«Pan ed Eco» dai «Rispetti continuati» di Agnolo Poliziano.

Pan ed Eco

Che fai tu, Eco, mentr’io ti chiamo? — Amo.

Ami tu dua o pur un solo ? — Un solo.

Et io te sola e non altri amo — Altri amo.

Dunque non ami tu un solo? — Un solo.

Questo è un dirmi: Io non t’amo — Io non t’amo.

Quel che tu ami amil tu solo? — Solo.

Chi t’ha levata dal mio amore? — Amore.

Che fa quello a chi porti amore ? — Ah more!

Il Poeta gioca elegantemente con la parte finale delle parole, immaginando un dialogo tra il dio Pan e la ninfa della montagna, Eco.

Pan e Dafni, copia romana da un originale greco di Eliodoro III-II sec. a.C.. Collezione Farnese, Museo archeologico nazionale di Napoli)

Il dio Pan era una divinità ellenica, metà uomo e metà animale, figlio di Zeus e della ninfa Callisto, mentre Omero lo prospetta nato da Hermes e dalla ninfa della quercia, Friope, la quale lo abbandonò appena nato, perché inorridita dall’aspetto terrificante. Mosso a pietà, Hermes lo raccolse, lo avvolse in una pelle di lepre e lo condusse con sé sul monte Olimpo, dove avrebbe scatenato l’ilarità degli dei, sorpresi dalle sue fattezze: egli aveva due corna caprine sulla fronte, il naso schiacciato, barba e dotato di un’espressione terribile; il busto umano con zampe irsute e zoccoli. Al di là dell’aspetto terribile, dimostrò giovialità e generosità, rendendosi disponibile ad aiutare gli uomini.

Trovò la sua naturale dimora nei boschi e quando si concedeva il riposo pomeridiano, interrotto e disturbato, emetteva dei suoni spaventosi, incutendo il «timor panico».

Proveniva dall’Arcadia, in cui si svilupperà il suo culto, dove trascorreva il tempo pascendo le greggi; non avendo una residenza ben stabilita, era il dio dei campi e della pastorizia. Si esercitava nella caccia alle ninfe, manifestando forti pulsioni sessuali; non disdegnava anche dei giovani pastori, come Dafni, cui avrebbe insegnato a suonare il flauto, strumento ch’egli stesso inventò, ricavando la canna dal giunco, in cui sarebbe stata trasformata la ninfa Siringa, recalcitrante alle profferte amorose del dio.

Alexandre Cabanel: La nifa Eco

Diverse sono le fabulae, che raccontano della ninfa dei boschi, Eco. Quando Giove s’impegnava nella ricerca delle amanti, la ninfa riceveva l’incarico di tener occupata in chiacchiere la moglie, Era. Quando costei s’accorse dell’inganno, condannò Eco a ripetere solo l’ultima parola, che avrebbe udito o che alcuno le avrebbe rivolto.

Nella fabula di Eco e Narciso, la ninfa s’innamorò del bellissimo giovane, condannandosi ad inseguirlo senza riuscire a parlargli. Narciso dimostrò immediatamente fastidio per il suo comportamento, provocando calde lacrime da parte dell’innamorata. Al fine di far cessare la l’opera poco gradita, il giovane le ordinò di lasciarlo stare, scomparendo poi tra gli alberi. Eco continuò per lungo a tempo a ripetere il nome dell’amato, senza ricevere risposta; quindi, in preda ad un dolore infinito, si nascose in una grotta, dove sarebbe scomparso il corpo, ma non la voce, cui sarebbe stato concesso di ripetere le ultime parole pronunciate.

La due fabulae, poco sopra riprodotte, ci illustrano lo stesso mito, in cui la protagonista è condannata alla medesima colpa.

Il dio chiede alla ninfa cosa faccia, mentre è da lui chiamata; Eco risponde che ama.

Pan dimostra la sua licenziosità nell’agire, perché le chiede se ami due persone o un solo uomo; Eco ama un solo uomo (Narciso).

La risposta offre la speranza al dio, che dichiara il suo amore; ma la ninfa risponde «in eco» che il suo amore è rivolto presso un altro giovane.

A questo punto il dio finge di non capire, chiedendo se davvero ella ami una sola persona; Eco conferma che il suo amore è per un solo uomo.

Pan chiede ed ottiene la conferma di non essere amato.

Il fortunato, che meriterebbe tutta l’attenzione dalla ninfa, non potrebbe essere amato anche da un’altra creatura? No; la risposta è decisa: è l’unica ad amarlo.

Vorrebbe sapere chi è stato ad avere la forza necessaria, perché le abbia svelto l’amore; la risposta è tanto chiara ed ingenua: amore.

Come si comporterebbe chi sarebbe destinatario del suo amore? «Ah, more».

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