«E tu, Stato» di Giorgio Gaber

Il testo è tratto dal disco «Teatro canzone» del 1993.

La forte denuncia di un cittadino.

Ogni rappresentante è pagato dal contribuente, al quale è chiesto spesso aiuto da uomini, che fanno finta di essere saggi con delle facce da imbecilli. Proprio quello Stato, che – forse -, in nome del progresso ha contratto debiti, che sono ricaduti sulla comunità e, addirittura, anche su chi non c’era, ma nasce – fortunatamente o sfortunatamente – in Italia. Con tutti quei soldi, non si governa il bene dei cittadini, ma si mette in scena ogni più illogica liturgia da parte di uomini di partito, che non hanno affatto a cuore il bene comune, tantoché varrebbe la pena di sciogliere ogni movimento politico; forse il cittadino sarebbe meno asfissiato. Hanno reso la burocrazia così imperante e soffocante, che per qualsiasi ragione si rischia di finir dentro ad un meccanismo complicatissimo, di moduli, bolli, ricevute; tutta carta inutile così complicata da capire, che ci vorrebbe un mago. La burocrazia, questa macchina infernale, che impone al cittadino dei giri impossibili tra un ufficio e l’altro, perché la responsabilità non si sa mai di chi sia; forse un amico sarebbe indispensabile, per ritirare in tempo utile un misero documento. In fondo, la burocrazia malata ma autoreferenziale ha assicurato la vita – ed oltre – ai suoi uomini, organizzando la disorganizzazione più feroce e squilibrata. Uno Stato che, in fondo, non lascia capire laddove finiscano i confini tra il lecito e l’illecito e preferisce la zona grigia, dove tutto può accadere. Il comportamento, sempre più inqualificabile di certi impiegati ministeriali, ha così deteriorato l’immagine pubblica che forse i cittadini iniziano quasi a stimar meglio gli aderenti dell’antistato: c’è davvero così tanta differenza? Allora, quasi per lustrare la facciata, sempre più deteriorata, qualcuno è anche andato dentro. E le tasse, che tengono in vita questo ormai malato terminale a costo di sacrifici altissimi da parte dei cittadini, sono così lunari, incomprensibili e suggerite da menti davvero eccentriche, che mirano a non far capire niente. Quanti hanno attaccato lo Stato hanno trovato un avversario pavido, impaurito, che non ha saputo reagire se non urlare vanamente. Tutto finirà colla riforma delle istituzioni, perché ognuno andrà fuori dai coglioni!

E tu, Stato

E tu, Stato

e tu, Stato

che tu sia ministro, politico o magistrato

o al limite impiegato

comunque pagato inevitabilmente coi soldi del contribuente

cioè dalla gente.

E tu, Stato

che ci chiedi aiuto e che ci corteggi

coi tuoi soliti imbecilli

che passano per saggi.

E tu, Stato

che hai sprecato, hai sperperato, hai gozzovigliato

pubblicamente mi hai rovinato

che se un giorno mi nasce un figlio, povero figlio

è già indebitato.

E tu, Stato

così goffo e impacciato

che continui a fare i tuoi soliti giochi di potere

davanti ai cittadini un po’ imbarazzati

che si domandano stupiti

perché non sciolgono i partiti.

E tu, Stato

così contorto, complicato

che per riempire un modulo, una scheda, un tabulato

bisogna essere dei maghi

è quasi come fare un cruciverba

di Bartezzaghi.

E tu, Stato

così preciso e protocollato

che per avere un passaporto, un permesso, una licenza

si sbaglia sempre ufficio

c’è sempre un’altra stanza

e se non ci hai un amico o qualche conoscenza

stai fermo per tre giri e torni al punto di partenza.

E tu, Stato

che tu sia dottore che tu sia ingegnere o anche avvocato

s’intende dello Stato

che dopo anni di lavoro serio

e ore e ore di straordinario

hai risolto scientificamente il sistema più efficiente

per non far funzionare niente.

E tu, Stato

così incosciente e disgraziato

così compromesso, così invischiato

e se ancora qualcuno un po’ ingenuo si chiede chi è stato

ma come chi è stato? Lo Stato!

E tu, Stato

ti vedo un po’ ammosciato

perdi i colpi, te la vedi brutta

sei, come dire, un po’ alla frutta

nel senso che ormai la gente normale

da un punto di vista morale

ha assai più rispetto per un travestito o uno spacciatore

che per un assessore.

E tu, Stato

che ti sei sorpreso, ti sei scandalizzato

per tutti quelli che han rubato

che per farcelo vedere

hai riempito le galere delle tue pecore nere

e noi che lo sappiamo

lo possiamo indovinare come va a finire

perché è una cosa delicata e dolorosa

per cui fra poco

tutti a casa.

E tu, Stato

così giusto e imparziale

col tuo onesto sistema fiscale

s’intende demenziale

che affronti i problemi più urgenti

con tasse nuove

geniali e stravaganti

ancora non mi è chiaro

cosa ci fai del mio denaro

non vedo né ospedali, o tribunali

ma solo allegri e spiritosi

i servizi sociali

generalmente

se uno paga e non ha indietro niente

se non è proprio idiota

rivuole indietro la sua quota.

E tu, Stato

inginocchiato e impaurito

sempre più incerto e cupo

che gridi disperato ‘al lupo! al lupo!’

sempre più depresso, sempre più codardo

te la sei fatta addosso

per colpa di un balordo lombardo.

E tu, Stato

che tu sia ministro, politico o magistrato

ci avete castigato

mettendoci di fronte

ad una tragedia inaspettata e sconvolgente

e noi che lo vediamo

come vi agitate per far pagare a noi

quarant’anni di cazzate.

Ma la sola vera riforma delle istituzioni

è che ve ne andiate tutti fuori dai coglioni.

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