Il dottor avvocato Carlo Goldoni

Nel 1787, uscì l’edizione italiana delle Mémoires di Carlo Goldoni, da cui sono tratte queste nostre note biografiche.

Il babbo ricevette una buonissima proposta di lavoro nella città di Bagnacavallo e così Carlo si trasferì nella città emiliana. Partirono per Faenza, ospiti del marchese Spada, dove il Commediografo assistette a diverse rappresentazioni sceniche. Qualche tempo dopo, il babbo s’ammalò e la malattia fu fulminea:

«Vedendosi agli estremi, mi chiamò al capezzale, mi raccomandò la sua cara moglie, mi disse addio e mi diede la benedizione. […] questa perdita costò cara al mio cuore, e cagionò una mutazione grandissima nel mio stato e nella mia famiglia. Io asciugavo le lacrime di mia madre, ella le mie; ne avevamo entrambi bisogno».

Ritornò a Venezia colla mamma, che durante il viaggio pregò il figlio d’intraprendere la carriera di avvocato, per assicurarsi un futuro sicuro. Carlo si recò a trovare lo zio, Indric, presso il cui studio aveva svolto il praticantato. Per terminare gli studi giurisprudenziali, si rivolse ad un amico, «tal signor Radi», il quale «era divenuto buon avvocato ed eccellente maestro di legge per istruire i candidati». Terminato il periodo di studio, Carlo si portò all’università di Padova.

«Giunti nella gran città dei dottori, andammo subito a casa del signor Pighi, professore di gius civile, per pregarlo di compiacersi di essere il mio promotore, cioè quello che in qualità di assistente mi doveva presentare e sostenere». Dopo essere stato ricevuto da tutti i dottori del collegio, seppe dal professor Arrighi che «chi aspirava alla laurea, prima di presentarsi al collegio adunato, doveva sostenere un esame particolare, per distinguere così se realmente fosse stato abbastanza istruito e perciò degno di esporsi.  Dovevo dunque sostenere quest’esame, e il mio esaminatore doveva essere l’abate Arrighi». L’esaminatore non si dichiarò particolarmente soddisfatto, ingiungendo all’esaminato di presentarsi in un’altra sessione. Carlo rifiutò il consiglio e comunicò all’Arrighi che si sarebbe comunque presentato. Dopo aver trascorso l’intera notte a giocare carte, l’indomani il candidato è pronto a dibattere la sua tesi, ottenendo:  «passo nemine penitus, penitusque discrepante, cioè neppure un voto contro»: Carlo era avvocato.

Ritornato a Venezia, fece visita allo zio procuratore, perché lo collocasse presso lo studio di un avvocato: il «signor Terzi,  al signor Terzi, uno dei migliori avvocati e consultori della Repubblica».

Dall’ottobre del 1731 al maggio del 1732, Carlo fu impiegato e quindi seguì la presentazione ufficiale:

«Questa presentazione non si fa senza cerimonie. Il novizio deve aver due assistenti, che si chiamano Compari di Palazzo. Li cerca il giovane nel numero dei vecchi avvocati che hanno per lui maggiore affezione: io scelsi il signor Uccelli e il signor Roberti, ambedue miei vicini. Andai pertanto in mezzo ai due Compari a piè della grande scala nel gran cortile del palazzo, facendo per un’ora e mezza tante riverenze e tanti contorcimenti, che avevo rotto il dorso e la parrucca era divenuta una giubba di leone. Ognuno che passava davanti a me diceva il suo parere sul conto mio: gli uni, ecco un giovane che ha buona indole; gli altri, ecco un nuovo scopatore del palazzo; questi mi abbracciavano, quelli mi ridevano in faccia. Infine salii la scala e mandai il servitore a cercare una gondola, per non farmi vedere per strada arruffato com’ero, fissando per punto di riunione la sala del gran Consiglio, dove mi posi a sedere sopra un banco e donde vedevo passar tutti senza esser veduto da alcuno».

Carlo, in particolare, ricevette i complimenti da una signora «di circa trent’anni, non sgradevole di figura, bianca, tonda e grassa, col naso schiacciato e gli occhi tristi, con molto oro al collo, agli orecchi, alle braccia, alle dita e in un arnese che annunciava essere ella una donna di comune sfera, ma in sufficiente comodità». La signora infatti aveva già visto il neo avvocato nello studio del procuratore Indric e offrì i suoi servigi di «sollecitatrice di processi». Essendo, infatti, molto conosciuta in città, ella dispensava consigli e suggerimenti a tutti coloro impegnati in guai giudiziari a proposito del difensore da scegliere. La signora, ad un sempre più interessato Carlo, offrì quindi alcuni casi: «una vedova che è incorsa nel sospetto di aver occultato il suo scimmiotto; un’altra che vorrebbe far valere una convenzione di matrimonio concertata dopo il fatto; ho fanciulle che fanno istanza di esser dotate; ho donne che vorrebbero litigare pel divorzio; ho figli di famiglia perseguitati dai loro creditori; come vedete, avete da scegliere».

Carlo con educazione rifiutò ogni caso, la donna allora rintuzzò che tutti i clienti fossero assai abbienti e pronti a spendere anche cifre importanti, ma a nulla valsero le spiegazioni; Carlo non mutò idea.

Non avendo clienti da difendere, il giovane avvocato trascorreva il tempo in ufficio «facendo almanacchi. Fare almanacchi, tanto in italiano come in francese, significa occuparsi di oggetti inutili e immaginari; questa volta però vi era differenza, poiché realmente mi riuscì di fare un almanacco che fu stampato, che si gustò molto e ottenne sommo applauso. Lo intitolai «L’esperienza del passato. Astrologo dell’avvenire. Almanacco critico per l’anno 1732». Vi era un discorso generale sull’anno, e altri quattro sopra le quattro stagioni, in terzine intrecciate alla maniera di Dante, contenenti alcune critiche sui costumi del secolo, e ciascun giorno dell’anno era accompagnato da un pronostico che racchiudeva sempre una lepidezza, una critica o un’arguta espressione».

Le tante idee espresse potevano ben fungere da soggetti teatrali, e così «mi si risvegliò allora la brama di riprendere l’antica idea, e sbozzai qualche rappresentazione; ma riflettendo che il genere comico non conveniva del tutto alla gravità della toga, credei più degna del mio stato la maestà tragica». Nacque così la tragedia lirica «Amalasunta».

Lo zio Indric intervenne a favore del nipote, proponendogli una causa presso il tribunale della Avogaria.

«Il mio avversario parla per un’ora e mezza, lo ascolto e non lo temo. Finita la sua arringa, do principio alla mia: procuro, mediante un patetico preambolo di conciliarmi il favore del giudice. Era la prima volta che mi esponevo e avevo bisogno d’indulgenza. Entro in materia, attacco di fronte l’arringa di Cordelina. I miei fatti son veri, buona la mia voce, la mia eloquenza non dispiace; parlo per due ore, concludo, e mi trovo dalla testa ai piedi in un mar di sudore».

Lo zio lo informò della vittoria!

La mamma pensò di presentargli una giovane amica, e così iniziò la fase del corteggiamento e delle visite pomeridiane, interrotte da «un’Eccellenza», che mando in aria ogni progetto. Carlo, allora, dedicò le sue attenzioni alla nipote ed «in due mesi di tempo divenni ne compiutamente amante, e feci colla mia non spiacevole brutta un buon contratto di matrimonio in tutte le regole e forme». Compose una canzonetta per la sua bella, che fu eseguita una sera da «Agnese, la cantatrice di moda per le serenate, la quale per la bellezza della sua voce e per la chiarezza della sua espressione fece molto bene gustar la musica, e applaudir pienamente le armoniche strofette». In breve, la canzone ebbe successo e replicata per Venezia.

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