Il processo a Giordano Bruno. Ultimo atto

Clemente VIII Aldobrandini (1536 – 1605)

Il 28 settembre 1592, il «Monsignor Vicario del Rev.mo Patriarca di Venezia insieme con il il Padre Inquisitore et il Clar.mo sig. Tomaso Morosini uno delli Signori assistenti al Santo Tribunale della Inquisitione» chiesero per ordine del «Monsignor Rev.mo Patriarca, Lorenzo Priuli», la cessione dell’imputato al Tribunale di Roma «acciò la giustitia habbia suo luogo». I richiedenti rassicurarono che S.S. Clemente VIII era stato informato della richiesta avanzata.

Il 22 dicembre, il nunzio papale informò il Tribunale di Venezia che «più di doi dozene di volte in casi estraordinarii come questo si erano mandati li rei al Santo Tribunal di Roma, capo et superior a tutti li altri. Che se costui fosse semplice frate et che il Papa lo volesse a Roma, non si dovrebbe negarglielo et tanto meno essendo publico eresiarca convinto et imbrattato anco di altre pessime qualità, delle quali però non parlava, perché parlava solo delle cose concernenti la fede».

Il 7 gennaio 1593, il procuratore, «sier Federico Contarini» stabilì che «fosse conveniente satisfare a Sua Santità, come anco altre volte s’è fatto in casi simiglianti; riportandosi nondimeno alla singolar prudentia di Sua Serenità […] che intendeva di presentare una scrittura nella quale, per quanto s’era potuto sottragger per buona via, egli è per dire, che gli sarà caro esser rimesso alla giustitia di Roma». L’ultimo giudizio sarebbe spettato a Sua Serenità, il quale avrebbe determinato «ciò che le pare in tal materia, perché sarà eseguito il volere di lei».

Lo stesso giorno, Sua Serenità stabilì che Giordano Bruno fosse «mandato a Roma, acciò quel Santo Tribunale possa proseguire a far la debita giustitia contro di lui, et essendo conveniente et massime in un caso si estraordinario, dar satisfatione a Sua Beatitudine». L’imputato sarebbe stato consegnato nelle mani del «Monsig.r Nontio acciò possa inviarlo con quella custodia et modo che a S. S. Reverend.ma meglio parerà».

Il 16 gennaio 1593, l’ambasciatore veneziano in Roma scrisse al Doge, Pasquale Cicogna Palmanova, per esprimergli come il Papa avesse «corrisposto con parole molto cortesi et uffitiose, dicendomi, che grandemente desidera di star sempre unita la Repubblica».

La prigionia del Bruno corrispose dal 27 gennaio 1593 fino al giorno 17 febbraio 1600, data della sua esecuzione in Campo de Fiori a Roma. Il  Il processo si aprì immediatamente e si rivelò lungo e complesso, poiché il Tribunale sperava in un pentimento e in un ravvedimento dell’imputato.

Papa Clemente VIII intervenne quasi sempre alle adunanze della Congregazione.

La Commissione fu composta dai cardinali Pompeo Arrigoni, futuro Segretario della Congregazione della Romana e Universale Inquisizione; Girolamo Bernerio, futuro Prefetto della Congregazione dell’Indice dei Libri proibiti; Camillo Borghese, futuro Paolo V; Petro De Deza Manuel; Ludovico Madruzzo, già Camerlengo del Collegio cardinalizio; Domenico Pinelli, più volte Legato pontificio; Giulio Antonio Santorio, cardinale di San Severina; Paolo Emilio Sfondrati, nipote di papa Gregorio XIV.

I teologi designati furono: Ippolito Maria Beccaria, il futuro cardinal Roberto Bellarmino, Anselmo Dandini, Marcello Filonardo, Alberto Fragagliolo, Pietro Millini, Giulio Monterensi.

Cardinal Camillo Borghese (1550 – 1621)

Il cardinal Borghese si espresse nella sua intolleranza contro gli eretici, cosicché erano note le sue intenzioni nella condanna al rogo.

Il cardinal Petro De Deza Manuel, illustre mariologo, si dimostrò un sicuro nemico del Bruno.

Ludovico Madruzzo si attese su posizioni più prudenti.

Giulio Antonio Santorio, cardinale di San Severina, uomo di dotte riflessioni, profondo conoscitore delle Scritture, si attestò su posizioni ancor più reazionarie del Borghese.

Paolo Emilio Sfondra, subendo le inclinazioni mistiche del santo, preferiva macerarsi in penitenze.

I cardinali Arrigoni e Bernerio non si distinsero particolarmente.

Tra i teologi, ricordiamo il generale dell’Ordine dei Domenicani e Commissario generale dell’Inquisizione, Ippolito Maria Beccaria e Roberto Bellarmino; il primo ebbe molti colloqui col Bruno, che aveva nel 1592 conosciuto a Venezia, essendo intervenuto al Capitolo generale dell’Ordine, tenutosi in città. Il Beccaria, in parte, fallì la missione ricevuta di far conoscere al Bruno i suoi errori ed indurlo all’abiura.

Roberto Bellarino (1542 – 1621)

Roberto Bellarmino fu il teologo, che su tutti primeggiò. Rispettato anche da Clemente VIII, fu presente nella Commissione, che avrebbe giudicato anche Galileo Galilei. Senz’altro, potremmo definirlo il principale artefice del rogo, cui fu condannato il Bruno.

Il 14 gennaio 1599, la Commissione romana si riunì, per esaminare le otto proposizioni eretiche, raccolte dal Bellarmino, i libri del Nolano e gli atti del processo, cui seguì la richiesta di Clemente VIII, perché l’imputato abiurasse.

Il 4 febbraio 1599, si lesse il processo intentato contro il Giordano, cui seguì la seconda richiesta del Pontefice, il quale avrebbe concesso quaranta giorni al Bruno, perché abiurasse.

Il 21 dicembre 1599, fu condotto fuori dal carcere, per essere tradotto nell’Aula della Congregazione al cospetto dei Cardinali, i quali, al termine dell’udienza, affidarono a padre Ippolito Beccaria il compito di trattenersi coll’imputato, perché riflettesse sulle proposizioni incriminate. In questa tornata, il notaio Flaminio Adriani vergò la risposta del Bruno:

«Non debbo, né voglio ravvedermi, non ho materia per ciò, e non so perché debba ravvedermi»; fu l’ultimo atto.

Il 20 gennaio 1600, i commissari Ippolito Beccaria e frate Paolo Vicario constatarono il rifiuto del Bruno di abiurare le proposizioni, affermando se «nunquam propositiones hæreticas protulisse sed male exceptas a ministris Sancti Officii». Quindi il Giordano inviò un memoriale al papa, il quale non sarebbe stato letto. Quello stesso giorno, il Pontefice degradò il Bruno e lo consegnò alla curia secolare, essendo stato considerato: apostata dell’Ordine dei predicatori, eretico impenitente e pertinace.

Otto furono le proposizioni ereticali, desunte dai precedenti processi e dai lavori del Bruno, il quale mai parlò della transustanziazione e della verginità di Maria, semmai del sistema copernicano, dell’identità del bene e del male, della trasformazione degli esseri e la trasmigrazione delle anime.

La sentenza fu pronunciata nel palazzo del Supremo Inquisitore alla presenza dei cardinali del Sant’Uffizio, dei teologi, dei consultori, del magistrato secolare e del Governatore della città.

Quando la lettura fu terminata, il Bruno avrebbe pronunciato la famosa frase:

«Maggior timore provate voi nel pronunciar la sentenza contro di me che non io nel riceverla».

Al Bruno, furono concessi nove giorni ulteriori, perché s’emendasse.

Il 17 febbraio, si diedero convegno cinquanta cardinali in una Roma straripiena di pellegrini per i festeggiamenti del Giubileo.

Il condannato, preceduto e seguito da una piccola folla, ed accompagnato da sacerdoti col crocefisso tra le mani, scortato dai soldati in armi, si mosse verso Campo de Fiori. Appena giunto, fu legato al palo e fu immediatamente dato fuoco alla catasta.

Le sue ceneri furono disperse, perché nulla rimanesse di lui.

«Giovedì fu abbrugiato vivo in Campo de Fiore quello scellerato frate di San Domenico di Nola, heretico ostinatissimo et havendo di suo capriccio formato diversi dogmi contro Santa Fede et in particolare contro la Santissima Vergine et i Santi, volse obstinatamente morire in quelli lo scelerato, et diceva che moriva martire et volentieri et che se ne sarebbe la sua anima ascesa con quel fumo in paradiso; ma ora egli se ne avede se diceva la verità».

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