Il processo a Giordano Bruno. Secondo interrogatorio a Giordano Bruno

Sabato 30 maggio 1592,ebbe luogo il secondo interrogatorio di Giordano Bruno davanti al Tribunale dell’Inquisizione

Si chiese all’imputato di continuare a raccontare la sua vita.

Dopo aver soggiornato a Noli, insegnando la grammatica e predicendo il futuro ad alcuni gentiluomini, il Bruno si spostò a Savona, dove risedette per due settimane, quindi a Torino, infine a Venezia, dove diede alle stampe il De’ segni de’ tempi, col cui ricavato poté trovare soddisfatto il lesinare. Partì quindi per Padova, dove incontrò alcuni padri domenicani, che lo persuasero ad indossare nuovamente l’abito «quando bene non havessi voluto tornar alla Religione parendo che era più conveniente andar con habito che senza». Il Filosofo fu persuaso e così, spostandosi a Bergamo, indossò nuovamente l’abito «et sopra esso vi posi il scapolare che io havevo conservato quando partii da Roma et con quest’habito me inviai alla volta di Lione et quando fui a Chambery andando a logiar al Convento dell’ordine». In Francia, il Filosofo conobbe un frate italiano, che gli consigliò di andar altrove a cercar fortuna. Il Bruno si spostò quindi a Ginevra «et arrivato là andai ad allogiar all’hosteria». Il Marchese De Vico gli domandò se fosse giunto, al fine di professare la religione calvinista; il Filosofo rispose che non conosceva affatto tale religione; desiderava solo liberarsi di quei panni, che indossava e così fu servito di «spada, capello, cappa, e altre cose necessarie per vestirmi». Iniziò quindi l’attività di predicatore e partecipò alle conferenze di Niccolò Balbani «luchese che leggeva l’Epistole de S. Paulo e predicava li Evangeli». Quando gli fu chiesto di accettar la religione calvinista, preferì spostarsi a Lione «dove stetti un mese, e non trovando commodità di guadagnar tanto che mi bastasse di poter vivere e per li miei bisogni, di là andai a Tolosa dove è uno studio famoso e avendo fatto pratica de persone intelligenti, fui invitato a legger a diversi scolari la sfera, la qual lessi con altre letioni di filosofia forse sei mesi», fin quando fu licenziato quale dottore di filosofia, leggendo e commentando il De Anima di Aristotele. Quindi «me partii et andai a Paris dove mi mii legger una letion straordinaria per farmi conoscer et far saggio di me e lessi trenta letioni e pigliai per materia trenta attributi divini tolti da S. Tomaso dalla prima parte». Quando gli fu proposto di recitare delle lezioni ordinarie, dovette rinunciare, perché «ero scommunicato per esser uscito dalla religione e haver deposto l’abito». A Tolosa, avrebbe invece potuto facilmente esercitare la lezione ordinaria, quando fu convocato da re Enrico III di Valois, perché interessato alla facoltà mnemonica del Frate, il quale volentieri gl’insegnò la tecnica, facendo così cadere l’accusa di magia. Nel De umbris idearum, Giordano Bruno raccolse le sue ricerche sull’uso della memoria. Appena scoppiarono i «tumulti pigliai licentia e con lettere dell’istesso re andai in Inghilterra a star con l’ambasciator di sua Maestà che si chiamava il della Malviciera per nome Michel de Castelnovo in casa del qual non faceva altro se non che stava per suo gentilhomo»; la permanenza fu davvero lunga: due anni e sei mesi. Quando l’ambasciatore francese si mise in viaggio per Parigi, il Bruno l’accompagnò, soggiornando un anno; quindi un ulteriore spostamento a Mainz, «primo elettor dell’Imperio», poi a Wittenberg , dove «un Dottore che si chiamava Alberigo gentile Marchegiano, il qual havevo conosciuto in Inghilterra, professor di legge che mi favorì e m’introdusse a legger una letione dell’organo d’Aristotele». Un nuovo viaggio per Praga, dove «feci stampar un libro di Geometria, il qual presentai all’Imperator dal qual hebbi in dono trecento talari, e con questi denari partito di Praga mi tratteni un anno all’Accademia Iulia in Brunsevich». Con il danaro percepito, si spostò a Francoforte, dove stampò De triplici minimo et mensura, De monade, numero et figura. Nella città tedesca, l’editore lo domiciliò presso il convento dei carmelitani ed, in quel luogo, ricevette l’invito del Mocenigo di trasferirsi a Venezia. Diede alle stampe il De immenso et innumerabilibus.

Chiese «l’absolutione de excessi et gratia di poter viver in habito clericale fuori della Religione», fortificato dall’aiuto del Mocenigo «il qual anco mi prometteva de aiutarmi in tutto quel che fosse stato buono».

Desiderava «presentar alli piedi di sua Beatitudine con alcune mie opere approbate, havendone alcune altre che non approbo, havendo voluto dir che ho alcune mie opere composte da me e date alla stampa, le quali non approbo perché in esse ho parlato e discorso troppo filosoficamente, disonestamente, non troppo da buon cristiano e in particolar so che in alcune de queste opere ho insegnato e tenuto filosoficamente le cose che se doveriano attribuir alla potentia, sapientia e bontà de Dio secondo la fede Christiana fondando la mia dottrina sopra il senso e la ragione e non sopra la fede e questo quanto al generale, e quanto al particolare me rimetto alli scritti che adesso non mi sovviene articulo preciso o dottrina particolare che habbi insegnato ma risponderò secondo sarò domandato e mi sovenirà».

Quibus habitis cum hora csset tarda fuit remissus ad

locuum suum animo, cum monitione.

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