Lettera dal carcere di Antonio Gramsci del 9 dicembre1926

«Carissima Tatiana

sono arrivato a Ustica il 7 e il giorno 8 ho ricevuto la tua lettera del 3. […]

A parte le condizioni speciali in cui il viaggio si è svolto (come puoi comprendere non è molto confortevole, anche per un uomo robusto, percorrere ore e ore di treno accelerato e di piroscafo coi ferri ai polsi ed essendo legato a una catenella che ti impegna ai polsi dei vicini di viaggio), il viaggio è stato interessantissimo e ricco di motivi diversi, da quelli shakespeariani a quelli farseschi: non so se potrò riuscire, per esempio, a ricostruire una scena notturna nel transito di Napoli, in un camerone immenso, ricchissimo di esemplari zoologici fantasmagorici; credo che solo la scena del becchino nell’Amleto possa eguagliarla.

Il pezzo più difficile del viaggio è stata la traversata da Palermo a Ustica: abbiamo tentato quattro volte il passaggio e tre volte siamo dovuti rientrare nel porto di Palermo, perché il vaporetto non resisteva alla tempesta. Tuttavia, sai che sono ingrassato in questo mese? Io stesso sono stupefatto di sentirmi così bene e di avere tanta fame: penso che tra quindici giorni, dopo che mi sarò riposato e avrò dormito sufficientemente, sarò completamente liberato da ogni traccia di emicrania e inizierò un periodo nuovissimo della mia esistenza molecolare.

La mia impressione di Ustica è ottima sotto ogni punto di vista.

L’isola è grande otto chilometri quadrati e contiene una popolazione di circa milletrecento abitanti, dei quali seicento coatti comuni, cioè criminali parecchie volte recidi. La popolazione è cortesissima. Non siamo ancora tutti accomodati: ho dormito due notti in un camerone comune con gli altri amici; oggi mi trovo già in una cameretta d’albergo e forse domani o dopodomani andrò ad abitare una casetta che stanno ammobigliando per noi: noi siamo trattati da tutti con grande correttezza.

Siamo assolutamente separati dai coatti comuni, la cui vita non saprei descriverti […]

Finora siamo 15 amici. La nostra vita è tranquillissima: siamo occupati a esplorare l’isola che permette di fare passeggiate abbastanza lunghe, di circa 9–10 chilometri, con paesaggi amenissimi e visioni di marine, di albe e di tramonti maravigliosi: ogni due giorni viene il vaporetto che porta notizie, giornali, e amici nuovi […]. Ustica è molto più graziosa di quanto appaia dalle cartoline illustrate che ti invierò: è una cittadina di tipo saraceno, pittoresca e piena di colore. Non puoi immaginare quanto io sia contento di girellare da un angolo all’altro del paese e dell’isola e di respirare l’aria del mare dopo questo mese di traduzioni da un carcere all’altro, ma specialmente dopo i sedici giorni di Regina Coeli passati nel più assoluto isolamento. […]

Carissima Tatiana, non puoi immaginare la mia emozione quando a Regina Coeli ho vista la tua calligrafia sulla prima bottiglia di caffè ricevuta e ho letto il nome di Marietta; sono letteralmente ridiventato un bambino. Vedi, in questo tempo, sapendo con certezza che le mie lettere sarebbero state lette secondo le disposizioni carcerarie, mi è nato una specie di pudore: non oso scrivere intorno a certi sentimenti e se cerco di smorzarli per adeguarmi alla situazione, mi pare di fare il sacrestano. Perciò mi limiterò a scriverti alcune notizie sul mio soggiorno a R. C. in relazione a quanto tu mi domandi.

Ho ricevuto la giacca di lana che mi è stata estremamente utile, e così le calze ecc. Avrei sofferto molto freddo senza di esse, perché sono partito col paltò leggero e, sceso al mattino prestissimo, quando abbiamo tentata la traversata Palermo–Ustica faceva un freddo cane. Ho ricevuto i piattini che mi è dispiaciuto lasciare a Roma, perché ho dovuto mettere tutto il mio bagaglio nella foderetta (che mi ha reso servizi inestimabili) ed ero sicuro di romperli. Non ho ricevuto il Cirio, né la cioccolata, né il pane di Spagna che erano proibiti: li ho visti segnati nella lista, ma con l’avvertenza che non potevano passare; così non ho avuto il bicchierino per il caffè, ma ho provveduto io costruendomi un servizio di mezza dozzina di gusci d’uovo montati superbamente su un piedestallo di mollica di pane.

[…] ho sempre mangiato, dopo i primi giorni, almeno il doppio di quanto mangiavo in trattoria e non ho mai sentito il più piccolo disturbo, […]

Ti assicuro che, eccettuate pochissime ore di tetraggine una sera che hanno tolto la luce dalle nostre celle, sono sempre stato allegrissimo; lo spiritello che mi porta a cogliere il lato comico e caricaturale di tutte le scene era sempre attivo in me e mi ha mantenuto giocondo nonostante tutto. Ho letto sempre, o quasi, riviste illustrate e giornali sportivi e mi stavo rifacendo una biblioteca.

Qui ho stabilito questo programma: 1° star bene per stare sempre meglio di salute; 2° studiare la lingua tedesca e russa con metodo e continuità; 3° studiare economia e storia. Tra noi faremo della ginnastica razionale, ecc. ecc. […]

Mandami subito, se puoi, la grammatica tedesca e una grammatica russa; il dizionarietto ted. it. e it. ted. e qualche libro (Max und Moritz – e la storia della letteratura italiana del Vossler, se riesci a scovarla tra i libri).

Mandami quel volumone di articoli e studi sul risorgimento italiano che è intitolato, mi pare, «Storia politica del secolo XIX» e un libro intitolato: R. Ciasca, «La formazione del programma dell’unità nazionale», o qualcosa di simile. […]

Per questa volta, scrivi tu a Giulia: non riesco a vincere quel senso di pudore di cui ti ho parlato dianzi: sono rimasto molto felice di sapere le buone notizie su Delio e Giuliano; aspetto le fotografie. […]

Scrivere e ricevere lettere è diventato per me uno dei momenti più intensi di vita. […]

Scrivi a Giulia e dille che sto veramente bene, sotto tutti i punti di vista e che la mia permanenza qui, che del resto non credo sarà così lunga come l’ordinanza ha deciso, mi sradicherà dal corpo tutti i vecchi malanni: forse un periodo di riposo assoluto era proprio una necessità per me.

T’abbraccio teneramente carissima, perché abbraccio con te tutti i miei cari.

Antonio»

La lettera è indirizzata alla cognata, Tatiana Schucht, alla quale comunica l’arrivo nella località di confino di Ustica, dove il filosofo avrebbe dovuto soggiornare per cinque anni, per decisione del Tribunale Speciale Fascista. A seguito dell’emissione di un nuovo mandato di cattura, spiccato dal Tribunale di Milano, il 14 gennaio 1927, il filosofo fu tradotto nel carcere milanese di San Vittore.

Il viaggio da Roma fu certo penoso, costretto, come altri sventurati, ad indossare forzatamente i ferri ai polsi, ma il filosofo trova anche il modo di sfoggiare la vena autoironica, propria dei grandi spiriti, capaci di trovare il lato meno drammatico, quando vivono il dramma della vita. A causa del cattivo tempo, l’approdo alla destinazione fu più volte rinviata. Si chiede come sia stato possibile ingrassarsi e si dichiara certo che in poco tempo si ristabilirà ed anche la pesante emicrania sarà solo un vago e sbiadito ricordo. L’impressione dell’isola è davvero bella, poiché ha più volte potuto esplorarla attraverso lunghe e salutari passeggiate in compagnia dei suoi amici. Gli autoctoni si distinguono per educazione e gentilezza. Colpisce che il Gramsci dichiari di essere trattato con grande correttezza; e non sappiamo se ciò corrisponda a verità, poiché – come noterà più avanti – la posta era preventivamente controllata dal personale carcerario. Informa la cognata dell’emozione, che ha provato, quando a Roma ricevette una lettera dall’amica Marietta Bucciarelli. Quindi ricorda il soggiorno in isolamento nel carcere romano di Regina coeli. Rassicura delle condizioni psicologiche davvero buone, occupando il tempo anche a costituire una nuova biblioteca. Informa di come organizzerà il tempo da trascorrere ad Ustica: curare la salute, dedicarsi allo studio dell’economia e della storia; quindi la lunga russa e  lingua tedesca, di cui chiede  le grammatiche, unitamente ad una Storia della Letteratura e studi sul Risorgimento. Le notizie ricevute sui figlio Delio, nato nel 1924, e Giuliano, nato nel 1926, lo rallegrano. Chiede alla cognata di scrivere alla moglie, Giulia, rassicurandola che le sue condizioni psico -fisiche sono davvero buone. Il pensiero sempre rivolto al bene, la leggerezza del testo, la volontà di cimentarsi nello studio, unica fonte di sollievo: la conoscenza.

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