«Ho inalzato la musica a una visione «spettacolare». Lettera di Pier Paolo Pasolini a Franco Farolfi dell’inverno del ‘41

In questa lettera, Pasolini informò il Farolfi di collaborare con la rivista Architrave della Gioventù Universitaria Fascista e di prender parte ai Prelittoriali, organizzati dal Partito Nazionale Fascista. Rimase positivamente sorpreso nella visione del film Laila, uscito nel 1937, a firma del regista danese George Schneevoigt, al quale rivolse comunque delle critiche per un uso poco corretto dalla macchina da presa.

Accenna quindi alla formazione di un giro di amicizie a sfondo artistico, con cui avrebbe formato una compagnia amatoriale di teatro, e sportivo. Come spettatore di spettacoli teatrali, non giudica Pirandello, ma si dichiara interessato a Wilder.

Quindi il giudizio, assai interessante, sull’ascolto di alcune sinfonie di Beethoven; finalmente Pasolini sembra aver trovato lo stesso «piacere» e «consolazione» anche davanti all’ascolto musicale, il quale non si qualifica come forma di piacere uditivo, ma si consegna all’uditore quale esprimente da sé e per sé sentimenti puramente musicali. Egli riesce a cogliere che la musica, essendo dotata di un suo proprio, peculiare linguaggio, non deve cadere sotto un’analisi sinestetica, ma relegarsi all’effetto uditivo unito alla corresponsione interiore di chi ascolta. Pasolini giunge alla giusta conclusione che l’uomo possa capire il senso musicale, poiché all’interno di se stesso c’è qualcosa che risuona: il sentimento musicale.

Dopo aver chiesto all’amico di conservare lo scritto quale inizio di una propria idea estetica musicale, la lettera si chiude con un giudizio terribile sull’opera di Giacomo Puccini!

A Franco Farolfi – Parma

[Bologna, inverno ‘41]

Caro Franco,

naturalmente comincerò col dirti le ragioni per cui ho tardato per un periodo di tempo abbastanza lungo a risponderti: esse sono due: I) mi sono dato morbosamente a scrivere un articolo per Architrave, ed una rappresentazione radiofonica per i Prelittoriali di Radio. A proposito di renne ho visto un film nordico: Laila, che aggiunge pregi meravigliosi a difetti irrimediabili. Il regista è un poeta che non sa usare la macchina da presa: intuisce delle bellissime sequenze, e talvolta le realizza. Il montaggio è goffo. Nell’insieme il film mi ha molto turbato e ha aperto  nuove plaghe nella mia fantasia (sogno renne, sgeli, fiordi, branchi di lupi e la vita folcloristica dei giovinotti che a primavera si adornano con monili e vestiti di pellicce, cantano con voce dolcissima sciacquando con i piedi nel lucido fango).

La mia vita in questi ultimi venti giorni (tolti gli ultimi; influenza), è stata pacifica e, perché no, simpatica, abbiamo formato una piacevole compagnia: io, Paria, Manzoni (che si è fatto più intelligente e piacente di quanto fosse un tempo) e Melli (che è tornato in lettere, ed è più buon umore). Insieme ci siamo dati prima alla pallacanestro, che continua a piacermi assai. Abbiamo poi fatto idolo dei nostri pensieri il teatro: abbiamo deciso di metter su una compagnia ed eventualmente recitare alla Casa del Soldato.

Luigi Pirandello (1867 – 1936)
Thornton Wilder (1897 – 1975)

Ho visto Stasera si recita a soggetto di Pirandello (come forse ti ho già detto) e la Piccola città di Wilder. Spettacolo quest’ultimo interessantissimo, e che merita lunghissime discussioni, poiché tocca originali e necessari problemi, specialmente di tecnica scenica teatrale. Se l’hai visto anche tu potremo parlarne con comodo a viva voce.

Ludwig Van Beethoven (1770 – 1827)

In questi ultimi tempi mi son dato con slancio alla musica. Un avvenimento per me d’importanza eccezionale: Beethoven. Ho sentito in questi ultimi giorni alla radio la 4a; la 6a; la 7a; l’8a sinfonia. Le ho ascoltate quasi del tutto attentamente, provando un piacere e una consolazione grandissima: sensazioni che provavo davanti a un’opera d’arte teatrale, o lirica, o pittorica ecc. le ho finalmente provate anche davanti alla musica. Ho inalzato la musica da un concetto puramente edonistico, casuale, labile a una visione che potrei definire «spettacolare». Ed ho mutato radicalmente certe convinzioni; per es., non più, come ti dicevo una volta, cerco nella musica la musica oggettiva, descrittiva, ma la musica vivente per se stessa: spettacolo non di figure o caratteri umani, né di bellezze della natura, ma spettacolo vivente per la contrapposizione di sentimenti musicali. (Tutto ciò naturalmente per la musica sinfonica, o da camera ecc., non per quella melodrammatica). Ora, non riesco compiutamente ad esprimermi perché è la prima volta che scrivo di cose musicali, e l’espressione mi sfugge: ma vorrei dirti quanto è più bello esser coscienti di capire in una musica ciò che l’autore ha voluto esprimere, non facendo, più o meno gratuitamente e dilettantescamente, corrispondere idee pittoriche o sentimentali alle idee musicali del creatore, ma facendo vibrare in noi stessi il sentimento sotto fascino di musicalità, senza ricorrere a troppo facili ripieghi immaginifici. Perché, se in un pittore si ammira la sua pittura e non quegli aspetti morali, rappresentativi, commemorativi che eventualmente ci possono essere nel suo quadro (vedi: Croce), in un musicista non dovremmo ammirare semplicemente la sua musica, in se stessa, prescindendo da ciò che eventualmente voglia descrivere (caso che del resto nei grandi musicisti non accade mai)?

Ora mi sono accorto che, mentre prima per stare ad ascoltare una musica e capirla, dovevo ricorrere ad immagini a sentimentalismi, non ce n’è invece affatto bisogno: c’è in noi senz’altro qualcosa di musicale che diviene sentimento direttamente, senza bisogno di sentimentalismo, rimanendo musica, senza bisogno d’immagini. Tutto ciò lo puoi collaudare ascoltando Beethoven: ascolta un tempo qualunque di una sua qualunque sinfonia: sentirai una tal forza di sentimento, una tal passione che ti commuove e non sai perché. (Tu non immagini certamente fanciulle sedotte e abbandonate, o un amante geloso, o un fanciullo maltrattato, o una madre amorosa), eppure sei commosso da quel susseguirsi di domande e risposte, da quel rincorrersi di suoni, sei commosso benché tu non veda descrivere niente (descrivere s’intende nel senso comune della parola). Il fatto è che questo che il dolore, il problema, l’anelito (chiamalo come vuoi) dell’anima beethoveniana si è espressa in musica, e la musica fa rivibrare in te (per mezzo di quel quid puramente musicale che in noi esiste, e deve solo essere coltivato), quel dolore, quel problema, quell’anelito.

Ecco perché la musica semplicemente descrittiva non è grande musica, ma solo mediocre o medio edonismo; ecco perché nulla c’è di più brutto della musica onomatopeica, che imperversa nei concerti di musica varia e leggera, organizzati dall’EIAR con esasperante frequenza.

Ecco anche perché la 6a di Beethoven è, fra quelle che ho sentito, quella che mi piace meno; infatti, checché si dica, c’è in lei qualche rimasuglio descrittivo, non trasformato puramente e pienamente in «musica in se stessa» (il cucù, il tuono, un albero rovesciato dal temporale ecc.); mentre quella che tra tutte, finora, preferisco è la 7a, l’«apoteosi della danza», la più equivoca, la meno definibile: tutto vi è unicamente musica e ritmo (il secondo tempo è per me la più grande pagina musicale che sia mai stata scritta).

Per la musica operistica (che però m’appassiona meno) dovrei ricominciare un lungo discorso: ti dirò in breve che mi pare in essa avvenga tutto il contrario della musica sinfonica, poiché il canto più che essere bella musica, bella melodia, deve servire a ritrarre un carattere ed esprimere una passione; l’accompagnamento musicale poi deve descrivere un clima ed essere anch’esso descrittore di sentimenti e passioni umane. Perciò erra chi dice essere preferibile ascoltare l’opera alla radio pe gustarne meglio la musica: l’opera è nata per essere vista, oltreché ascoltata, perché la musica non vi nasce per mera autocreazione musicale, non come espressione di se stessa, ma come interpretazione musicale ed espressione di un’azione visibile. Tutto ciò più in teoria che in pratica, poiché assai spesso i musicisti si sono affidati al mero estro musicale dimenticandosi dei propri personaggi, di tutto il resto (difetto specialmente della musica italiana, dalla scorrevole vena). Sono certo caduto in qualche contraddizione, cui potrei rispondere, ma mi manca il tempo e lo spazio. Conserva questa lettera, perché un giorno penso vorrei rivederla, perché sono i primi semi di un pensiero musicale che mi sta nascendo.

Giacomo Puccini (1858 – 1924)

E’ molto bello il lamento di Margherita del Mefistofele di Boito. Com’è retorico, arido, corto di idee Puccini!

Saluti ai tuoi, agli amici.

Ti abbraccio

Pier Paolo

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