«Prendi la face, prendi l’acqua lustrale». Lettera di Gabriele D’Annunzio a Natalia De Goloubeff

«Cara, cara, infinitamente cara, ogni parola è vana alla mia tristezza. Sono scorato. E mi sembra che qualcosa mi manchi per respirare, per palpitare. Che cosa? La dolcezza che stamani non mi hai data. Non posso consolarmi di non averti tenuta fra le mie braccia nel sonno mattutino.

Vedo nel mezzo dell’anima mia il tuo volto di iersera, la divina urna trasparente ove le lacrime ardevano senza traboccare. Il tuo sangue veramente era salso come quello di Fedra, ché le tue vene erano piene d’un pianto ceruleo, del pianto dell’Oceanina.

Ho trovato le mie stanze piene di fiori. Accanto al letto era un gran mazzo di viole. La strega ha detto: «Credevo che tornasse con la signora Occhilmente!

Ma tu m’hai mandato solo in mezzo alla neve, sotto la pioggia, tra il fango.

E’ giunta la risposta per la Versiliana . Pare che non vogliono darla per più di tre mesi – luglio, agosto,settembre.

Ho scritto di nuovo per cercare di avere notizie più chiare. Ma tu hai veramente deciso di passare l’estate al Mare? Puoi fin da ora prendere la villa?

Non abbiamo avuto il tempo di parlare con agio d’una cosa tanto importante.

Oggi una sola cosa è certa: la mia disperazione di non essere nel cerchio del tuo incanto, la difficoltà di vivere senza di te.

Anche tu stanotte non morirai di freddo e d’angoscia nel tuo letto? Come faremo?

Ti ricordi le ore inimitabili di ieri? Il giardino del Palazzo Bianco, le tue belle risa nella bottega degli strumenti, il concerto, la carezza interrotta, l’apparizione della Rosa bianca, la malinconia oscura, la passione di Fedra espressa con una voce che non dimenticherò mai più, le lacrime, il furore, la voluttà inumana…

Quanta vita! Quanto sogno!

Che fai? Annotta,

Tu conosci il rito.

19 marzo 1909»

La lettera si apre con l’aggettivo forse più dolce, che l’uomo possa rivolgere alla propria donna: cara; una carezza sulla ferita aperta dalle tristezze e dallo scoraggiamento, perché la sua assenza provoca l’incapacità di respirare e la conseguente palpitazione. Durante la mattinata non è stato possibile stare in due e così alcuna dolcezza è stata donata; è dolce svegliarsi abbracciati, quasi fusi in un solo corpo.

Il cuore del Poeta ha tatuato l’immagine dell’amata; il sangue salato come la regina di Atene, Fedra, la quale, innamoratasi di Ippolito, giovane nato da una precedente unione del marito Teseo con un’amazzone, fu respinta. In preda alla furia, dichiarò falsamente di essere stata violentata dal giovane e s’uccise, provocando le lacrime della madre Pasifae, che ora scorrono nelle vene dell’amata.

La fida governante del Poeta, Anastasia, aveva arredato la stanza con tanti fiori; immaginava che ci sarebbe poi stato l’amplesso tra i due amanti; ma così non fu. Preoccupato nell’organizzare le ferie estive, Gabriele aveva chiesto, in Marina di Pietrasanta, la Villa Versiliana, non più disponibile, tantoché avrebbe trascorso il periodo dell’estate presso Villa Alba, in Marina di Pisa, con la donna, che avrebbe alloggiato nelle adiacenze.

Nonostante i pensieri rivolti alla stagione più dolce dell’anno, la disperazione è ancora preda del Poeta, il quale sa che non potrà incontrare la sua donna, e così tanto dolore gli attanaglia l’anima, che dichiara – anche a se stesso – che non potrà continuare a vivere senza il suo volto.

Poi una preoccupazione quasi materna: di notte, senza il calore di un abbraccio, ella sentirà freddo?

Ancora e per sempre ricordi dei «bei momenti»; la musica, sempre presente nella sua vita, e quindi l’amore, l’amplesso, la carne.

Tu conosci il rito:

«Prendi la face, prendi

l’acqua lustrale, e il salso orzo, e il canestro,

e le corone». Tu conosci il rito.

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