voi diate una intiera credenza a tutto quello che il detto Sig. Abate vi dirà da sua parte sopra questo soggetto, troviate buono se vi piacesse io me ne rimetta per il dì più alla sua viva voce, e che vi assicuri per queste poche righe, che io sono veramente .

Vo.tro Hum.mo et  Oss.mo  Ser.re

Colbert»

Questa lettera giunse a Roma, mentre i rapporti tra lo Stato pontificio ed il Regno di Francia denunciavano delle frizioni, mentre il Bernini era ancora intento alla Cattedra. Ottenuta licenza dal Pontefice, progettò «un edifizio così nobile, che potea ben dirsi habitazione di un de’ maggiori monarchi del nostro secolo». Il Colbert lo mostrò a Sua Maestà, che si dichiarò entusiasta, tanto da destinare all’insigne artista «un ricchissimo gioiello di quaranta diamanti col suo ritratto in mezzo, di otto mila scudi di valore», accompagnato dalla seguente lettera:

«Sig. Cavaliere. io non havevo stimato di dovervi scrivere circa il superbo disegno da voi inviatomi del Palazzo del Louvre, finché il Re havesse curiosamente esaminato, e S. M. dichiaratone il suo parere. E perché da poco in qua ella è lasciata intendere qualmente la bellezza della vostra imaginazione corrispondeva perfettamente a quella grande, et universale riputazione vostra. Io crederei far torto al giudizio di un sì gran Principe, et anche a Voi stesso, se io non ve ne dessi ragguaglio. Questo mi ha mosso scrivervi la presente, et anche per dirvi, come havendolo fatto vedere al Sig. Cardinal Chigi nella sua Legazione, e parimente le osservazioni fattevi da me di ordine regio, S. E. si è presa l’assunto di parlarvene al suo ritorno a Roma, ed anche eccitarvi ad una nuova fatica sopra un opera così grande. Mi rimetterò dunque, se vi piace, alla conferenza, che ne haverà S. E. con Voi, e tanto resto con una stima sincerassima. Vincennes 3 ottobre 1664

Umilis.mo et Affetio.mo Servi.re

Colbert»

La lettera fu inviata al Bernini, quando il cardinal Chigi era ancora legato pontificio in Parigi. Quando il Re ebbe la certezza dell’imminente partenza dello Scultore per Parigi, spedì la seguente lettera a Pontefice, Alessandro VII.

«Lettera del Re Christianissimo al Papa.

Santissimo Padre. Havendo già ricevuto da V. S.tà  due disegni per il mio edificio del Louvre da una manotanto celebre, come è quella del Cavalier Bernini, dovreipiù tosto pensare a ringraziarla di questa grazia,che a domandargliene altre di nuovo. Ma siccome sitratta di un edificio, che da più secoli è la principalehabitazione dei Re più zelanti per la Santa Sede, chesiano in tutta la Christianità, così credo poter ricorrerea V. S. con ogni confidenza. La supplico, se il suo servizio glielo permette, di commandare al detto Cavaliere che venga a fare un giro di qua per finire il suo lavoro.Non potrebbe V. S. concedermi maggior favore nella presente congiuntura, ed Io aggiungerò che in tutti i tempi non ne potrebbe fare a nissuno, che sia con più venerazione, nè più cordialmente che Io. Parigi 18 Aprile 1665.

S.S. Padre

Vos.ro Devotiss.mo Figliuolo

Luigi»

Ne indirizzò un’altra al cardinal Chigi:

«Lettera del Re Christianissimo al Cardinal Chigi.

Mio Cugino. Ho preso la confidenza di scrivere a S. S. per ringraziarla dei Disegni che il Cavalier Bernini ha fatto per il mio edificio del Louvre, e per supplicarlo ancora a volergli commandare, che venga a fare un giro in questo luogo per finire il suo lavoro, come spero che S. S. vorrà compiacersi di dar quest’ordine. Ho mandato queste mie Lettere anticipatamente, acciocché entrando nel mio Regno il Cavalier Bernini, cominci a ricevere delle prove della considerazione, che Io fo del suo merito, per il modo col quale sarà trattato. Con tanta grazia mi ha obbligato in quanto a questi disegni, che Io non posso promettermi altro dalla continuazione de’ vostri buoni uffici appresso S. S. che l’esito delle mie preghiere. Ve lo raccomando istantemente, e di più mi confermo che conservo sempre per la vostra persona tutto l’affetto e la stima, che Voi potete desiderare, pregando Iddio che vi voglia ajutare. Parigi 19 Aprile 1665.

Mio Cugino

Luigi»

Infine, una terza ed ultima lettera fu inviata al Bernini.

«Lettera del Re Christianissimo al Cavalier Bernini.

Sig. Cavalier Bernini. Io so una stima così particolare del vostro merito, che Io ho desiderio grande di vedere, e di conoscere più da vicino un Personaggio così illustre, purché il mio pensiere sia compatibile col servitio del nostro Santissimo Padre, e con la votra propria commodità. Questo mi muove di spedire questo Corriere straordinario a Roma per invitarvi a darmi la sodisfatione d’intraprendere il viaggio di Francia nell’occasione favorevole del ritorno di mio Cugino il Duca di Crequì mio Ambasciadore straordinario, il quale vi spiegherà più minutamente l’urgente causa, che mi fa desiderare di vedervi, e discorrere con voi sopra li belli disegni, che mi havete mandati per la fabbrica del Louvre, e nel rimanente rimettendomi a quanto detto mio Cugino vi farà intendere delle mie buone intensioni, prego Iddio, che vi habbia, Sig. Cavalier Bernini, in sua santa custodia. Parigi 11 Aprile 1665.

Luigi

De Lionne».

L’ambasciatore francese presso la Santa Sede, il duca di Crequì consegnò le missive personalmente ai destinatari. Il Bernini sentì l’importanza del delicato incarico, che avrebbe potuto portarlo «a cogliere i frutti delle sue mai interrotte fatiche nel conseguimento del grand’honore», ma, nello stesso tempo, fu preso da dubbi per «gl’imminenti pericoli di un lunghissimo viaggio, al quale ei si esponeva in grave età di sessantasette anni». Pensò allora di consigliarsi con il Generale della Compagnia di Gesù, Padre Giovanni Paolo Oliva, che lo spronò ad intraprendere con coraggio la nuova impresa, secondo gli ordini precedentemente ricevuti dal cardinale Antonio Barberini.

Portò quindi i suoi saluti al Papa, che lo accolse «con una tenerezza così viva di affetto, che ben in quell’atto poté comprendersi quanta stima facesse di quell’Huomo, e con quanta gelosia l’imprestasse, per così dire, al Re per que’ soli tre mesi».

Il 29 aprile 1665 iniziò il viaggio per Parigi, in compagnia del secondogenito, Paolo, diciottenne, il cavalier Mattia de Rossi e Giulio Cartari, suoi allievi; Cosimo Scarlatti, Maestro di casa e tre persone della sua famiglia. In pochi giorni, la comitiva giunse a Siena, dove fu ricevuta dal Principe Mario Chigi, fratello del Papa.

Ancor prima che arrivassero in Firenze, fu ricevuta da Gabriello Riccardi, marchese di Rivalta, maggiordomo maggior di Ferdinando, Granduca di Toscana, perché fosse condotta nel palazzo ducale, «con trattamenti alla grande per que’ tre giorni, che fu necessitato fermarvisi».

Carlo Emanuele, Duca di Savoia lo condusse nella sua carrozza per la città di Torino, tra «dimostrazioni di giubilo»

 «Entrato dunque nel Regno di Francia comparve ad incontrarlo il Magistrato di Ponte Buonvicino, ed uno di essi salutollo d’ordine del Re con una elegantissima orazione, un altro presentogli sopra un bacile chiavi di quel Luogo, il terzo offerigli un suntuosissimo regalo. E questa sorte di honori ricevé poi in tutte le altre Città di quel fortunatissimo Regno».

In Lione, ricevette le dimostrazioni di stima e di affetto più sontuose, poiché «fu incontrato a quattro miglia fuori della città da Compagni intiere, divise ciascuna d’esse dalle loro proprie insegne di quella scienza o arte, che professavano, altre a cavallo, altre a piedi, e tutte separatamente lo salutarono con breve, ma ingegnosa Orazione, e con acclamazione di tutte fu accompagnato al Palazzo destinato all’alloggio».

Dopo qualche giorno di riposo, caratterizzati da ricevimenti e visite da parte della nobiltà, che lo omaggiarono ed imbarazzarono il Bernini di  «dubitare di potere adequatamente corrispondere alla grandezza del concetto, in cui conosco, che il Re mi tiene», tre giorni prima di arrivare a Parigi, trovò la lettiga regale e Monsignor Carlo Roberti, Nunzio apostolico e seguito, lo condusse presso il palazzo del Louvre, dove avrebbe alloggiato. Il Bernini ricevette la visita del Colbert, che gli rivelò l’impazienza del Re di poterlo ricevere il giorno seguente presso il palazzo reale in Saint-Germain-des-Prés. Entrato nell’anticamera, «furono gli honori, che gli fecero que’ Grandi, uguali alla stima, amore, e concetto, con cui egli era stato colà ricevuto. Il Re non potendo patir l’indugio di vederlo, affacciossi quanto sol colla testa ad una portiera, e cogli occhi andò cercando fra la moltitudine di que’ Cavalieri, ove fosse e quale fosse il Bernini. Ma quelli, che avvisato da quel piccolo movimento dell’accennata portiera là cogli occhi ancor ei era corso, subbito disse: “Quegli è il Re”». La sorpresa dei convenuti fu generale, che il Bernini soddisfece dichiarando di aver riconosciuto S. M. dalla «Maestà tale […] che di un gran Re esser non potea».

S’intrattenne a colloquio con Luigi XIV per mezz’ora, che si protestò devoto all’arte dello Scultore, mostrando pubblica attestazione a tutta la nobiltà presente, alla quale disse: «”Io trovo il Cavalier Bernini maggiore di quello che mi era stato figurato, e ch’io credevo”. Onde diede ordine al Marchese de Colbert, che gli assegnasse un appartamento nel medesimo palazzo a S. Germano, per quando ei vi si fosse portato, e che in Parigi nel Palazzo del Louvre, dove doveva essere la sua dimora, fosse servito alla grande».

Ritornò quindi a Parigi, dove si sarebbe trattenuto per diversi giorni al Louvre, quindi si trasferì presso il Palazzo Mazzarino, al fine di evitare le visite di cortesia, cui doveva rispondere. Il Bernini s’impegnò nella realizzazione del disegno progettato a Roma e «considerando nella faccia del luogo il posto, e le circostanze, giudicò bene farne un altro ugualmente maestoso che il primo, ma più confacevole nelle sue parti alla positura del sito». Il Re fu ancor più soddisfatto, tanto da fornire alcune indicazioni, che furono immediatamente recepite dallo Scultore. Furono chiamati da Roma tre operai, «sotto la cui direzione potessero regolarsi que’ molti, che si trovavano in Parigi». L’esecuzione del nuovo palazzo attirò la curiosità dell’intera città, tanto che il Bernini scrisse all’amico cardinal Pallavicini: «non essere allora altra moda in Parigi che il Cavalier Bernini». La stima, che Luigi XIV provava per il celebre Artista era così considerevole che una volta lo ammise nella sua stanza da letto, per cui il Bernini chiosò: «Sire, io credetti che M. V. fosse grande nella cose grandi, hora la riconosco grandissima anche nelle cose piccole». Il Re gli chiese un ritratto in marmo; il Bernini rispose che non poteva lasciare la fabbrica del Louvre, ma «non indugiò [poi di] eseguire l’opera, stimolato ogni dì da nuovi impulsi, co’ quali a Roma il Papa con sollecitudine lo richiamava». Grazie al «Santo» intervento, i desiderata del Re ebbero soddisfazioni e lo Scultore licenziò un ritratto «in movimento», al fine di procurare una somiglianza reale alla persona.

«Avvenne un’altra volta che ritrovandosi al suo solito nell’accennata positura al naturale accostatogli, il Cavaliere gli aperse gentilmente le ciocche de’ capelli sopra le ciglia in modo che rimase la fronte alquanto scoperta, e perciò più atta ad esser ritratta». Immediatamente i cortigiani imitarono quella pettinatura, chiamandola «accomodatura alla Bernini». Il ritratto, infine, fu collocato nel Palazzo del Louvre, in una sala destinata alle udienze degli ambasciatori. Da Roma, intanto, gli arrivarono dei versi composti per la realizzazione del ritratto:

Entrò ‘l Bernin in un pensier profondo

Per far al regio busto un bel sostegno,

E disse, non trovandone alcun degno,

Piccola base a un tal Monarca è il Mondo.

E il Bernini rispose:

Mai mi sovvenne quel pensier profondo

Per far di Re sì grande appoggio degno:

Van sarebbe il pensier, che di sostegno

Non ha bisogno, Chi sostiene il Mondo.

Il Re allora intavolò una trattativa, per prolungare la permanenza del Bernini in Parigi, il quale risolse nel dover tornare a Roma, al fine di condurre a termine la Cattedra di S. Pietro. Lo Scultore era convinto di aver raggiunto il massimo del successo in Parigi, in cui – oltretutto – un artista straniero avrebbe avuto difficoltà ad inserirsi per le gelosie e le invidie provate dai colleghi, desiderosi di ricevere gli stessi attestati di stima da parte di Luigi XIV.

Il soggiorno parigino durò cinque mesi; la sera della partenza per Roma il Re lo compensò di ulteriori ventimila scudi e gl’intestò una pensione annua di due mila e cinquecento per il figlio Paolo.

Si tornava a Roma.

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