Il processo a Giordano Bruno. Il primo interrogatorio

29 Maggio 1592

Dopo aver giurato di dire la verità, Giordano Bruno ammise di essere stato minacciato della denuncia presso il Santo Uffizio, alla quale non diede molto peso.

Si trovava a Francoforte, quando ricevette due lettere «dal signor Gioanni Mocenigo, gentiluomo Venetiano, con le quali me invitò a venir a Venetia, desiderando, secondo che mi scriveva, che io li insegnassi l’arte della memoria et inventiva», in cambio di un trattamento assai onorevole. Si trattenne presso il Conte per sette o otto mesi, durante i quali «ho insegnato diversi termini pertinenti a queste due scientie, stando prima fuori di casa sua e ultimamente nella sua propria casa».

Ritenuto concluso il suo lavoro, desiderava tornare a Francoforte, per controllare la stampa di certi lavori: «pigliai, giovedì passato, licentia da lui per partirne», il conte intese che il Nolano volesse insegnare ad altre persone, risiedendo nella sua casa. Il Mocenigo si lamentò, poiché «non li havevo insegnato quanto li havevo promesso et poi a minacciarmi con dirmi che se non fussi voluto restar de bona volontà, che haverebbe trovato il modo che sarei restato. E la notte del giorno seguente, che fu il venerdì, vedendo detto ser Giovanni che io persistevo nella ressolutione de partirmi, e che io havevo dato già ordine alle cose mie e fatto pratica de mandar le robe a Francfort, venne, che io era in letto, sotto pretesto di volermi parlar, e dopo che fu entrato lui sopraggionsero il suo servitore chiamato Bortolo, con cinque o sei altri, salvo il vero […]  e mi fecero levar di letto e me condussero sopra un solaro e me serrarono nel detto solaro, dicendo esso ser Gioanni, che se volevo fermarmi e insegnarli li termini della memoria, delle parole, et il termine della geometria, che me haveva ricercato prima, che me haverebbe fatto metter in libertà, altrimenti me sarebbe successa cosa dispiacevole».

Il Bruno si difese, protestandosi corretto e dichiarando di non meritare «di esser trattato a quella maniera». L’indomani si presentò un capitano, «accompagnato con certi homeni che non conobbi et mi fece condor da loro, lì da basso nella casa, in un magazzen terreno, dove mi lasciano fino la notte che venne un altro capitano con li suoi ministri e me condussero alle prigioni di questo S. Ufficio, dove credo sia stato condutto per opera del detto ser Giovanni, il quale sdegnato, per quel che ho già detto, credo che haverà denuntiato qualche cosa di me».

L’Inquisitore chiese le generalità all’interrogato.

«Io ho nome Giordano, della famiglia di Bruni, della città di Nola, vicina a Napoli dodici miglia, nato e allevato in quella città. La professione mia è stata et è di lettere e d’ogni scientia […] sono stato in Napoli a imparar lettere de humanità, logica e dialettica, sino a 14 anni; […] De 14 anni o 15 incirca pigliai l’habito de S. Domenico nel Monastero o Convento de S. Domenico in Napoli, e fui vestito da un padre, che era all’ora Prior di quel Convento, […] e finito l’anno della probatione fui admesso da lui medesimo alla professione, la quale feci solennemente nel medesimo Convento, e doppo fui promosso alli ordini sacri e al sacerdotio alli tempi debiti, e cantai la mia prima messa in Campagna, città del medesimo regno, lontana da Napoli; stando all’hora in un convento del medesimo ordine sotto titolo di S. Bartholomeo, e continuai in questo habito della religione di S. Domenico celebrando messa e li divini offitii sotto l’obbedientia de superiori dell’istessa religione e delli Priori de’monasteri e conventi dove son stato sin l’anno del 1576, che fu l’anno seguente dopo l’anno del Giubileo, che trovandomi in Roma nel convento della Minerva sotto l’obbedienza del Maestro Sisto de Luca, procurator dell’ordine, dove era andato a presentarmi, perché a Napoli era stato processato due volte prima per haver dato via certe figure e imagini de Santi, e ritenuto un crucefisso solo, essendo per questo imputato de sprezzar le imagini de Santi e anco per haver detto a un novitio che leggeva la historia delle sette alegrezze in versi, che cosa voleva far di quel libro, che lo gettasse via, e leggesse più presto qualche altro libro, come è la vita de Santi Padri. Il qual processo fu rinovato nel tempo che io andai a Roma con altri articoli che io non so. Per il che uscii dalla religione, e, deposto l’habito andai a Noli, territorio Genovese, dove mi tratteni quattro o cinque mesi a insegnar la gramatica a putti.

«Quibus habitis, cum hora esset tarda, fuit remissus ad locum suum, animo cum monitione etc.».

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