Breve commento all’«Ottavo Canto» dell’«Inferno»

E’ l’inizio del mattino di sabato santo del 9 aprile 1300.

Nel Quinto cerchio, scontano la pena gl’iracondi e gli accidiosi.

Dante racconta che prima d’essere giunto con Virgilio ai piedi di una torre, il suo sguardo fu attirato dalla cima, dove brillavano due fiammelle, mentre una torre assai lontana rispondeva al segnale. Dante chiede a Virgilio il significato di quell’atto e soprattutto chi siano gli autori. La Guida gli suggerisce di guardare sopra le acque sporche, tra le nebbie prodotte dal pantano.  Dante vede una piccola barca, governata da un solo barcaiolo, il quale si mostra felice di vedere delle nuove anime da trasportare, non accorgendosi che Dante non è affatto un trapassato. Virgilio interviene prontamente, per spezzare la truce gioia di Flegias, il quale accoglie a bordo i due Viandanti, per trasportarli attraverso la palude di fango.

Flegias

Flegias è il guardiano dello Stige; egli, figlio di Ares e di Crise, è una figura mitologica greca. Avendogli Apollo sedotto la figlia, Issione, incendiò il tempio di Delfi, meritandosi le frecce del dio, che lo scaraventò nel Tartaro.

La reazione del barcaiolo mostra grave stizza, dovendo frenare la sua gioia. Virgilio entra per primo, seguito dal Discepolo, il quale – essendo uomo – provoca problemi di equilibrio all’imbarcazione. Ma appena Flegias riprende a vogare, la «nave piccioletta» riprende veloce e leggera la navigazione, durante la quale un dannato, ricoperto di fango, si rivolge a Dante, chiedendogli perché stia nell’Oltretomba non essendo ancora trapassato. Il diavolo Flegias non si è accorto della natura di Dante, al contrario del dannato.  Il Poeta rassicura l’anima dannata che non avrebbe soggiornato troppo a lungo nel luogo della pena eterna.

Filippo Argenti

Poi, colto da curiosità, gli chiede chi sia. E la risposta è davvero tremebonda: «Vedi che son un che piango».  Dante non mostra pietà alcuna verso il dannato, avendolo riconosciuto; l’anima reagisce rabbiosamente, cercando di rovesciare la barca, prontamente fermato da Virgilio, che gl’indica di tornare «con li altri cani!». Quindi, il Duca abbraccia il suo Discepolo, lo bacia e gli rivolge i famosi detti:

Alma sdegnosa,

benedetta colei che ’n te s’incinse!

Quindi, parlando del dannato, lo accusa di aver avuto un atteggiamento in vita assai orgoglioso, tantoché non ha lasciato nulla di buono in vita, «così s’è l’ombra sua qui furiosa». Poi la dolorosa constatazione: tanti uomini nel corso della propria vita immaginano e si ritengono di essere dei re, per poi mostrarsi nell’Oltre «come porci in brago», poiché lasciarono in vita tante azioni meritevoli solo di disprezzo. Dante rincara la dose, chiedendo al Maestro che desidererebbe

vederlo attuffare in questa broda

prima che noi uscissimo del lago.

Virgilio tranquillizza il suo Discepolo che sarà presto soddisfatto: «di tal disio convien che tu goda». Appena l’anima sembra affogare, «le fangose genti» lo attaccano, facendo strazio del fiorentino Filippo Argenti, il quale si morde, e di ciò «Dio ancor ne lodo e ne ringrazio».

Egli era membro della consorteria degli Adimari. Secondo le Chiose di Francesco Selmi, schiaffeggiò Dante, perché apparteneva ad una fazione opposta, scatenando una forte inimicizia.

Giovanni Boccaccio (1313 – 1375)

Giovanni Boccaccio lo introdusse «quale cavaliere ricchissimo, tanto che esso alcuna volta fece il cavallo, il quale usava di cavalcare, ferrare d’ariento, e da questo trasse il soprannome».

I Viandanti lasciano alle proprie spalle l’Argenti e proseguono il viaggio, quando Dante è attratto da un coro lamentoso.

Virgilio lo avvisa che sarebbero giunti presso la città di Dite, uno dei nomi di Lucifero, dove hanno sede tanti sofferenti ed un gran numero di diavoli. Dante intravede le torri arrossate dal fuoco e la Guida offre la spiegazione a sì terribile visione: il fuoco eterno, incendiandole internamente, sarebbe la causa.

Il nome Dite deriverebbe dal latino Dis, ed indica il dio degli inferi, il greco Plutone.

La barca, condotta da Flegias, arriva presso «l’alte fosse», che circondano quella terra di dolore, colle mura che sembrano di ferro. Dopo aver girato ancora a lungo, il timoniere grida a voce alta: «Usciteci, qui è l’intrata».

«Più di mille» diavoli impediscono l’ingresso dei due Viandanti, chiedendo, con voce rabbiosa, chi fosse l’uomo, ancora vivo, che girava per «lo regno de la morta gente». Allora Virgilio ritiene opportuno intervenire, chiedendo di parlare privatamente coi diavoli, i quali sembrano calmarsi un poco, invitando la Guida ad entrare, mentre chiedono repentinamente che Dante torni da solo sulla strada, che lo ha condotto fino a Dite, poiché «sì ardito intrò per questo regno». Dimostrerà quindi a se stesso di essere capace in una simile, terribile impresa. Virgilio invece potrà entrare nella città di Dite, perché lo ha scortato nella «buia contrada». 

Dante si rivolge al lettore, perché si capaciti dello stato d’animo provato a quelle «parole maladette», immaginando che mai sarebbe stato capace di tornare indietro. Poi si rivolge a Virgilio: «O caro duca mio», ancora di salvezza, protettore straordinario da tutti i pericoli fin qui corsi, «non mi lasciar». Siccome il divieto di transito è assoluto, Dante chiede di essere riaccompagnato dalla sua Guida, la quale lo rassicura. Dal momento che il viaggio è stato voluto da Dio, nulla potrà opporsi; quindi si congeda momentaneamente dal Poeta, confortandolo che non lo lascerà solo.

Mentre Virgilio s’allontana, il pensiero di Dante è concentrato sull’esito della consultazione tra il Duca ed i demoni, di cui non ha alcuna soddisfazione, ma, vedendo che i diavoli saltano dentro le mura, arguisce che la trattativa è fallita. Infatti, chiuse le porte della città, Virgilio è costretto a tornar sui suoi passi, con «li occhi a la terra» e privi di ogni soddisfazione, mentre commenta amaramente su chi gli abbia impedito di procedere oltre: «Chi m’ha negate le dolenti case!». La ragione umana non può sempre prevalere; c’è bisogno dell’intervento divino.

Virgilio avverte Dante di non spaventarsi, poiché, per vincere la prova, dovrà arrabbiarsi e non poco, qualunque possa essere la difesa imbandita alla città. Poi ricorda come il medesimo, tracotante comportamento i diavoli lo ebbero in occasione della discesa agli inferi di Cristo, al fine di difendere una porta molto più importante: quella principale, la quale è rimasta priva di battenti e quindi indifesa; su quella porta Dante vide la scritta minacciosa. Ora un messo celeste è stato inviato a posta, perché i Viandanti possano riprendere il loro corso.

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Breve commento al «Canto Settimo» dell’«Inferno»

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Breve commento al «Canto Sesto» dell’«Inferno»

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Breve commento al «Canto Quinto» dell’«Inferno»

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Breve commento al «Canto Quarto» dell’«Inferno»

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Breve commento al «Terzo Canto» dell’«Inferno»

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