Giacomo Leopardi secondo Antonio Ranieri

August Von Platen (1796 – 1835)

Antonio Ranieri fermò nel suo libro, Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi, molti aspetti degli ultimi anni di vita vissuti col Poeta, di cui narrò l’amore per i dolci, della poca simpatia nutrita nei confronti della campagna, dell’interessante amicizia contratta col poeta tedesco August Von Platen, delle occasioni di scherno di cui era miseramente oggetto ed, infine, della presunta conversione orchestrata da mano gesuitica.

Molto interessanti sono gli appunti illustranti la dimensione creativa, che ebbe corso nel breve periodo napoletano:

«Nei sette anni che fu con noi – scrisse il Ranieri – egli compose i Paralipomeni della Batracomiomachia, ch’è un poemetto bello e buono, e quegli sparsi frammenti ch’io poscia chiamai Pensieri, quasi poco meno d’un’altra metà de’ suoi Canti1, forse la più bella, perché quattro o cinque di essi sono veramente quanto di più nuovo e di non ancora tentato possa trovarsi nella poesia italiana».

Ritrasse il Poeta «di statura mediocre, chinata ed esile, di colore volgente al pallido, di testa grossa caratterizzata da una fronte quadrata e larga, occhi languidi, naso profilato e di lineamenti delicatissimi, di pronunziazione modesta e alquanto fioca, e d’un sorriso ineffabile e quasi celeste».

Alla morte, il suo cadavere fu «salvato, come per miracolo dalla pubblica e indistinta sepoltura dove la dura legge della stagione condannava, o appestati o non, i grandissimi e i piccolissimi, fu seppellito nella  chiesetta suburbana di San Vitale su la via di Pozzuoli, nel cui vestibolo una pietra ne fa modesto e pietoso ricordo al passeggiero».

Niccolò Tommaseo (1802 – 1874)

Fu d’indole schietta e leale, tantoché entrava nelle grazie di chi lo frequentava; sentì vivamente la dignità di scrittore e di nobile, che mantenne anche a costo di grandi sacrifici. Desiderò voracemente la fama e la gloria, arrabbiandosi con tutti coloro che gli avrebbero impedito il passo, in particolar modo col Tommaseo, che – pare – sconsigliasse l’edizione parigina delle sue opere.

Pietro Giordani notò nel tempo un cambiamento del carattere di Giacomo, che registrò in una lettera, indirizzata al Brighenti:

«Io credo che originalmente Giacomo fosse buono ed affettuoso, ma credo che poi si fosse fatto molto egoista. Per me passò dalle smanie amorose a più che indifferenza, ed ebbe torto».

Nell’età matura, in effetti, si diradò la corrispondenza epistolare, volta soprattutto a chi fosse in grado di procurargli del collocamento o del guadagno e, chiuso nel suo dolore e nei suoi guai, probabilmente non trovò la forza necessaria e tantomeno la voglia di coltivare le antiche amicizie, parendo così egoista. Crescendo i dolori ed i malanni, probabilmente il suo carattere mostrò maggiori scontrosità, in modo inconsapevole ed irresponsabile, come tutti i malati, che potrebbe aver offeso giustamente le qualificate aspirazioni di qualcuno, ma nulla può detrarre alla figura morale del Poeta, che fu grandemente buono.

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(1) Il pensiero dominante, Amore e Morte, A se stesso, Aspasia Sopra un bassorilievo, Sopra il ritratto d’una bella donna, Palinodia, Il tramonto della Luna, La Ginestra.

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LA VITA DI GIACOMO LEOPARDI

Muore giovane chi è caro agli dei

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Alla disperata ricerca di un’occupazione

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L’arrivo a Roma

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La fuga da Recanati

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La cattività in Recanati

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Il traduttore

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L’infanzia

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Lettera di Giacomo Leopardi a Pietro Giordani del 30 aprile 1817

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Breve commento a «La vita solitaria» di Giacomo Leopardi

https://ale0310.blogspot.com/2021/09/breve-commento-la-vita-solitaria-di.html

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