«Bruto primo» di Vittorio Alfieri

George Washington (1732 – 1799)

La tragedia è dedicata al generale George Washington, «il solo nome del libertor dell’America», il quale potrebbe essere paragonato a Lucio Giunio Bruto, liberatore di Roma. La tragedia fu composta tra il 1786 ed il 1787 e pubblicata due anni dopo.

PERSONAGGI

BRUTO;

COLLATINO;

TITO;

TIBERIO;

MAMILIO;

Valerio;

Popolo;

Senatori;

Congiurati;

Littori.

Scena, il foro di Roma

ATTO PRIMO

Collatino, in stato di assoluta pietà, chiede insistentemente dove Bruto desidererebbe condurlo. Vorrebbe avere tra le sue mani quel pugnale, che è ancora intriso del sangue della moglie Lucrezia, uccisasi perché violentata da Sesto Tarquinio, figlio dell’ultimo re di Roma, Tarquinio il superbo. Bruto, con ferocia mal trattenuta, gli promette che quello stesso pugnale dovrà essere usato, per trafiggere il responsabile dell’accaduto. Quindi prega il disperato Collatino di rendere in foro pubblica la sua disperazione, ma l’uomo vorrebbe trattenere per sé il dolore, perché a nulla servirebbe simile disposizione, volendo egli raggiungere l’amata moglie. Bruto cerca di distogliere da quella fiera opposizione Collatino, raccomandandogli la vendetta, che dovrà essere indirizzata alla salvezza della patria. Il progetto cambia improvvisamente i desiderata di Collatino: per la patria è disposto a qualsiasi sacrificio personale, anche ad allontanare l’idea del suicidio. Bruto è fieramente convinto che i due uomini dovranno liberare Roma dai Tarquini e così la morte di Lucrezia non sarà stata vana.

Intanto il foro inizia ad essere frequentato dal popolo, che ha saputo dell’atroce suicidio e la disperazione di Collatino sarà il miglior sistema, per scuotere ancor più gli animi dei presenti. Improvvisamente, nel nome santo di Roma, l’angoscia è trasformata in ferocia e Collatino è pronto a sposare il progetto di Bruto, che finalmente potrà manifestarsi quale cittadino romano e non come creduto figlio della sorella di Tarquinio il superbo.

Bruto mostra al popolo il pugnale, con cui è stata uccisa Lucrezia, e poi presenta l’affranto marito, Collatino, pronto a vendicare il terribile atto contro l’infame Sesto, autore della tragedia. E’ giunto, in nome di quel suicidio, liberare Roma dai Tarquini, perché è stato colpito un Romano e quindi sono stati colpiti tutti i Romani. Bruto si propone quale responsabile della vendetta. Egli confessa come abbia vissuto presso la famiglia dei Tarquini, al fine di salvare la propria vita, dopo la tragica caduta del babbo e del fratello ad opera della famiglia regnante. C’era un chiaro disegno degli dei, che si sta per compiere: egli rimase in vita, fingendosi stolto, per porsi al servizio del popolo romano, pronto a dare la propria vita in cambio della libertà.

Le forti parole di Bruto conquistano i presenti, che chiedono come possano muoversi. Egli ricorda la rabbia, l’odio ch’essi nutrono per i Tarquini; sarà la preziosa arma da utilizzare contro i nemici.

Collatino ringrazia i presenti, poiché egli ha tratto forza e coraggio dalla loro disposizione interiore e si porrà qual primo soldato, perché possa immergere nel petto del re la sua spada oppure perisca. Il suo intervento è interrotto dal corteo funebre di Lucrezia, che passa in lontananza.

Bruto invita tutti a volgere lo sguardo verso quel triste spettacolo. Egli impugna il ferro, con cui si uccise la sventurata. Quindi il sacro, pubblico giuramento: Tarquinio non dovrà più porre piede in Roma. Giura altresì di donare la libertà al popolo, a cui dedicherà delle leggi, dichiarandosi pronto per primo a rispettarle.  Fortunatamente la famiglia reale non è presente a Roma; sarà suo compito informare il Senato ed i patrizi attorno alle decisioni prese dal popolo.

Nell’Atto secondo, Tito, figlio di Bruto, informa il padre dell’imminente arrivo dei patrizi, convocati all’ora quarta. Bruto confessa al proprio figlio la sua triste condizione, quando, costretto a vivere presso la corte dei Tarquini, educava la sua prole a formarsi quali servi. Ora è giunto il momento del riscatto: proprio coloro che furono tratti in corte si muoveranno contro i tiranni. Tito si dichiara convinto di schierarsi accanto al padre ed al popolo tutto di Roma, anche se rammenta quanti e quali potrebbero essere gli ostacoli alla realizzazione di un sì grande progetto. Bruto ammette di conoscere ogni complicazione e si dice pronto ad affrontarle.

Giunge l’altro figlio, Tiberio, per avvisare il padre ed il fratello che i Tarquini, avuta la notizia di una possibile sommossa, abbandonarono il campo, per raggiungere Roma accompagnati da numerosa schiera di armati. Tiberio fu il primo a snudare il ferro, dopo aver chiuso le porte. Lo scontro è in atto, i Romani hanno la meglio dei Tarquini, che battono in ritirata. Quando un solo uomo, Mamilio, si diresse verso il drappello romano, per chiedere di entrare in Roma in pace, ma Tiberio non esitò ad arrestarlo ed ora presso il padre brama saper come agire. Bruto ordina che il prigioniero sia condotto davanti a lui. Il figlio esegue; Tito è inviato presso i senatori.

Bruto nel Foro invoca Giove, quindi si rivolge al popolo, ricordando il suo fermo impegno contro i Tarquini. Le sue parole suscitano gli entusiasmo degli astanti. Prende la parola Valerio, a nome dei senatori, denunciando la pena, in cui i Tarquini tratterebbe il Senato, e ponendosi a fianco del nuovo condottiero. Bruto informa poi che i Tarquini osarono avvicinarsi a Roma, inviando quale ambasciatore di pace Mamilio, il quale è invitato a trasmettere gli ordini ricevuti.

Il prigioniero è condotto davanti al popolo, perché trasmetta il messaggio del re Tarquinio, il quale appena seppe che i romani si stessero muovendo, andò loro incontro, respinto dagli armati. Allora, inviò appunto Mamilio, per conoscere le accuse, che gli sono rivolte. Il popolo reagisce rabbiosamente, nomando l’uccisione di Lucrezia, ma Mamilio prontamente respinge l’accusa per il suo re, indicando in Sesto l’autore dell’atroce fatto. Tiberio allora soggiunge che Tarquinio si presentò ai romani coll’esecrabile figlio accanto, in qualche modo legittimando la sua azione. Mamilio commenta che esto fu invitato a seguire il re, e non il padre, perché fosse punito. La rabbia di Bruto esplode con incredibile veemenza, accusando l’intera famiglia dei Tarquini di atroci delitti presso il popolo romano. Dopo aver elencato le diverse vittime, il popolo giura vendetta davanti ad un inerme Mamilio, che ha così fallito la sua missione pacificatrice. Bruto accetta che i tesori, propri dei Tarquini, non siano confiscati, poi chiama il popolo alla guerra!

L’Atto Terzo vede, nella Scena prima, opposti Tiberio e Mamilio, il quale, per ordine di Bruto, dovrà abbandonare Roma al tramontar del sole, seguito dai tesori, accumulati dai Tarquini. Mamilio chiede se ci siano messaggi particolari per Aronte, figlio di Tarquinio, un tempo amico intimo di Tiberio. Il romano gli concede pietà per il suo stato, ammettendo che nulla possa, ma Mamilio prontamente replica che sarebbe opportuno non inimicarsi fino in fondo il figlio del Re, poiché un nuovo governo, retto dai Romani, potrebbe durare assai poco.

Giunge Tito, e Mamilio chiede di essere congedato, accompagnato da Tiberio, al quale riferirà ciò che in cuore ha Tito: una parte dei patrizi romani, tra cui la famiglia dei Vitelli fratelli della madre di Tito, starebbero tramando contro il popolo, condotti da Tiberio, per porre sul trono Sesto. L’accusato lo accusa di mentire, per sparger divisione tra i Romani, ma Mamilio avrebbe un’ultima prova a sostegno delle sue parole: un foglio, su cui i congiurati romani avrebbero sottoscritto la congiura. Mostra il cartiglio ai due fratelli, preoccupati anche per la cattiva sorte del loro padre. Mamilio avverte che Tarquinio è già a conoscenza della congiura; egli ha radunato le truppe dell’intera Etruria. Egli consiglia che i fratelli aggiungano la loro firma in calce sul foglio, per aver salva la vita. Tradire quindi Roma, il padre? Mamilio li accusa di aver reso maggior tradimento nel congiurare con Tarquinio, legittimo re, il quale sarà chiamato a discolparsi, a confermare le colpe del figlio, Sesto, perché sia punito severamente ed a promuovere, infine, una maggiore libertà per il popolo di Roma. Solo in questo modo si eviterà una guerra, che nuocerà a tutti. I fratelli non riescono a decidere, appressandosi la notte e le truppe romane a ritardar l’arrivo; Mamilio torna a richiedere la loro firma, perché poi possa recarsi da Tarquinio e scongiurare il feroce attacco. Finalmente arriva la firma.

Giunto Collatino, si lamenta per la presenza di Mamilio ancor nelle cinte di Roma e rimprovera i figli di aver trasgredito ai suoi ordini. Egli non ottiene alcuna risposta e ciò lo schernisce: perché i figli tacciono? Cosa nascondono? Ordina ai littori di imprigionare Tito e Tiberio e condotti e custoditi in casa. Mamilio sia accompagnato fuori dalle porte.

Nell’Atto Quarto, Bruto rivolge parole di lode ai suoi soldati, che hanno combattuto con coraggio, meritando il ricovero della notte, seppur si tengano pronti ad evitare qualsiasi attacco dai Tarquini.

Quindi si reca da Collatino, per notiziarlo sull’ultimo scontro, che ha visto lo sforzo eroico dei soldati romani nel respingere gli avversari, tra cui molti caddero prigionieri ben prima del tramonto del sole.

Anche Collatino conferma che le schiere, da lui comandate, hanno avuto la meglio sulle truppe, che Tarquinio aveva fatto giungere da Ardea.

I due condottieri decidono di ritirarsi, perché l’indomani mattina possano in foro comunicare al popolo i risultati raggiunti, quando Collatino si accorge che ci sono dei romani, che ancora non hanno dismesso le armature. Egli confessa a Bruto della congiura ordita dalla famiglia Vitelli, fratelli della sua consorte, la quale potrebbe essere passata anche nel campo avverso insieme ai suoi figli, visti in compagnia del nemico Mamilio nel tardo pomeriggio. Bruto non crede, fin quando non gli viene trasmesso il foglio, dov’è siglata la fatale congiura, ordita dalle principali famiglie romane in accordo coi Tarquini. Quando s’accorge della firma dei figli, dichiara tutto il suo disprezzo e dissapore e, risolutamente, invita i Littori a condurre davanti a sé la prole traditrice. Quindi chiede come mai Collatino sia a conoscenza ed abbia in suo possesso le prove dell’esecrabile atto. Avendolo scorto tra le mani di Mamilio, riuscì a sequestrarlo in cambio della vita. Collatino confessa di aver condotto sotto guardia armata i figli di Bruto, Tiberio e Tito, per spezzare la trama del tradimento, che sarà denunciato al popolo.

I traditori sono condotti davanti a Bruto. Il console di Roma chiede ai propri figli se siano cittadini romani; quindi mostra ai congiurati il foglio, che indicherebbe la prova del loro tradimento in accordo coi Tarquini. Tito, per primo, ammette le proprie responsabilità e di aver trascinato il fratello minore, il quale, essendo stato spinto, non sarebbe fino in fondo colpevole. Tiberio ammette di essere rimasto incantato dalle parole del falso Mamilio e si dichiara pronto a morire. Quindi Tito prova a giustificare quell’atto imperdonabile agli occhi di Bruto: la firma apposta avrebbe dovuto portar Tarquinio a più miti consigli, e la vita a Bruto, pur tradendo Roma. Il padre lo redarguisce severamente, per aver tradito la Patria in nome del padre: atto esecrabile. Dovranno morire.

Emessa la sentenza, Bruto non riesce a frenare le lacrime: egli responsabile della morte dei suoi due figli. Tiberio, vedendo il padre lacrimare, ammette di affrontare la morte con peso minore.

Bruto ammette le sue responsabilità: egli fu costretto ad allevare i suoi figli presso la corte dei Tarquini, invitandoli quindi alla finzione. Se non nutrirono sentimenti forti verso la famiglia e soprattutto verso Roma, la colpa è anche sua. Chiede perdono ai morituri. Collatino, commosso, interviene spiegando a Bruto che forse sarà possibile salvare la vita ad essi, ma Tito coraggiosamente preferisce morire, piuttosto che sopravvivere nella disistima del padre. Chiede un’ultima grazia: che il fratello, Tiberio, abbia salva la vita. Non sarà possibile: dovranno entrami morire. Bruto promette ai figli che la sua vita terminerà con quella dei suoi discendenti, perché dal loro sangue rinasca Roma.

L’Atto Quinto si celebra nel Foro.

Collatino, con voce stentorea, annuncia al popolo riunito alle prime luci dell’alba, la scoperta di una vile congiura a danno dei cittadini ad opera di alcuni Romani alleati ai Tarquini. Il popolo a gran voce reclama i nomi dei rei, affinché sia loro ingiunta la morte. Collatino accusa alcuni giovani, cresciuti presso la corte tarquinia, i quali furono sviati da MaMamilio. Il popolo, a nome di Valerio, chiede che i tesori dei nemici di Roma siano bruciati e sparsi tra le rive del Tevere, perché ogni memoria perisca dei tiranni. Collatino allora, sotto le continue ed incessanti richieste del Popolo di Roma, comunica la triste storia del tradimento. Mamilio era in possesso di un foglio, su cui era scritto l’elenco dei traditori, che nel cuore della notte, avrebbero aperto le porte di Roma all’ingresso dei Tarquini e dei loro armati. Collatino affida a Valerio, quindi, la lettura del nome dei congiurati, che scatena un odio sempre più crescente da parte dei presenti, che reclamano la condanna a morte. I colpevoli sono quindi presentati al Popolo, compresi Tiberio e Tito, figli di Bruto, il quale li disconosce quali cittadini di Roma, qualificandoli come nemici di Roma. Dichiara la propria approvazione alla condanna a morte dei propri figli. Bruto rivolge parole di condanna a tutti i vili traditori, ai quali chiede di discolparsi: il silenzio regna, poiché attendono solo d’esser giustiziati. Tiberio è l’unico a prender coraggio e rivolgersi al popolo, spiegando della sua innocenza e colpevolezza al medesimo grado. Bruto ribatte prontamente ch’egli sia colpevole. Collatino interviene difendendo i figli di Bruto, i quali, anche a causa della giovane età, furono facilmente raggirati dall’esperto Mamilio, il quale promise che i Tarquini avevano in preda Roma e che sarebbe stato giusto, al fine di salvare la vita di Bruto, aggiungere i loro nomi ai congiurati. Una parte del Popolo chiede la grazia per i due sfortunati, ma Bruto insiste che sia corretto comminare loro la massima pena, perché Roma fu tradita. Il Popolo deve avere il coraggio allora di assolvere tutti, poiché ognun avrebbe avuto sicuramente un famiglio da salvare. A seguito di questa terribile decisione, Roma perderebbe.

Bruto ordina, nel silenzio più assoluto, che sia eseguita la condanna.

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