Giosuè Carducci alla Scuola Normale di Pisa

Scuola Normale di Pisa

La Scuola Normale di Pisa fu istituita il 29 gennaio 1813 con decreto napoleonico; il 28 novembre 1846 ricevette il motu proprio granducale, con cui fu posta sotto il patronato dell’Ordine di S. Stefano; il 12 novembre 1847 fu, infine, costituita quale istituto attinente all’Università. Il rettore primariamente fu scelto fra gli ecclesiastici ed il corpo studente era composto da dieci alunni, selezionati attraverso un concorso, cui avrebbero potuto iscriversi chi avesse compiuto diciotto anni d’età, di «onesta provenienza, di religione profondamente sentita e praticata, di sani principi e di costume intemerato».  Gli alunni avrebbero potuto studiare la filosofia e filologia, mentre gli aggregati si sarebbero dedicati alle scienze fisiche e matematiche.

Nel 1853, Giosuè Carducci terminò gli studi presso gli Scolopi di Firenze e, colla famiglia, raggiunse il padre, medico condotto, a Celle sul Rigo, in provincia di Siena. In quello stesso anno, si tenne presso l’istituto scolastico un torneo di poesia e Giosuè inviò dei suoi versi sulle Crociate, che colsero il vivo compiacimento del direttore e del sovrintendente della locale Accademia, del canonico Ranieri Sbragia professore della facoltà teologica nell’Università di Pisa.

Alessandro Manzoni (1785 – 1873)

Il sacerdote, intimo amico di Massimo D’Azeglio e di Alessandro Manzoni suggerì al ragazzo di partecipare alle selezioni della Scuola Normale,essendo, in quei tempi, rettore. L’esito fu felicissimo, perché Giosuè fu ammesso gratuitamente nello splendido palazzo del Vasari e ricevette la divisa di «normalista», che lo distingueva dagli altri scolari dell’Università.

La vita, all’interno dell’Istituto, era scandita anche da precise disposizioni religiose: la messa ogni mattina, la sera la recita della Corona, la Confessione una volta a trimestre; la domenica sera, poi, si cenava ascoltando le spiegazioni del Vangelo a cura del Rettore. Giosuè era ben più interessato allo studio dei classici piuttosto che alle giaculatorie, sicché, non potendosi esimersi, per non finire sul taccuino di qualche zelante bidello, nascondeva nei vestiti qualche libro, che, al momento opportuno, avrebbe tirato fuori, sprofondandoci dentro e distraendosi dall’attività religiosa. Questa sua quasi innaturale predisposizione allo studio, spesso provocava degli scherzi, organizzati dai convittori, i quali, soprattutto prima di coricarsi, si recavano nella stanza del Poeta, schiamazzando e sgualcendo il letto, solitamente ben ordinato. Spesso, il Giosuè serrava a chiave la stanza da letto ed allora era costretto a sopportare stonate serenate, che gli provocavano un’ira quasi irrefrenabile.

Nonostante un carattere a parte brusco, il Carducci era cordiale ed espansivo coi suoi colleghi; dormiva poche ore a notte, e trascorreva tutto il tempo disponibile a studiare, prestandosi all’aiuto dei colleghi in periodo d’esame con ripetizioni e spiegazioni. Attentissimo alle lezioni di letteratura, si dimostrava punto attento agli appuntamenti di filosofia razionale e filosofia morale, anche se partecipava volentieri alle discussioni filosofiche aperte dai convittori, soprattutto durante le passeggiate permesse nel tardi pomeriggio.

Il 16 giugno 1855, celebrò il dottorato, ottenendo l’approvazione col plauso ed il 25 dello stesso meno fu insignito della laura dottorale nella facoltà di Lettere e Filosofia. La cerimonia di consegna dell’ambito titolo cominciava col discorso del vicario sui doveri dei cittadini di fedeltà verso il sovrano, Leopoldo II; sulla pratica della fede (ed invitava i presenti a recitare il Credo). Quindi, vestiva con delle cappe della stessa forma di quelle dei professori, i laureati, sulla cui testa piazzava il berrettone dottorale, pronunciando la seguente frase: accipe pileum pro corona (Ricevi il berretto in luogo della corona); il giuramento solenne avrebbe concluso la suggestiva cerimonia.

Il 2 e 3 luglio 1856, il Carducci sostenne gli esperimenti pubblici, per ricevere il grado di magistero. La prima lezione – conferenza fu su «Dell’influenza provenzale nella lirica del secolo XIII», cui mancarono due voti di plauso; andò assai meglio con la seconda lezione – conferenza «Sul culto interno ed esterno», copiato in gran parte sul Rosmini.

Pochi giorni dopo, il Carducci era a Firenze.

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